ottobre 14, 2009

Walter e Medvedev come Obama, meritano il nobel

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L’assegnazione del premio nobel a Barack Obama è stata accolta dalla grande stampa internazionale con due reazioni differenti: pungente ironia o manifesta incredulità. Quest’ultima categoria comprende al suo interno sia i pochi opinionisti convinti della rivoluzione implicita posta in atto dal presidente democratico al momento stesso dell’elezione, sia gli osservatori scettici che non hanno esitato un secondo a manifestare le proprie perplessità nel merito della scelta. E’ dovere di cronaca evidenziare come perfino il titolare della Casa Bianca abbia accolto la notizia del premio con imbarazzo, rilasciando preliminarmente un’elementare osservazione di buon senso: «non so se lo merito».

In ordine di tempo, la prima rivista a esternare sconcerto è stata National Review. Per mezzo di un fondo non firmato, dunque riconducibile alla linea editoriale, l’accento è stato posto sulla più significativa discontinuità nella conduzione della politica statunitense. Ci arriviamo tra poco. In generale il bilancio di questo primo anno di lavoro dell’ex senatore dell’Illinois è stato abbastanza misero. Obama non ha modificato la politica estera nelle sue fondamenta, si è limitato a ricercare un dialogo diretto con tutte quelle potenze tradizionalmente ostili al governo di Washington, sacrificando le alleanze formulate dal suo predecessore con le piccole ma significative realtà dell’Europa orientale. Analoghe considerazioni possono essere tratte sulla politica interna, con due sole significative eccezioni: la sacrosanta riforma sanitaria, annunciata ma non ancora realizzata, ha già spaccato in due l’elettorato; e la crisi finanziaria, fronteggiata con un intervento più diretto dello Stato nella gestione dell’economia, non ha modificato le regole di fondo che hanno permesso il dissesto speculativo. A fronte di questo, l’unico segnale di rottura effettivo, secondo il pezzo citato, è la percezione che il “mondo” oggi nutre nei confronti della presidenza americana, laddove per “mondo”, senza troppi giri di parole, si intende in senso più ampio quel groviglio di potere che comprende «Le Monde, Der Spiegel, The Guardian, la facoltà della Brown University, il segretariato delle Nazioni Unite» e tante altre realtà.

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febbraio 19, 2009

Il gioco dell’Oca

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Il Partito Democratico nacque ufficialmente con l’elezione diretta nelle primarie nazionali dell’ex sindaco di Roma, il primo cittadino amato e sponsorizzato dai salotti buoni. Ventiquattrore dopo l’acclamazione plebiscitaria Repubblica esultava, il Corriere parlava di rivoluzione bipartitica e il plauso durante la presentazione del progetto veltroniano a Torino si tramutò nella standing ovation di tutti i militanti dentro le sezioni. Classico esempio di luna di miele. Ma il matrimonio, si sa, responsabilizza i coniugi e trasforma l’io soggettivo nel “noi” comune.

Poche settimane dopo ci si rese conto di quale pasta fosse fatto il nuovo segretario. La diretta conseguenza politica di quel fittizio esercizio di democrazia (sarò banale, ma ritengo assai più significativa l’investitura d’un congresso, per non parlare del voto libero e sovrano tramite l’espressione della preferenza) fu il crollo consequenziale dell’Esecutivo guidato da Romano Prodi. Tutti, a sinistra, ufficialmente balbettarono di fronte all’implosione di un governo amico, per quanto nessuno – ad eccezione di Eugenio Scalfari – rivendicasse la paternità delle opere prodotte durante la legislatura. Ufficiosamente però, al di là delle dichiarazioni di rito, la linea dettata dal nuovo leader sembrava cinica e logica al punto giusto: Prodi ha fallito, ne prendiamo atto e lo ringraziamo pubblicamente per l’impegno, ma non possiamo perseverare nell’accanimento terapeutico sapendo che ciò comporta un calo di consensi esponenziale; meglio mischiare le carte e progettare nel lungo termine la strategia futura. In altre parole, l’operazione era finalizzata alla liberazione della sinistra moderata dai lacci del passato.

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dicembre 4, 2008

Realtà o fiction?

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Il palese sostegno dell’Unione Europea alle posizioni espresse dal Governo in merito al caso Sky chiude parzialmente la contesa. Ciononostante resta l’amaro in bocca: l’eliminazione delle agevolazioni di cui l’emittente satellitare beneficiava graveranno inevitabilmente sui cittadini/consumatori e, per quanto la gravosità possa essere marginale, restano i dubbi sulla necessità di incrementare gli oneri fiscali in un momento di crisi.

Non è una questione di spiccioli, è un problema strategico, esteso alla visione d’insieme della sfera economico-politica. Non vorrei che proprio all’interno delle fila del centrodestra, in un contesto di cupa stagnazione, crescesse una coscienza populistica che aspira a fantasie redistributive. Se la riabilitazione di Keynes può sembrare inquietante, la consacrazione di Marx appare insensata e fuori luogo. Il dubbio è sorto principalmente in relazione alle dichiarazioni rilasciate da diversi esponenti della maggioranza, pronti a sferrare un attacco al Pd cercando di trafugare i temi storici del vecchio partito operaio.

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novembre 25, 2008

Analisi di un partito contenitore

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Il problema del Partito Democratico è piuttosto semplice: si chiama «ipocrisia», termine che traccia una netta linea di confine fra i doveri del politicamente corretto e il pieno compimento di una seria e matura riflessione sulla leadership politica veltroniana. E’ forse un riflesso che deriva da Botteghe Oscure, giacché le lotte correntizie in ambito democristiano sono quasi sempre avvenute in maniera più o meno cristallina sotto la luce del sole. Nel Pci no, c’era una linea precisa da seguire, dettami ideologici da ossequiare, una liturgia del potere interno e chi si ribellava, quando non veniva espulso, si trova impropriamente confinato in una frangia minoritaria. A volte erano i movimenti giovanili, che tentavano di svecchiare il mito progressista del sol dell’avvenire, altre volte erano i saggi anziani, abili nel paventare un eccesso di furore ideologico nella generazione degli anni di piombo. Indipendentemente dalle circostanze, si procedeva comunque per scomuniche.

Il Pd segue un altro spartito, ospitando al suo interno posizioni così variegate da rendere incognita l’essenza stessa del movimento, cioè i valori di fondo che – almeno teoricamente – dovrebbero creare una coscienza identitaria negli elettori militanti. Dal vecchio partito operaio si è compiuto un passaggio politologico al partito contenitore, il cui scopo non è delineare un disegno di classe o una visione della società, quanto piuttosto porsi come termine d’intermediazione fra le diverse coscienze nell’era della globalizzazione. Si rischia così la paralisi interna per un deficit di massa critica nel momento in cui la mediazione diventa incapacità di decidere e assume i contorni del paludismo centralistico. L’errore è forse a monte, cioè nella cieca volontà di attuare modelli bipartitici europei del tutto estranei al contesto italiano, sostanzialmente proporzionalista e non maggioritario.

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