Il palese sostegno dell’Unione Europea alle posizioni espresse dal Governo in merito al caso Sky chiude parzialmente la contesa. Ciononostante resta l’amaro in bocca: l’eliminazione delle agevolazioni di cui l’emittente satellitare beneficiava graveranno inevitabilmente sui cittadini/consumatori e, per quanto la gravosità possa essere marginale, restano i dubbi sulla necessità di incrementare gli oneri fiscali in un momento di crisi.
Non è una questione di spiccioli, è un problema strategico, esteso alla visione d’insieme della sfera economico-politica. Non vorrei che proprio all’interno delle fila del centrodestra, in un contesto di cupa stagnazione, crescesse una coscienza populistica che aspira a fantasie redistributive. Se la riabilitazione di Keynes può sembrare inquietante, la consacrazione di Marx appare insensata e fuori luogo. Il dubbio è sorto principalmente in relazione alle dichiarazioni rilasciate da diversi esponenti della maggioranza, pronti a sferrare un attacco al Pd cercando di trafugare i temi storici del vecchio partito operaio.
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Silvio Berlusconi ha ormai quattordici anni di esperienza politica alle spalle, un curriculum vitae di tutto rispetto e un’esperienza istituzionale di gran lunga superiore a quella dei principali antagonisti dello schieramento avversario. Per un selfmademan, un imprenditore prestato alla politica che denuncia i sepolcri imbiancati che hanno fatto della militanza la loro unica ragion d’essere, non è poco.
Qualche giorno fa la creatura politica del Cavaliere è stata soppressa in via arbitraria, senza congressi né dibattiti interni: per carità è giusto così, Forza Italia è sempre stata la proiezione politica della poliedrica personalità di Berlusconi. Sennonché lo stesso capo del Governo ha tenuto a precisare che, in barba ai cambiamenti globali e ai mutati scenari internazionali, lo spirito che determinerà il codice genetico del nuovo Popolo delle Libertà, soggetto in cui Forza Italia andrà a confluire, sarà identico a quello originario della macchina di Via dell’Umiltà.
Non male. In qualsiasi altro paese d’Europa la “stampa amica”, a maggior ragione se conservatrice, si sarebbe interrogata parecchio sul senso d’una vocazione unitaria di mera apparenza, sulla necessità di abbandonare le strutture tradizionali per dare una verniciata alle pareti di casa. Qui da noi no: soggetti sorti con lo scopo di difendere culture politiche estranee alla tradizione europea vengono accolti come unica risorsa, e pazienza se defraudano l’elettore della preferenza e della possibilità di avere una sana alternanza: sono i costi della governabilità.
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Prima ha candidamente affermato che pagare le tasse fosse il più straordinario atto patriottico che un americano possa compiere. Poi ha invocato, sulla medesima materia, il classico tema della giustizia sociale, parafrasando la dottrina della Chiesa. Joe Biden sembra essere sempre più il primo sostenitore della campagna in favore di McCain per le presidenziali di novembre. Come rilevato seraficamente dal Wall Street Journal:
«We won’t get into a theological debate with Mr. Biden, except to say that Biblical tax rates tended to run around 10%, not the 39.6%-plus that Barack Obama’s tax plan calls for».
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Avevamo già ironizzato sulla sindrome da sceriffo di Nottingham che aveva reso, all’interno dei confini nazionali, così popolare il ministro dell’Economia dell’Esecutivo Prodi. Ora scopriamo che anche Biden, guarda caso un altro progressista, è affetto dalla medesima patologia.
Frattanto Karl Rove, sulle colonne del Wall Street Journal, evidenzia gli errori di comunicazione commessi da Obama, che dovrebbe essere più istituzionale, più sobrio, per conquistare il consenso dell’America “profonda”. Questa elezione, spiega l’editorialista, non è un plebiscito su John McCain, ma può tramutarsi nella debacle del giovane leader democratico, qualora non riuscisse a superare i persistenti dubbi che hanno accompagnato la sua ascesa.
«The same survey found that 48% of Americans consider Mr. Obama unqualified for the presidency, virtually unchanged from 46% in March and June. […] It is a mistake for Mr. Obama to spend a lot of time attacking Mr. McCain. In the past week, he, his surrogates or his ads have mocked Mr. McCain’s inability to use a keyboard (an activity, like combing his hair or tying his tie, that Mr. McCain has difficulty with because of war wounds), claimed his administration would be riddled with lobbyists, tried to make an issue of his age and successful cancer treatment, missed no chance to suggest he’d be President George W. Bush’s third term, and called him "dishonorable". This last charge is particularly foolish. It’s one of the last things voters will believe about John McCain».
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