ottobre 20, 2009

Un milione contro Zap

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Mentre nel nostro paese l’attuale leader dell’opposizione, Dario Franceschini, sfoggiava calzini turchesi, ergendo un indumento di dubbio gusto a simbolo politico pur di racimolare consenso in vista delle primarie interne, oltre il confine iberico il collega del Partito Popolare, Mariano Rajoy – proveniente dalla medesima tradizione culturale – presentava ai media un emendamento da apporre alla riforma della legge sull’aborto, attualmente in discussione in Parlamento. Il progetto dell’Esecutivo socialista, è bene ricordarlo, concede oggi la possibilità di interrompere la gravidanza alle donne che lo richiedono, anche senza parere medico e fino alla quattordicesima settimana; inoltre il medesimo disegno normativo estende alle adolescenti di sedici anni la possibilità di abortire senza l’autorizzazione dei genitori, mossa controversa che ha destato parecchie perplessità perfino tra i promotori dell’iniziativa. Eppure, in Spagna, non ci sono stati richiami al regime, né inutili appelli alla coscienza civile per un’emergenza democratica. Non ci sono state nemmeno le tradizionali raccolte-firme, operazione preliminare in Italia per dar senso ad una conta che pesi la protesta.

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agosto 10, 2009

Zittire il Parlamento

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Non si capisce per quale motivo il Parlamento sarebbe impossibilitato a chiedere un’indagine conoscitiva in merito alle disposizioni d’attuazione per la coerente convivenza della Ru486 con l’impianto giuridico della legge 194. E’ come se il Legislatore, di fronte a esigenze di mercato, abiurasse ogni precetto giuridico in funzione della decisione di un organo tecnico-scientifico.

Ancora una volta qualche benpensante ha ritenuto opportuno cavalcare l’onda, dando prova di una superficiale e perniciosa laicità e alimentando implicitamente un conflitto politico insulso fra opposte fazioni, al solo fine di esacerbare il clima. Non è tollerabile che la stessa persona invochi dallo scranno più alto di Montecitorio il rispetto dei diversi poteri costituzionali, in controtendenza alle forzature di un Esecutivo che sovente dimentica la centralità delle Camere nel nostro ordinamento.

agosto 6, 2009

Il piu’ grave peccato mortale

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Tornare nei luoghi dove l’adolescenza si è consumata è un’esperienza che lascia l’amaro in bocca. Hai spesso la sensazione di vivere un film noir alla francese, un revival del “come eravamo”, in cui la sequenza di filmati che ha dettato il tuo tempo in presa diretta viene sostituita progressivamente da una serie di scatti ed istantanee, che scandiscono opacamente i momenti più significativi del passato prossimo o remoto. Il vissuto diventa immagine, si fa immagine, e annega il proprio senso negli archivi segreti della memoria, in un tradizionale bianco e nero. Perfino i ricordi di noi stessi diventano sbiaditi di fronte allo specchio: gli occhi, le labbra, la fronte, il mento, tutto è diverso e la mano che sfiora i lineamenti prende atto e testimonia gli insulti del tempo. Ci guardiamo, arrossiamo, e ci poniamo un interrogativo naturale: siamo effettivamente quello che desideravamo essere?

Scorre così un insolito pomeriggio d’agosto, mentre mi scopro ad ascoltare i rumori sibillini della città, a respirare i profumi della mia terra. I colori sgargianti della costa, l’odore di salsedine, i gelsomini rigogliosi indicano il susseguirsi delle stagioni, come una promessa fatta al genere umano di un futuro più roseo, sereno. Come un arcobaleno dopo la tempesta. Gli Stati Uniti hanno certificato in maniera plateale il diritto alla felicità degli uomini e delle donne d’oltreoceano. Noi non osiamo reclamarlo, ma – come Verga insegna – ci affidiamo anche nelle circostanze più sfavorevoli a quell’istinto di Divina Provvidenza che tracima dal nostro ego. Quello stesso istinto che nella prosa dialettale identifica nei “cristiani” non solo gli uomini di fede, ma le persone per bene tout-court. Ciò che molto spesso viene stupidamente ridotto ad un orpello della propria esistenza, l’attaccamento al territorio, è parte integrante del codice genetico di ciascuno di noi e costituisce inevitabilmente l’essenza profonda delle nostre identità. Avere una casa, un rifugio dalle tenebre, un piccolo regno ove dettare legge è il primo input necessario per gettare le fondamenta del proprio avvenire. Il resto è corollario. Per un siciliano approcciarsi a queste riflessioni è ancora più complicato: l’istintivo e brutale legame che abbiamo con la nostra tradizione indipendentista ci ha sempre reso “altri”. Altri cioè minoranze, diversi. Diversi dagli spagnoli, quando percorrevano le nostre terre sancendo ciò che era giusto e ciò che era sbagliato; diversi dagli arabi, i cui costumi riecheggiano in un certo modo di concepire la vita e la famiglia, come Pietrangelo Buttafuoco – con scientifico sapere – costantemente evidenzia nella sua letteratura; diversi dagli americani e dagli inglesi, vincitori del conflitto bellico troppo distanti dal nostro modo di inquadrare la natura e i rapporti umani; diversi pure dagli italiani, cui ci siamo omologati controvoglia e senza crederci in fondo granché. Tanto è vero che allo Stato abbiamo contrapposto un anti-Stato, con le sue regole truci e di cui ci vergogniamo: quella sporca “cosa” che definiamo impropriamente “nostra”, una ferita aperta nel cuore dell’isola.

