settembre 21, 2012

Nichi appapà

Ascolta con webReader

NichiappapaNoto che la redazione di Pubblico,
cui va un sincero in bocca al lupo per il battesimo editoriale, si è
immediatamente impegnata in una battaglia civile, laica e discutibile, ma di
sicuro effetto: quella sui matrimoni omosessuali e le correlate adozioni. In
questo senso si è espresso innanzitutto Nichi Vendola, che ha annunciato ai
quattro venti il suo privatissimo e confuso desiderio di paternità. Confuso,
badate, non già in ragione dei gusti e delle preferenze soggettive, per carità,
quanto per ciò che esso implica, per quella – cito testualmente – “cessione di sovranità dagli adulti ai
bambini, che avviene quando il rapporto è corretto, quando il genitore non
adultera il bambino ma sa ascoltarlo
”. Sublime capolavoro di retorica tediosa
ed impegnata: neanche Checco Zalone avrebbe saputo partorire una battuta
simile. Nel merito potremmo naturalmente citare le posizioni più
disparate: potremmo volgere lo sguardo a Pasolini, alla modernizzazione dei
costumi che gli omosessuali avrebbero dovuto perorare per modificare le
strutture sociali della plumbea realtà borghese, in un’ottica di progressismo e
non di tacita accettazione dei privilegi acquisti; potremmo alternativamente sottolineare
come il riconoscimento dei diritti civili dovrebbe far premio su tutto, specie in
una nazione che ancora fatica nel riconoscere legittimità formale alla mera e
semplice convivenza; potremmo, cioè, articolare molteplici obiezioni ad una
linea forse un po’ pressapochista e decisamente ardita, buona per guadagnare
qualche titolo sul giornale, ma non so quanto spendibile politicamente.

Continue reading

settembre 14, 2012

L’altra morale

Ascolta con webReader

Sulla
storia della necessaria indipendenza, i redattori del Fatto Quotidiano hanno
costruito una battaglia epocale. Marco Travaglio, in particolare, ha ereditato
dalla sua collaborazione all’Unità i peggiori difetti del giornalismo di
sinistra: l’idea non già di essere un uomo libero fra uomini liberi, ma di
rappresentare in certa misura, con ostentata e presunta autorevolezza, il grado
stesso della libertà civile possibile in questo paese. Lo ha fatto contro i
professionisti della carta stampata, contro chi scrive su commissione, contro
chi elabora le linee editoriali delle differenti testate, essendo poi però a
libro paga di questo o quel gruppo politico. Così non si abbattono solamente
gli steccati, ma si distrugge l’intera fauna dell’informazione, in quanto il
giornalista medio non dispone di chissà quali capitali ed è costretto ad
incontrare il mondo dell’impresa. Ferrara? Diventa un servo. Belpietro? Uno
schiavo. Il Giornale? L’organo di famiglia. Polito? L’amico degli Angelucci, e
via dicendo. Definizioni sprezzanti per etichettare chiunque, un marchio a
fuoco che squalifica qualsivoglia obiezione, come se il soggetto fosse
eterodiretto da un onorevole, da un senatore o da un gruppo d’interesse. Contro
questo modello, il Fatto ha promosso una diversa partecipazione, definita
trasparente: una società per azioni priva di azionista di controllo, le cui quote
sono ripartite fra gli originari fondatori. E questo avrebbe eliminato il
problema alla radice, tanto più che il giornale non percepisce finanziamento
pubblico.

Ma
cosa succede se una delle teste pensanti del medesimo organo d’informazione
beneficia poi, per la propria attività professionale slegata dalla stampa quotidiana,
di altri rapporti, di altri canali editoriali? Scopriamo così come la Casaleggio
Associati, una società che secondo Il Mondo si occupa “di realizzare e vendere software, hardware, produzioni editoriali e
multimediali come dvd
”, sia alla base della messa in commercio delle inchieste
e delle ricostruzioni storiche di Travaglio, i dvd – per l’appunto – in cui l’opinionista
pontifica dall’alto del suo scranno. Ora, poiché Casaleggio non appare esattamente
una figura di secondo piano in questo dato contesto storico, come dovremmo
interpretare il rapporto che intercorre fra Travaglio ed il suo editore? E come
dovremmo analizzare, col senno di poi, non soltanto le interviste più o meno in
ginocchio a tu per tu con Beppe Grillo, ma anche la costante battaglia volta a
perorare la causa del Movimento 5 Stelle?

settembre 12, 2012

Carta, penna e ghigliottina

Ascolta con webReader

20120911_ingroia

Dopo
il reporter d’assalto situato nelle retrovie ed il cronista in trincea protetto
dalla bandiera di partito, questa sciagurata professione doveva conoscere
l’ennesima e screziata variante: il giornalista togato, il pubblico ministero
dell’informazione, il gran giurì della giustizia pronto a pontificare e
scrivere sermoni su ogni dossier italiano, con tanto di sentenze inappellabili
e fallaci. Il tratto distintivo è sempre lo stesso: un atteggiamento sprezzante
nei confronti dei “servi” che non riconoscono la Verità dogmatica, non quella
scritta nei codici morali o nella Bibbia, nel Talmud o nel Corano, bensì quella
deducibile dalle requisitorie dei procuratori del momento. Pazienza se poi le
sentenze smentiscono; anche quando un processo si rivela inconsistente sotto il
profilo giuridico, per palese assenza di prove o perché il fatto semplicemente
non sussiste, c’è sempre qualche carta cui aggrapparsi per evidenziare il
dubbio e celebrare attorno ad esso un rito orgiastico di sottile piacere. Il
piacere di scoprire il complotto, naturalmente, la congiura, la trappola ordita
dai poteri forti per depistare, infangare ed inquinare la vita sociale della
nostra collettività. C’è un sempre un nemico, un cavaliere oscuro, che minaccia
l’equilibrio cosmico. Neanche Asimov si sarebbe avventurato in certi sentieri,
ma i maestri di penna, calamaio e codice penale mostrano noncuranza nei
confronti del senso del ridicolo e si ritrovano così a sostenere posizioni che
definire ardite è perfino eufemistico.

