
Contrariamente a quanto affermano alcuni organi di stampa a livello nazionale, la dottrina Obama c’è, esiste e segue un copione ben definito. Non è una forma illusoria e patinata di un’improvvisazione calata dall’alto. E’ piuttosto il prodotto delle diverse correnti presenti nell’amministrazione, una soluzione intermedia, temperata dal carisma e dalle scelte del leader. In tal senso, illuminante è stato l’articolo pubblicato da Ryan Lizza sulle colonne del New Yorker. Nel riassumere le sfide affrontate da Washington durante gli ultimi anni, l’editorialista statunitense ha dipinto perfettamente i blocchi esistenti in seno al governo democratico: le obiezioni e i veti del Dipartimento di Stato, le improvvise decisioni solitarie di Obama, il repentino cambio di programma sull’onda degli sconvolgimenti mediorientali, la contrarietà di alcuni segmenti importanti della sicurezza nazionale all’impegno in determinati teatri di guerra. Tutto questo ha alimentato in me una convinzione, ossia l’assoluta coerenza della strategia imposta dallo Studio Ovale. Una strategia basata sulle correzioni di rotta.
Il meccanismo è scientifico ed i riscontri in tal senso non mancano. Obama riteneva necessario disimpegnare il paese dalle zone di conflitto più pericolose, Iraq e Afghanistan, indipendentemente dal raggiungimento o meno dell’obiettivo nelle missioni. Quelle guerre non sono mai state percepite come indispensabili: di conseguenza alimentare una querelle a mezzo stampa dopo la palese contestazione delle ardite manovre estere dei repubblicani era del tutto controproducente per la nuova amministrazione. Bisognava allora rinsaldare i rapporti, riagganciare i legami, con quegli Stati che progressivamente erano stati ridotti a “paesi periferici”. Da qui il famoso discorso del Cairo e l’anacronistico distacco nei confronti dell’Onda verde, che aveva apertamente contestato, per la prima volta nella storia dai tempi di Ruhollah Khomeini, il regime degli ayatollah.


Follow me on Social Media