Il primo ministro turco è stato abbastanza chiaro nell’enunciare il principio solenne di legalità su cui dovrà reggersi, d’ora in avanti, la repubblica: non esistono soggetti al di sopra della legge. Una frase apparentemente banale come questa, data per condizione assodata nelle liberaldemocrazie occidentali, cela in realtà un messaggio recondito che non è stato per nulla approfondito dalla stampa italiana. Le affermazioni di Erdogan, infatti, non corrispondono ad una mera manifestazione di vuota retorica, bensì costituiscono un implicito avvertimento all’establishment militare del paese.
Martedì 23 Febbraio le forze dell’ordine di Ankara si sono mosse tempestivamente per arrestare una quarantina di persone con l’accusa, niente affatto leggera, di tentato golpe. Fra queste spiccavano, in particolare, i nomi di alti ufficiali delle forze armate, da sempre impegnati nella strenua difesa della laicità kemalista dello Stato turco. In realtà, però, il fattore spirituale in politica c’entra poco o niente ed è una variabile secondaria. Come rilevato da Michael Thumann, fra osservanti e laici, le divisioni sono spesso fittizie, dettate dall’agenda quotidiana o da retaggi storici, non da una conclamata antitesi progettuale. La posta in gioco è alta: disegnare il volto della Turchia del ventunesimo secolo è un’operazione particolarmente impegnativa, tanto più se si rammenta come spesso la società civile tenda ancora a considerarsi l’erede diretta della Sublime Porta. In tale contesto pensare di escludere una delle due fazioni dalla gestione della cosa pubblica appare come un esercizio controproducente. Che vi sia, infatti, una distinzione di base è innegabile.
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Nel mese di Ottobre, su queste colonne, avevamo ricostruito la storia del lento riavvicinamento diplomatico fra Turchia e Armenia, un’operazione complessa e piena di nodi irrisolti, in virtù del contenzioso storico inerente il genocidio perpetrato dall’Impero ottomano.
Sotto l’occhio vigile della comunità internazionale e sulla spinta delle pressioni di Washington, i rappresentanti di Yerevan ed Ankara, nella seconda settimana del suddetto mese, riuscirono ugualmente a firmare un accordo di normalizzazione dei rapporti per la ripresa delle relazioni diplomatiche e la progressiva riapertura dei confini.
Sembrava delinearsi una chiara strategia adottata dal Primo ministro Erdogan: l’obiettivo dell’Esecutivo poteva essere volto esclusivamente alla risoluzione di ogni contenzioso regionale, onde tracciare una prospettiva di stabilità del territorio per far maturare rapporti di buon vicinato, magari nella prospettiva di un’integrazione politica o di una partnership economica con l’Unione Europea.
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Che la Turchia sia un interlocutore privilegiato dell’Unione Europea è fuor di dubbio; si possono discutere legittimamente le varianti diplomatiche sul tavolo, optando per l’integrazione o per la partnership, ma non si può negare il ruolo strategico che Ankara ricopre nello scacchiere globale. La posizione geografica e la collocazione internazionale dal dopoguerra in poi l’hanno resa, nel tempo, un alleato affidabile. Stupisce, pertanto, in misura maggiore, il silenzio degli organi competenti a livello comunitario sulla questione cipriota.
In questi giorni, infatti, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha pubblicamente incontrato il leader turco-cripriota Mehmet Ali Talat e il Presidente greco-cipriota Dimitris Christofias, per studiare le possibili soluzioni della controversia locale. Una faida, quella dell’isola, che va avanti dal 1974, da quando cioè l’esercito turco invase la parte settentrionale del paese al fine di tutelare la propria minoranza etnica dopo il colpo di stato eseguito – con minacciosi intenti – dai nazionalisti d’origine ellenica.
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Le complesse relazioni diplomatiche che legano Israele e la Turchia sono state ulteriormente logorate dall’ennesima polemica, innescata – stavolta – da una banale serie televisiva. Il lettore non si sorprenda: nella vita come nelle relazioni internazionali, quando il buon senso cede all’orgoglio, succede spesso d’irritarsi perfino per futili motivi. Il governo di Gerusalemme ha così accusato i mass media di Ankara di fornire volutamente un’immagine distorta dell’etnia ebraica, dipingendola – financo nei telefilm – nelle vesti negative di ruoli delinquenziali.
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Zerrin Baydar, Çaglar Savkay e Mesut Tufan hanno tentato di riavvicinare la Francia alla Turchia con una mostra curiosa.
“The Ottomans introduced coffee and the coffee culture to Europe. The thing that inspired croissants seems like nothing but the Ottoman crescent. Similarly, we have coffeehouses but also cafés. When we are eating croissants, we are eating an ordinary French thing.”
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Da anni la Russia ha sempre gli stessi problemi. Cambiano gli uomini alla leadership, mutano le aspirazioni del governo per il ruolo internazionale di una superpotenza che nelle viscere del paese non ha mai smesso di considerarsi tale, si modifica perfino il blocco sociale di riferimento della maggioranza, ma i nodi cruciali non vengono mai affrontati e si ripropongono ciclicamente all’ordine del giorno a fasi alterne.
«To modernize Russia, one must break the stranglehold of corruption, establish accountability, and free the media. At some point, Putin and Medvedev will have to decide. Either they give priority to the survival of the current system and accept Russia’s steady marginalization, or they start opening up the system, putting its survival at risk. Given the weight of geopolitical factors in Russian decision-making, it is difficult to foretell which path they will choose».
Segnalo inoltre, sul fronte internazionale, la lettura di questo interessante articolo sui delicati rapporti esistenti tra Grecia e Turchia.
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La Turchia ha fatto tanti passi avanti in vista dell’integrazione europea. Lo abbiamo ricordato spesso su queste colonne. Oggi però la tendenza sembra essersi invertita. Ankara ha riscoperto il proprio ruolo mediorientale non in funzione degli interessi del blocco atlantico, che aveva sempre egregiamente rappresentato nel contesto territoriale, bensì in vista di un progetto marcatamente nazionale. E’ la logica conseguenza dei freni e dei veti posti a più riprese dalla Francia e dalla Germania in sede comunitaria. Se l’establishment militare mantiene la storica inflessibilità nei confronti della tutela della laicità dello Stato, il partito di Erdogan nutre prospettive diverse e si muove lungo traiettorie differenti. L’offensiva ai media indipendenti è stato il primo tassello di un complesso processo di smarcamento dai dettami della precedente politica. L’annullamento delle esercitazioni militari con Israele, il progressivo riavvicinamento alla potenza siriana e il diverso approccio sul dossier nucleare iraniano sono stati i passi successivi, gli elementi che vanno letti e inquadrati in questa nuova prospettiva.
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