ottobre 2, 2012

Tutto, pur di perdere

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MatteorenziL’unica
questione che doveva essere posta all’ordine del giorno sulle modalità di
svolgimento delle elezioni primarie, l’establishment del Partito Democratico l’ha
ignorata. Di proposito, aggiungerei. E il perché è presto detto: lungi dall’essere
una consultazione popolare, con regole valide erga omnes, la selezione del candidato leader del centro-sinistra
che verrà somiglia piuttosto a quella di un reality: l’ennesima bufala, la
solita farsa eterodiretta all’italiana. Uno specchietto per le allodole
contraddistinto da un insieme generale di norme caratterizzate dalla
connotazione contra personam. La
figura da osteggiare, il nemico pubblico numero uno, manco a dirlo, è il dittatore
di Firenze: il rottamatore che, sulla base di dieci anni di servizio, ambisce improvvisamente
a diventare l’outsider, ad essere la spia di un disagio e la spina nel fianco
dello storico, grigio ed ortodosso gruppo dirigente. Un gruppo dirigente paragonabile
ad un mezzo collaudato nei minimi dettagli, capace di relegare sistematicamente
la sinistra all’opposizione per la gioia dei berlusconiani d’ogni età,
costringendo il fronte progressista a rimanere in uno stato para-vegetativo
permanente. E così Renzi diventa il candidato di Gori, il pupo di pezza stupido
che viene agitato e strumentalmente usato dagli esperti di comunicazione per
consentire ad improbabili lobbisti di detenere una quota significativa del
pacchetto azionario del Pd. Già, quello stesso Pd, vergine e puro, che al
momento della fondazione riservò simbolicamente la prima tessera a Carlo De
Benedetti, noto esponente del sottoproletariato romagnolo. D’Alema, Bindi,
Finocchiaro e compagni si trovano così spiazzati da una contestazione che non
sanno gestire: un fenomeno politico distante anni luce dal centralismo
democratico, capace di rendere il “nuovismo” un approccio metodologico, pone
sullo sfondo il tema della ricerca delle responsabilità da parte di un’intera
classe politica, la Sempiterna, pronta
a reclamare l’ennesima opportunità di gestire la cosa pubblica a fronte di
quarant’anni di poco onorato servizio.

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settembre 9, 2012

La fiction infinita

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Il
nostro sistema politico vive di analogie, di corsi e ricorsi storici, di
situazioni parossistiche che presentano caratteri comuni. L’unico dato di fondo,
ragionevolmente certo, è la totale incapacità della classe dirigente di
centro-sinistra di far tesoro della lezione precedente. Non sono ingeneroso né volutamente
polemico. Narriamo i fatti col gusto della genericità, presentando cioè
soltanto i caratteri essenziali della situazione, lasciando al lettore il
giudizio sugli eventi e le consequenziali ricostruzioni.

Dunque:
un sistema politico si avvia al lento ma inesorabile declino. I partiti
tradizionali hanno dimostrato una congenita incapacità nella gestione delle
diverse crisi, siano esse di natura strutturale o di mera congiuntura, abbiano
esse una natura istituzionale o un’origine prettamente economica. A ciò va
aggiunto un dato ripugnante: la corruzione ha superato i confini dell’imponderabile,
conducendo non tanto al dissesto morale, quanto al degrado della sfera
pubblica. Il Parlamento  è parso compromesso
nella sua credibilità, a causa di magagne giudiziarie di poco onorevoli
esponenti. Images Tanto è stato l’imbarazzo, che il Quirinale, per fronteggiare le
difficoltà, ha dovuto far riferimento ad un governo tecnico, ad un corpo amorfe
del sistema, presieduto da una figura di alto profilo stimata unanimemente in
sede internazionale. Questi ha accettato l’onere e l’onore di governare “l’azienda-Italia” al fine di consentire al paese il pieno adempimento agli impegni presi dai
precedenti Esecutivi sul fronte comunitario. Con una promessa: rinnovare una
legge elettorale farraginosa e consentire il pieno dispiegamento di una fase
due, riponendo la politica al centro delle sue responsabilità. Mentre la classe
dirigente progressista ha iniziato ad elaborare programmi di governo a
geometrie variabili, sfruttando cioè le possibili alleanze con soggetti a
destra ed a sinistra del suo schieramento, si è diffusa mediaticamente la
futura lista degli eletti, la spartizione degli incarichi istituzionali, quasi
la prassi democratica fosse una formalità scomoda e fastidiosa.

