I tagli alla difesa non convincono la stampa americana

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La nuova strategia adottata a Washington per la riduzione della spesa, con un contenimento dei fondi destinati alla Difesa, non fa impazzire alcune penne prestigiose della stampa americana. Dall’Heritage Foundation, Mackenzie Eaglen manifesta le proprie perplessità sulla cifra di fondo dell’operazione, sul carattere e sull’impostazione delle priorità avanzate dalla Casa Bianca.

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L’America è più piccola

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Avremo forze armate più snelle, agili, con un esercito di terra più contenuto”. Con queste parole Barack Obama ha presentato il piano di tagli alla difesa previsto dalla Casa Bianca per il prossimo decennio, un piano che dovrebbe portare nelle casse dell’erario pubblico circa 450 miliardi di dollari, almeno stando alle previsioni della leadership democratica. Il presidente ha infatti spiegato, senza troppi giri di parole, le ragioni che hanno animato tale scelta: “Dobbiamo rinnovare la nostra economia; qui è il fondamento della nostra forza nel mondo e sono obbligatorie riduzioni alla spesa”. Un piano diverso rispetto alla dottrina Krugman, che avevamo presentato di recente sulle colonne di questo blog.

Ciò detto, ridurre il peso militare dell’America vuol dire abiurare il ruolo di nazione-guida nel sistema internazionale? Ovviamente no, per quanto un forte ridimensionamento degli effettivi dell’esercito potrà produrre un naturale riposizionamento dello Zio Sam in diversi scenari. L’esempio libico ha probabilmente destato particolare impressione dalle parti dello Studio Ovale, facendo maturare la convinzione che se proprio l’Europa vuole iniziare una strategia geopolitica sotto l’egida della Nato, può anche farlo, a patto che essa sappia gestire oculatamente tensioni e costi nell’interesse del blocco occidentale. Sulle modalità dei tagli, l’Amministrazione non ha ancora sciolto le proprie riserve, ma diversi funzionari hanno confessato alla Reuters che sarà un’operazione da vagliare con la massima cura. Uno su tutti, il portavoce della Casa Bianca Jay Carney, ha ricordato come sia necessario “uno sguardo in profondità rispetto a tutte le spese destinate alla difesa, al fine di garantire tagli chirurgici nella piena soddisfazione delle nostre priorità”.

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La crisi nella crisi

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Il mito reaganiano della “città splendente in cima alla collina” ha perso il suo appeal. Il movimento giovanile repubblicano s’interroga oggi sui profondi mutamenti che hanno attraversato i campus, modificando il dna stesso della struttura di partito. Star Parker è netta nella sua disamina: “Il materialismo ed il relativismo morale, frutto della cultura di sinistra, stanno infettando la nostra gioventù”. I termini forti servono a sottolineare, in maniera piuttosto cruda, la perentorietà di una denuncia. L’ala conservatrice del G.O.P. teme una svolta tecnica, teme cioè di disperdere l’attivismo legato ai valori e alle grandi battaglie (aborto, eutanasia, matrimonio) in nome e per conto dell’efficienza nella programmazione economica.

Contro la politica dei ragionieri, se vogliamo usare questa espressione, si è battuto, su un altro versante, Paul Krugman. L’editorialista del New York Times ha voluto sfatare il tabù del debito, ricordando come, nei momenti di crisi, l’instabilità congiunturale possa essere superata soltanto con la progettazione di nuovi investimenti, e non brutalizzando la spesa pubblica. Viene in mente una frase di Schmitt, rammentata di recente da Alain De Benoist: “È sovrano chi decide dello stato di eccezione”.

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Iran-Usa, non si placa lo scontro

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Sabato scorso Barack Obama si è espresso chiaramente sul dossier nucleare iraniano: Washington ha dato via libera a nuove risoluzioni per inasprire le sanzioni gravanti sul regime di Teheran. La reazione del governo presieduto da Ahmadinejad è stata pressoché immediata. In primo luogo la televisione di Stato ha diffuso una notizia significativa: l’avanzamento del programma nucleare ha subito un’evoluzione costante negli ultimi mesi, attraverso le innovazioni d’ingegneria di cui dispone il paese. In tal senso, sarebbero già state testate con successo le barre d’uranio da impiantare negli stabilimenti nucleari. Come se non bastasse, il vice comandante della Marina, Mahmoud Mousavi, ha ammesso – di fronte all’agenzia di stampa Irna – l’obiettivo raggiunto dalle forze militari, ossia testare missili a medio raggio dotatati di una “sofisticata tecnologia anti-radar”. A questo punto bisognerà vedere quale sarà la reazione della Casa Bianca. Obama si è lasciato alcuni margini di manovra per impedire un’escalation di violenza: la flessibilità nell’applicazione delle sanzioni potrebbe essere il pretesto utile per riallacciare i rapporti diplomatici. Intanto l’Europa, particolarmente coinvolta visto l’intensità di scambi con la Repubblica teocratica, misteriosamente tace.

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