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luglio 31, 2009

L’aborto privato

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Ho avuto modo di incontrare il ministro Meloni in un paio di occasioni, scambiando fugacemente qualche battuta tra un comizio ed un’assise in occasione di alcune manifestazioni politiche. Il suo itinerario è stato osservato attentamente da chi scrive e non poteva essere altrimenti, essendo stata la più giovane vicepresidente della Camera nella storia della Repubblica Italiana ed una colonna rappresentativa per la generazione che ha iniziato la propria militanza nel Fuan missino, predicando il valore della diversità nella continuità. Vecchi slogan, vecchi leitmotiv romantici di chi scelse fin dalla prima adolescenza la parte destra dello schieramento. La considero una figura di assoluto rispetto, che ha alle spalle un retroterra culturale degno di nota. Ecco perché sono rimasto stupito quando stamane, aprendo i quotidiani, sono venuto a conoscenza delle recenti esternazioni del ministro circa l’entrata in commercio della pillola Ru486.

Per chi non lo sapesse ci riferiamo alla Kill-pill, il farmaco abortivo che l’Aifa – l’agenzia italiana con autorità in materia – ha introdotto da ieri sera nel nostro Paese, tra boati di giubilo da parte della corrente radicale e nel tacito consenso dell’establishment di centrosinistra. Il ministro Meloni, anche da presidente del movimento giovanile di Alleanza Nazionale, ha sempre predicato la necessità di una politica a sostegno della vita e della libera scelta delle donne, cercando di formulare nuove strumentazioni per offrire supporto a quelle persone che ricorrono all’aborto nel timore di non poter sostenere le spese di una gravidanza. In piena coerenza con quanto detto, la Meloni ha pertanto ribadito al Corriere la necessità di inquadrare l’introduzione del farmaco nell’ambito del rispetto della legge 194 che regola i principi cardine in materia. Una legge, lo ricordiamo agli smemorati e agli opportunisti, che “tutela la maternità sociale” e non concede l’aborto selvaggio.

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aprile 3, 2009

Dall’equilibrio dei valori all’equilibrismo relativista

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L’ossequio rispettoso che si nutre nei confronti dei principi cardine della Costituzione non dovrebbe mai degenerare nella sacralizzazione del testo come unica base possibile di convivenza civile. La Carta è stata scritta all’indomani di un conflitto bellico devastante, da una classe dirigente che aveva il pregio dell’onestà e il difetto di vivere conformemente allo spirito del tempo, con scarsa lungimiranza. La necessità immediata di creare armonia nello Stivale, dopo una sanguinosa faida che aveva spaccato in due il Paese con l’esistenza e il consolidamento sia pur breve di due Stati fantoccio controllati da potenze straniere, portò dopo un’ampia discussione all’adozione di un testo di pregevole fattura, ma pur sempre farraginoso perfino nella sua originaria impostazione.

Facciamo un esempio di meccanica istituzionale: il Parlamento elegge il Presidente della Repubblica e può, a livello teorico, in presenza di gravi circostanze, metterlo in stato d’accusa; a sua volta il Presidente può sciogliere anticipatamente le Camere, inficiando il potere poc’anzi indicato, e nominare un nucleo di giudici alla Corte costituzionale, cioè insediare un gruppo di esperti del diritto presso lo stesso organismo che dovrebbe pronunciarsi sulle accuse promosse contro il Presidente medesimo. E’ lapalissiana la confusione. Gli interpreti togati, in quest’ottica, andrebbero giudicati sulla base della coerenza dei loro pronunciamenti con l’impatto sociale delle norme e non per le doti da oracolo decantate da certuni.

La Carta del 1948 è pertanto una traccia, una sorta di manifesto, all’interno della quale vengono elencate le linee guida per la condivisione minima di alcuni valori di fondo nell’ambito della comunità nazionale, partendo dal necessario e sacrosanto rispetto per le diverse culture e identità dei singoli e abbracciando il principio di democrazia che affida al Parlamento il ruolo di organo sovrano, in quanto diretta espressione della volontà popolare. Questo è il nocciolo del nostro sistema.

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