Continue reading

agosto 26, 2012

La verginità perduta

Ascolta con webReader


Ezio_mauroSu
una cosa Marco Travaglio ha ragione. Il confino dall’area progressista imposto
da Mauro alla combriccola del Fatto Quotidiano è un’operazione vecchia di
cinquant’anni, fumosa e apparentemente priva di una logica sensata. Siamo
lontani dalle espulsioni del Partito Comunista, dagli anni dell’infame esilio
nei confronti di Pier Paolo Pasolini, ma non siamo poi così distanti da quel
pruriginoso atteggiamento di snobismo culturale tipicamente azionista, quel
senso di superiorità manifesta che cela piccole esigenze di bottega, la
necessità di vendere una copia in più o il monopolio culturale esclusivo
rispetto all’area politica di riferimento.

L'
onda anomala del berlusconismo ha spinto nella nostra metà del campo (che noi
chiamiamo sinistra) forze, linguaggi, comportamenti e pulsioni che sono
oggettivamente di destra. Una destra diversa dal berlusconismo, evidentemente,
ma sempre destra (…) con una delega alle Procure non per la giustizia ma per la
redenzione della politica, considerata tutta da buttare, come una cosa sporca
”.

In
poche parole, il direttore di Repubblica ha cercato di prendere le distanze da
un modus operandi nell’informazione
che è stato alimentato ed è cresciuto sotto il suo sguardo vigile.

Continue reading

agosto 22, 2012

Colle-Palermo, niente prigionieri

Ascolta con webReader

Quirinale

A
sinistra volano gli stracci, qualcosa si è rotto. L’equilibrio fra giustizialisti
e garantisti dell’ultima ora ha subito un contraccolpo evidente attorno alla
querelle istituzionale fra Giorgio
Napolitano e la procura di Palermo, con tanto di stilettate dialettiche e
metaforici colpi di moschetto, titoli a nove colonne che hanno rivelato una
particolare acredine. Dimostrazione di un fatto compiuto: se l’imputato non è
Berlusconi, le coscienze integerrime si rivelano note discordanti di un mesto
spartito. E così
La Repubblica
diventa una specie di Tribunale dell’Inquisizione, ove accusa e difesa del
Colle ottengono ampio spazio.

Dietro
l’angolo del Quirinale, in questa sorta di mediatico ring dell’informazione, si schiera il Fondatore Supremo, Eugenio
Scalfari, e con lui – come vedremo – l’ex giudice della Corte Costituzionale Giovanni
Maria Flick, impegnati entrambi a tutelare l’onorabilità individuale ed istituzionale
del Presidente. Sull’altro versante Marco Travaglio e Paolo Flores d’Arcais
trovano un insperato alleato in Gustavo Zagrebelsky, storica firma di Largo
Fochetti nonché presidente emerito della medesima Corte.

Il
pomo della discordia è semplice: ha fatto bene Napolitano a sollevare il
conflitto di attribuzione in merito all'azione posta in essere dai pubblici
ministeri palermitani? Pm che, è bene ricordarlo, hanno intercettato una
telefonata del Colle con l’ex Ministro Nicola Mancino in merito alle inchieste
sulla trattativa Stato-mafia?

Eugenio
Scalfari non ha avuto dubbi di sorta. Le informazioni contenute nella
registrazione telefonica risultano, per dichiarazione stessa delle autorità
inquirenti, penalmente irrilevanti, per cui il Colle invoca l’applicazione del
dettato costituzionale. La politica non può abiurare alla propria funzione e l’autonomia
della magistratura non va confusa con l’anarchia istituzionale. Esistono dei
limiti che non possono essere varcati, altrimenti il caos regnerà sovrano,
fornendo il fianco alle offensive strumentali di politici qualunquisti come
Berlusconi. D’Arcais non ci sta. Di fronte a tale riflessione ha un colpo di
genio: tira fuori un articolo d’annata del Fondatore, un editoriale contro il
tentativo di inquinare la verità dagli scranni più alti delle istituzioni.
Scalfari, sostiene l’opinionista sul Fatto Quotidiano, fino a poco tempo fa
sottolineava come chi non avesse nulla da nascondere non potesse esimersi da un’ordinaria
azione di controllo. Oggi ha cambiato opinione e preferisce secretare gli atti.

A
questo punto il Fondatore si ribella: scrive a nuora, perché suocera intenda.
In una singolare lettera ad Ezio Mauro, pubblicata nell’apposito spazio
dedicato ai lettori di Repubblica, Scalfari diffida Micromega dal pubblicare nuovamente articoli a suo nome, senza l’esplicito
consenso dell’autore. Tutto giusto? Non esattamente. In primo luogo perché d’Arcais
ha rispettato il diritto d’autore, citando esplicitamente la fonte (altrimenti
sarebbe stato oggetto non di una diffida deontologica, ma di una querela
legale); in secondo luogo perché Micromega
e Repubblica fanno parte del medesimo
gruppo editoriale. La lettera a Mauro assume, allora, dei caratteri differenti
e soprattutto si manifesta in chiaroscuro il destinatario insospettabile: Carlo
De Benedetti, padrone assoluto e deus ex
machina
di tutta la baracca.

Continue reading