Nel mese di Ottobre, su queste colonne, avevamo ricostruito la storia del lento riavvicinamento diplomatico fra Turchia e Armenia, un’operazione complessa e piena di nodi irrisolti, in virtù del contenzioso storico inerente il genocidio perpetrato dall’Impero ottomano.
Sotto l’occhio vigile della comunità internazionale e sulla spinta delle pressioni di Washington, i rappresentanti di Yerevan ed Ankara, nella seconda settimana del suddetto mese, riuscirono ugualmente a firmare un accordo di normalizzazione dei rapporti per la ripresa delle relazioni diplomatiche e la progressiva riapertura dei confini.
Sembrava delinearsi una chiara strategia adottata dal Primo ministro Erdogan: l’obiettivo dell’Esecutivo poteva essere volto esclusivamente alla risoluzione di ogni contenzioso regionale, onde tracciare una prospettiva di stabilità del territorio per far maturare rapporti di buon vicinato, magari nella prospettiva di un’integrazione politica o di una partnership economica con l’Unione Europea.
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Ho sempre sostenuto, fin dai tempi della campagna elettorale americana, che l’eventuale ascesa di Barack Obama alla Casa Bianca avrebbe lasciato immutati l’assetto di potere e gli equilibri fondamentali della comunità internazionale. Il mio ragionamento, sicuramente poco lusinghiero per una prospettiva europea, verteva su tre dati di fatto:
in primis, il Vecchio Continente è oggi fuori dal circuito economico delle macropotenze per un insieme di fattori su cui non è necessario tracciare un’analisi approfondita in questa sede (l’affermazione Cinese, l’India, la delocalizzazione, la stagnazione, il basso indice di natalità, sono tutte concause da tenere in considerazione); in secondo luogo, la scarsa coesione tra gli Stati membri rende puntualmente difficile l’adozione di una linea unica valida per l’intero blocco continentale e, d’altronde, la mancata intesa sulla Costituzione sta lì a dimostrare quanto prossimo sia il trionfo delle divergenze, con buona pace dell’intermediazione diplomatica; in terzo luogo, una possibile apertura di Obama, eventuale e teorica, sarebbe coincisa – presto o tardi – con la necessaria responsabilizzazione delle singole comunità nazionali sul fronte globale, opzione decisamente poco praticabile alla luce del guazzabuglio iracheno che ha mostrato impietosamente la frattura europea.
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«Neither Ayatollah Ali Khamenei, Iran’s supreme leader, nor Mr Ahmadi-Nejad could ever fully recover their authority. Yet no one in the group could be sure as to how long the regime might yet stay afloat. The present power structure could be swept away within a year – in cold war parlance, we could be at the beginning of 1989. On the other hand no one should underestimate the ruthless resolve of the Iran’s Revolutionary Guard. As to the west’s response, the US and European governments should be more outspoken in support for fundamental democratic and human rights in Iran; but recognise that overt foreign backing for the opposition movement would be turned against it by the regime. Nor would it be sensible for any new sanctions to punish ordinary Iranians by, say, blocking imports of refined fuel. Beyond that? There are no easy answers. Let’s hope those engineers in Natanz keep on messing things up». Philip Stephens.
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Altri due brillanti risultati conseguiti da Obama.
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Se testate come il Foglio o Libero avessero pubblicato nel nostro paese una riflessione simile, in molti – tra opinionisti ed esponenti dell’agone parlamentare – avrebbero tirato fuori lo spettro dell’inciucio.
«To save his presidency after his stiff rebuff in the midterm elections, Clinton lurched to the political center. He adopted a strategy of “triangulation” that involved painful compromises with Republicans, who had captured the House and Senate. It worked. Clinton glided to reelection in 1996, defeating Republican Bob Dole by 7 points. Though it’s rarely acknowledged, Clinton’s most significant successes in the White House were all in conjunction with Republicans: the North American Free Trade Agreement in 1993, welfare reform in 1996, and balanced budget legislation in 1997 that included a cut in the capital gains tax rate from 28 percent to 20 percent that spurred the financial boom and budget surplus of his second term».
Resta poi, sullo sfondo, una pesante incognita che dovrebbe essere affrontata dall’establishment democratico: come può il presidente Obama riconoscere la sconfitta elettorale in Massachusetts, evidenziando semplicemente la vittoria del candidato più competente, senza fare un minimo di autocritica?
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Obama: «Il cambiamento è una fede». Ma si può credere al messia anche quando le sue profezie non si avverano?

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Gvosdev ripercorre nel suo ultimo articolo gli argomenti che abbiamo recentemente trattato su Dissonanze. L’unico punto di rottura individuato dall’editorialista tra Obama e Bush in politica estera sta nella decisione dell’attuale inquilino della Casa Bianca di cancellare il piano del suo predecessore per il sistema di difesa missilistico in Polonia e Repubblica Ceca. Lo avevamo raccontato per tempo, evidenziando gli errori possibili di una simile strategia. Strategia, tra l’altro, che il Congresso avrebbe ugualmente adottato, a prescindere dalla congiuntura politica, avendo rifiutato di elargire i finanziamenti per la costruzione dei siti. Tanti saluti alla discontinuità.
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