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Pessimi maestri

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Ci sono momenti in cui mi fermo a riflettere sullo stato degradante della stampa italiana e sull’incoscienza di chi, certe volte, crea delle battaglie morali per dimostrare la superiorità antropologica della propria parte.

Ben pochi quotidiani danno ancora risalto agli incidenti di Piazza Navona, a mio giudizio per due motivi essenziali: in primis, l’innegabile marginalità delle frange estreme in un movimento eterogeneo che statisticamente ha dimostrato di saper far uso della piazza in maniera pacifica e non violenta; in secondo luogo, vi è senso di responsabilità nelle principali redazioni in merito agli eventi che si sono susseguiti in quelle ore convulse. C’è, in altri termini, la volontà di non esacerbare il clima, di non spararla sempre più grossa per alimentare la tensione in un momento di forte esasperazione sociale. E’ una regola di buon senso, quanto mai opportuna se si guarda alla nostra recente storia patria.

C’è un quotidiano prestigioso però che ha adottato una linea editoriale apertamente differente, mascherando – a mio giudizio – la giustificazione della violenza rossa con la pretesa completezza dell’informazione nell’ambito della ricostruzione degli eventi. Sarebbe molto più semplice sostenere che gli imbecilli non hanno colori, che chi usa la violenza è un energumeno indegno di partecipare a manifestazioni democratiche, indipendentemente dall’appartenenza ai centri sociali o ai blocchi studenteschi. Invece no, si percorre l’ipocrita linea dei distinguo, si cerca il colpevole iniziale per additarlo, laddove il verbo “cercare” indica eufemisticamente la scoperta di nuove prove contro i barbari di destra, perché la violenza o è fascista o non è. In caso contrario si chiama reazione, e può essere anche giustificata. Giù con le testimonianze di professori che hanno partecipato alla manifestazione e che godono di un’autorevolezza innata, di gran lunga superiore a quella del sottosegretario del governo, responsabile di aver declamato i fatti in un modo poco convincente, confusionario, probabilmente colluso con gli ambienti di Casa Pound. Online le foto della ricostruzione alternativa, le spinte e le botte da orbi che avrebbero alimentato tutto, senza però indicare il momento, l’ora, in cui gli stessi scatti sono stati ripresi. Poi la versione assai attendibile dei collettivi che spiegano di essere stati aggrediti e di aver reagito in maniera belluina per legittima difesa. Già, perché mai il giornalista dovrebbe far notare che sarebbe stato più opportuno segnalare il tutto alla presenza delle forze dell’ordine, messe lì non per un incidente del destino ma per placare i violenti?

Al di fuori della stampa, anche la rete dà il meglio di sé. Non mi riferisco al solito Grillo e alla demagogia nella ricerca degli infiltrati, tra l’altro agevolata dalle recenti esternazioni del presidente Cossiga. Perfino un blog newdem come quello di Luca Sofri non resiste al fascino della ricerca dei collegamenti occulti, cadendo nella banalità. Prendendo spunto da un video estrapolato da Annozero, afferma in maniera sibillina: «magari Francesco non è un infiltrato, ma solo il figlio di un amico, va’ a sapere», laddove Francesco è il ragazzo comparso al centro della prima fila nello schieramento militare di Blocco Studentesco. Non viene in mente che, come detto da Santoro in trasmissione, il “tu” colloquiale possa derivare dalla conoscenza della persona, in quanto promotore di altre manifestazioni. I militanti veri, quelli che non aderiscono soltanto spuntando all’ultimo momento, si occupano sovente infatti della fase organizzativa dell’evento, costituita da certe pratiche che inevitabilmente portano ad un rapporto diverso con le forze dell’ordine, Digos in primis. Ma questo Sofri junior lo omette, perché è facile far sostenere alla Bibbia che “Dio non esiste”. Basta omettere la frase precedente: “afferma il miscredente”.

