Obama: «Il cambiamento è una fede». Ma si può credere al messia anche quando le sue profezie non si avverano?
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Obama: «Il cambiamento è una fede». Ma si può credere al messia anche quando le sue profezie non si avverano?
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Scorgendo le prime pagine dei principali quotidiani internazionali mi capita sempre più spesso di interrogarmi, con malcelato scetticismo, sul “grande cambiamento” promesso da Barack Obama.
Nessuna opposizione preconcetta, sia chiaro, solo una disamina attenta del buonismo dei media. L’attuale inquilino della Casa Bianca dovrebbe essere esposto a critiche più aspre in virtù del clima quasi plebiscitario con cui è stata accolta la sua liberatoria elezione. Uso questi termini in maniera chirurgica: l’addio di George W. Bush, infatti, è stato salutato in Occidente da una standing ovation strabiliante, un’ovazione incondizionata, come se – da un giorno all’altro – un tiranno fosse stato abbattuto, un pericoloso dittatore nato nel cielo di Washington avesse improvvisamente perso le redini di un paese che teneva sotto scacco. In realtà non è andata esattamente così: l’America ha rispettato i confini della democrazia, sancendo una successione (teoricamente) diversa in virtù della contingenza storica. Bush, dopo due mandati, ha visto tramontare il suo appeal politico e ha deciso di non far pesare i voti di famiglia nella successiva tornata interna al GOP, accettando con rassegnazione la candidatura di McCain. Chi, come il sottoscritto, non ha mai odiato aprioristicamente George W., ha il diritto e il dovere di riflettere approfonditamente oggi sulla presunta discontinuità del successore.
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«A D’Avanzo vorrei dire questo: va bene che tu non prendi ordini nemmeno dal tuo direttore, ma come ti può venire in mente di giudicare della libertà degli altri? Che cosa ti dà il diritto di presumere che il giornalismo o si fa come lo fai tu o è un giornalismo venduto? Quale superiorità morale ti dà il fatto di raccogliere regolarmente notizie da poliziotti e 007? Perché se tu decidi di “bucare” la notizia del video di Marrazzo, di cui ti avevano avvertito, sei un giornalista onesto; e se lo fa Minzolini con le storielle di sesso del Berlusca è un fazioso? Non è che tu proteggi i tuoi come il giornalismo di destra protegge l’Amato Loro? E poi ci fai anche la morale?» Antonio Polito.
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Il Cavaliere, in quanto premier «ampiamente disprezzato dagli altri leader europei», col suo sostegno potrebbe essere il vero responsabile della sconfitta internazionale di Blair.
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La polemica fra il direttore del Corriere della Sera ed il fondatore di Repubblica sulla querelle D’Addario dovrebbe essere estratta dal suo contesto naturale per essere esaminata e sviscerata nelle aule universitarie. Almeno in quelle dedite alla formazione accademica dei futuri giornalisti. Dietro i sassi verbali scagliati con violenza dai due autorevoli opinionisti si cela, almeno in parte, la desolante cartina di tornasole dell’informazione italiana.
Chi si approccia a questo mestiere deve preliminarmente porsi una domanda schietta: perché scrivere di ciò che ci circonda? E’ un quesito banale su cui spesso si tende a non riflettere, eppure proprio la risposta ad esso dà senso e profondità ai contributi intellettuali che si intendono fornire ad un’Italia di cortigiani, sempre più guelfa o ghibellina, troppo impegnata a dilaniarsi su sciocchezze per poter discutere delle reali problematiche di fondo. Chi fa informazione parla di politica, non si impegna in politica. Questa è una differenza che nelle nostre edicole tende ad andare in secondo piano, ad essere conculcata sotto il peso delle libere opinioni, meschinamente spacciate per fatti. Il Giornale, Repubblica, il Manifesto, l’Unità sono testate più o meno buone, ma ad orologeria: gridano la rabbia della propria squadra scandendo slogan e seminando il raccolto in vista dell’impegno elettorale futuro, in un clima di emergenza intollerabile per una democrazia occidentale.
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