maggio 3, 2011

L’idra colpita

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Contrariamente a quanto affermano alcuni organi di stampa a livello nazionale, la dottrina Obama c’è, esiste e segue un copione ben definito. Non è una forma illusoria e patinata di un’improvvisazione calata dall’alto. E’ piuttosto il prodotto delle diverse correnti presenti nell’amministrazione, una soluzione intermedia, temperata dal carisma e dalle scelte del leader. In tal senso, illuminante è stato l’articolo pubblicato da Ryan Lizza sulle colonne del New Yorker. Nel riassumere le sfide affrontate da Washington durante gli ultimi anni, l’editorialista statunitense ha dipinto perfettamente i blocchi esistenti in seno al governo democratico: le obiezioni e i veti del Dipartimento di Stato, le improvvise decisioni solitarie di Obama, il repentino cambio di programma sull’onda degli sconvolgimenti mediorientali, la contrarietà di alcuni segmenti importanti della sicurezza nazionale all’impegno in determinati teatri di guerra. Tutto questo ha alimentato in me una convinzione, ossia l’assoluta coerenza della strategia imposta dallo Studio Ovale. Una strategia basata sulle correzioni di rotta.

Il meccanismo è scientifico ed i riscontri in tal senso non mancano. Obama riteneva necessario disimpegnare il paese dalle zone di conflitto più pericolose, Iraq e Afghanistan, indipendentemente dal raggiungimento o meno dell’obiettivo nelle missioni. Quelle guerre non sono mai state percepite come indispensabili: di conseguenza alimentare una querelle a mezzo stampa dopo la palese contestazione delle ardite manovre estere dei repubblicani era del tutto controproducente per la nuova amministrazione. Bisognava allora rinsaldare i rapporti, riagganciare i legami, con quegli Stati che progressivamente erano stati ridotti a “paesi periferici”. Da qui il famoso discorso del Cairo e l’anacronistico distacco nei confronti dell’Onda verde, che aveva apertamente contestato, per la prima volta nella storia dai tempi di Ruhollah Khomeini, il regime degli ayatollah.

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aprile 25, 2011

Guantanamo è ancora lì

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Errori di calcolo. Valutazioni estemporanee. L’esercizio di una leadership passiva. Una paradossale confusione. Scarsa capacità decisionale, a fronte di una possibile opposizione del Congresso. Sono i principali motivi indicati dal Washington Post per evidenziare il fallimento della politica di Obama in merito ad un antico cavallo di battaglia: la chiusura del centro di detenzione di Guantanamo. Ciò che emerge, scrivono Peter Finn and Anne Kornblut, è che «mai la Casa Bianca ha spinto davvero su quello che doveva essere un obiettivo centrale». Come a dire: quando è in gioco la sicurezza dei cittadini, anche i politici più liberal diventano poco propensi a seguire la loro stessa retorica.

aprile 17, 2011

L’alternanza in Palestina

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La morte di Vittorio Arrigoni, un evento drammatico a prescindere dagli steccati politici, non è stata causata da Israele, né dal conflitto mediorientale. E’ stata frutto, invece, della spaccatura ideologica tra Hamas e le frange fondamentaliste presenti a Gaza. Mentre i membri del partito di governo vogliono “estirpare” dalla regione la presenza ebraica in nome e per conto del nazionalismo palestinese, i jihadisti salafiti – esecutori materiali dell’omicidio – considerano queste posizioni contrarie alla missione ultima: costituire una rete globale che possa progettare l’istituzione del califfato unico.

Ora, se la stampa nazionale si soffermasse ogni tanto anche su questi dettagli, forse potremmo collettivamente capire un po’ meglio la situazione geopolitica locale.

aprile 10, 2011

L’altra Ankara

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La Turchia intende superare il conflitto libico attraverso un processo di pace che possa portare all’implosione del regime militare, garantendo tuttavia a Gheddafi la possibilità di riparare all’estero. E’ quanto ha dichiarato il primo ministro Erdogan a margine di una conferenza stampa. Delineando i possibili scenari futuri, il leader dell’Akp ha specificato che occorrerà in primo luogo creare un corridoio umanitario, per inviare gli aiuti necessari alla popolazione in difficoltà; soltanto in un secondo momento si potranno studiare le modalità attraverso cui riconoscere la legittimità politica degli insorti.

Le istanze espresse dall’Esecutivo non hanno però pienamente convinto l’opinione pubblica, per due valide ragioni: la Turchia, come membro della Nato, deve sottostare a rigidi criteri d’alleanza e, al di là della vuota retorica, il gabinetto non è ancora riuscito ad ottenere un risultato utile nello scacchiere nordafricano; inoltre, posta la conclamata contrarietà del premier all’inizio delle ostilità, non è stata definita la proposta diplomatica turca nel ginepraio geopolitico regionale.

Sul palcoscenico internazionale la credibilità dell’attuale Esecutivo risulta sempre più incrinata. L’ultimo strappo è stato registrato martedì pomeriggio: in un’intervista esclusiva al canale televisivo NTV, Erdogan ha pubblicamente difeso il suo collaboratore Yasin al-Kadi, accusato di essere una delle principali fonti di finanziamento occulto delle cellule terroristiche di al Qaeda. Né ha fornito maggiore tranquillità la decisione dell’establishment di perseguire una sorta di riforma generale della finanza islamica, sebbene tale ipotesi sia stata suffragata, più o meno velatamente, da importanti agenzie di rating internazionali. A ciò si deve aggiungere un dato preoccupante: la libertà di stampa è una mezza utopia. La Turchia detiene più giornalisti in carcere rispetto a qualsiasi altro paese del mondo, compresi Cina e Iran. Dati non proprio incoraggianti per l’avamposto democratico dell’Islam.

marzo 14, 2011

Il ruolo ombra dei jihadisti

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Perfino nel guazzabuglio libico è possibile riscontrare una buona notizia: la sostanziale incapacità degli insorti di Al Qaeda di incanalare la tensione rivoluzionaria all’interno di un bacino fondamentalista. L’interpretazione integralista del Corano non ha prevalso, anzi: ha ceduto il passo a quel «condensato spontaneo di collere tribali» magistralmente descritto da Bettiza sulla Stampa. Il cambiamento, per quanto tenue, ha lasciato intuire l’irrilevanza politica dei jihadisti. Paul R. Pillar, della Georgetown University, ha parlato senza esitazioni di un colossale fallimento: “La democrazia è una cattiva notizia per i terroristi. Maggiore è il numero delle persone che ambiscono ad esprimere pacificamente le proprie lamentele ed a perseguire i propri obiettivi, minore è la probabilità di innescare la violenza”.