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giornalismo — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 19:24

Messina, l’onda anomala

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«Non è vero che non ci sono soldi per la ricerca. L’Università di Messina, ad esempio, una ricerca la sta facendo: cerca un pittore che per 80mila euro dipinga un quadro per l’Aula Magna di ingegneria. Direte: ma come, una spesa così insensata in questi tempi di vacche magre? Esatto. Dicono sia in-dis-pen-sa-bi-le. Certo, per arredare la parete della grande sala non potevano scegliere momento peggiore. Da una parte, infatti, divampa la polemica sui tagli decisi da Mariastella Gelmini, denunciati come la scelta scellerata di lesinare la goccia d’acqua agli assetati dalle gole riarse. Dall’altra il rettore dell’Ateneo, Francesco Tomasello, è stato appena rinviato a giudizio con la moglie Melitta Grasso (lei pure dirigente dell’Università) e altri 25 professori, ricercatori e funzionari vari (altri sette imputati hanno chiesto il rito abbreviato) per due scandali». Continua sul Corriere.

Certo l’onda peloritana, quel movimento giovanile che manifesta disagio sociale per la condizione di “precariato esistenziale” invocando la libertà di scegliere il proprio futuro, tutto questo non lo dice.

Oblio. Silenzio.

Nessun corteo, nessuno slogan. Nessuna voce di protesta si è levata per la gestione corrosiva dell’Ateneo. Al massimo quattro chiacchiere in un bar, ché la Gelmini è un nemico ben più pericoloso. Nessuna manifestazione ha chiesto le ragioni delle scelte originali imposte nell’ultimo triennio dal rettorato. Salvo poi protestare contro i tagli, domandarsi “perché si affonda la ricerca?” con livore ed incoscienza, schierandosi dalla parte di chi, anziché assumere i precari con i pochi fondi a disposizione, dissipa spensieratamente le risorse per dar adito a queste sortite di smisurata grandeur, disintegrando l’immagine pubblica e il tessuto culturale della nostra stessa Università. Ecco perché non condivido le ragioni di fondo di questa inutile polemica.

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Cultura, Politica — Tag:, , , , , — Giuseppe Lombardo @ 14:22

Referendum strumentalizzato

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Caro direttore, l’editoriale di Claudia Mancina, pubblicato ieri sulle colonne del Riformista, ha perfettamente centrato il punto della discussione, trascurando però, se mi è consentito, un piccolissimo particolare: la strumentalizzazione politica referendaria. Al di là dei proclami, infatti, il decreto Gelmini è formulato sulla base della legge di bilancio, un dato messo in risalto dalla stessa opposizione all’inizio della bagarre parlamentare, la quale non può essere sottoposta al vaglio abrogativo. Conseguentemente i proponenti del Pd potrebbero, soltanto nel 2010, abrogare le parti minori della riforma, ciò che concerne la figura del maestro unico e i dettagli sul grembiule, salvo colpi di scena nella stipulazione dei quesiti. Poca roba che non smuoverebbe un centesimo in favore della ricerca. Da un partito riformista, onestamente, mi aspettavo di più.

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Politica, Sinistra — Tag:, , , , , — Giuseppe Lombardo @ 11:28

Oltre la Gelmini

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In ambito liberaldemocratico i contrasti fra maggioranza e opposizione sono all’ordine del giorno. Quando il consenso è unanime o plebiscitario, a favore dell’una o dell’altra parte, qualcosa nei meccanismi istituzionali non va.

Qual è il discrimine che consente all’elettore di giudicare i programmi delle forze partitiche e ponderare così la sua preferenza? Semplice: la capacità di sintesi della classe dirigente, l’abilità nel produrre risposte politiche agli input provenienti dalla società.

Il no alla riforma Gelmini ha destabilizzato il clima sociale nei rapporti fra giovani generazioni e Parlamento, ma il problema – verosimilmente – è a monte, nell’incapacità cronica di contestualizzare un’iniziativa riformista in qualsiasi settore pubblico o privato del nostro sistema-Paese. Ora, se il clima di esasperazione sociale era facilmente ipotizzabile qualche anno or sono, con la presenza in Transatlantico di una nutrita pattuglia orgogliosamente comunista, oggi le istanze politiche portate avanti dal Pd pongono un’incognita emblematica di fronte alla protesta della piazza: un’opposizione degna di nota, che si candida in prospettiva futura a costituire una maggioranza di tipo laburista, può limitarsi a negare il valore delle battaglie condotte dal governo? O ha piuttosto il dovere morale di fornire agli elettori risposte politiche consistenti, non desunte dal lessico arcaico delle vecchie ideologie?

Andiamo a vedere i punti del “decalogo” veltroniano. Cito testualmente:

1 – Meritocrazia «Concorsi più rapidi, più meritocratici, più internazionali con meno nepotismi, localismi e lobbismi disciplinari»; 2 – Valutazione «Valutare le università per rimanere in Europa» tramite l’attivazione dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca); 3 – Basta finanziamenti a pioggia «Finanziare l’Università in base al merito»; 4 – Maggiore trasparenza «Finanziare la Ricerca con procedure trasparenti e internazionali»; 5 – Nuovo sistema gestione «La governance universitaria deve essere più responsabile, efficace ed efficiente»; 6 – Premi per i più bravi «Valutare periodicamente i risultati del lavoro ed incentivare i migliori»; 7 – Più docenti, meno precari «Più giovani professori e meno lunghi precariati»; 8 – Dottorati & Ricerca «Innalzare la qualità dei dottorati di ricerca per innalzare la qualità delle università»; 9 – Studenti protagonisti «Rendere protagonisti gli studenti assicurando il diritto allo studio e la mobilità in Italia e in Europa»; 10 – No ai tagli «Garantire più finanziamenti pubblici al sistema universitario e par condicio tra le università».

Immediatamente si percepisce la ripetitività nell’ambito progettuale. I punti 1, 3 e 6 sono pressoché identici. Medesime somiglianze si riscontrano tra i punti 4 e 5. Il tutto viene condito seguendo la consunta battaglia contro il precariato (un triste dato di fatto nell’Italia contemporanea), il classico no alla riduzione dei fondi e una presunta centralità degli studenti nelle nuove dinamiche accademiche (come fare il Pd non lo spiega). E questo è il punto fondamentale. Sarebbe facile, infatti, ricordare che quando il centrosinistra fu maggioranza, il Ministro Mussi si trovò a fronteggiare la cosiddetta “rivolta dei Rettori” contro i tagli promossi nella finanziaria 2007 da Padoa Schioppa. Sarebbe fin troppo semplice rammentare che, in quell’occasione, furono ridotte del 20% le spese per il funzionamento ordinario, colpendo così le strutture stesse che ospitano “i nostri ragazzi”. E sarebbe parimenti banale ricordare le intenzioni di Padoa Schioppa di decurtare 200 milioni di euro dal budget universitario per l’anno corrente. Tuttavia l’approccio che intendo adottare è di tipo culturale e va ben oltre le miserie della politica contemporanea, sulle cui macerie tante energie vengono spese vanamente a Piazza Navona. Questo blog si è occupato in passato ripetutamente della situazione dei nostri atenei. Chi scrive frequenta la facoltà di Scienze Politiche e dunque non è completamente estraneo alla querelle. Il paradosso delle discussioni strampalate che si sentono in giro sulla punta dei megafoni è che per la prima volta gli studenti difendono l’istituzione universitaria aprioristicamente, senza discutere nel merito dei servigi e del sapere scientifico che vengono loro trasmessi. E’ una battaglia di principio, un riflesso condizionato, un tic radicato nella coscienza di ciascuno di noi dopo anni di veterosindacalismo che ha portato nell’immaginario collettivo a discutere sulle riforme dell’Istruzione non partendo dai protagonisti attivi, da coloro che hanno davvero diritto ad un futuro sostenibile e vantano crediti formativi nei confronti delle facoltà italiane, i discenti, ma dalle esigenze economiche di rettorati, docenti e baronie varie. Si difendono gli sprechi, non le sovvenzioni al merito, i corsi di laurea per pochi intimi, le strumentalizzazioni della politica. Questo è l’aspetto più grave. Manifestare è un diritto inalienabile. Farlo con senno è, quantomeno, auspicabile.

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Peter Pan panciuti

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Forse c’è andata giù in maniera un po’ pesante, ma a voler essere sinceri Annalena non ha tutti i torti.

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Politica, giornalismo — Tag:, , — Giuseppe Lombardo @ 16:51
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