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settembre 6, 2012

Il papa straniero

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Ministri_corrado_passeraIl
gusto dell’esotismo la sinistra italiana l’ha sempre avuto nel proprio codice
genetico, una strana forma di esterofilia stagionale, utile nei momenti di
crisi per plasmare l’anima del Partito Democratico secondo le mode del momento,
valutate le convenienze del caso: Bill Clinton, Tony Blair, Gerhard Schröder, José
Luis Rodríguez Zapatero, Barack Obama sono diventati a turno statue di olimpica
memoria, figure mitologiche che meritano un posto nel pantheon del riformismo
nazionale, quasi avessero materialmente inciso sulla crescita economica,
politica o spirituale di questo sciagurato paese. Un atteggiamento forse
provinciale, ma certamente utile, specie se il fine è deviare l’attenzione
dalle grandi rotture consumatesi nel frattempo all’interno dello Stivale. Volgendo
lo sguardo a Roma, infatti, il discorso è tuttora complesso: la sfida fra il socialismo
craxiano della Milano bene e l’ortodossia mite di berlingueriana memoria non è
ancora divenuta un tema per gli storici, tanto scottante è l’argomento e tanta
grossa è l’eredità. E poiché le fratture si consumano nelle correnti del fu
Partito Comunista alla luce del sole, vige spesso e volentieri la voglia, il
desiderio inespresso di essere dominati da un Papa straniero. Vedi alla voce:
complesso d’inferiorità.

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agosto 29, 2012

L’eterna lotta

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Pertini_Saragat_JottiLe parole pronunciate da Bersani per censurare i
toni cruenti utilizzati strumentalmente da Beppe Grillo meritano una
riflessione, un’analisi attenta, se vogliamo, che si discosti dalla prassi del
luogo-comunismo imperante. Esse non costituiscono una semplice reazione, magari
esasperata, della classe dirigente del Partito Democratico ad un linguaggio
provocatorio, volgare, fatto di strappi, di frasi dette con brutale trivialità,
destinate a carezzare il grasso ventre dell’antiparlamentarismo. No, o almeno non
solo. Esse riflettono piuttosto, sia pur in maniera embrionale, un tic insito
nel dna della sinistra italiana: il tentativo di espellere dal proprio corpo
quelle forze, d’opposizione o di governo, che non soddisfano i criteri di
purezza richiesti, forse anche pretesi, da improbabili alfieri della
trasparenza. Il concetto fu ben sintetizzato da Nenni in una formula originale:
a sinistra trovi sempre qualcuno più puro che ti epura. E così l’epiteto
fascista, nella nostra storia repubblicana, è stato ipocritamente piegato ad
esigenze di bottega ed i sarti della capziosità hanno cucito la camicia nera ai
portatori sani di qualsivoglia ragionamento in grado d’incarnare una proposta
politica differente: De Gasperi come Almirante, Craxi come Andreotti, Forlani e
Malagodi, perfino il presidente Saragat, tutti a turno hanno subito questa
presunta onta. E proprio il caso dell’ex inquilino del Colle può fornirci una
chiave di lettura alternativa circa la valutazione dello scontro in atto.

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agosto 10, 2012

Dalla Lettera di Paolo

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Paolo-Flores-dArcais

Chi ha frequentato, almeno una volta nella vita, i salotti bene di una sinistra moderna e socialista, sa che l’intellettuale-militante è una specie di metastasi nel corpo delle forze progressiste del paese: con il suo fare illuminato, con il suo tracotante atteggiamento da uomo vissuto, con l’aria da rivoluzionario dei Parioli, l’Eroe (la E maiuscola è laicamente sacra) giudica dall’alto del suo scranno la totalità degli atteggiamenti umani, biasimando – fra i comfort – le popolari miserie che attanagliano “quell’altra Italia”: un paese moralmente povero, considerevolmente rozzo, incapace di concepire il supremo interesse nazionale, al di là delle strette esigenze particolaristiche del piccolo nucleo familiare di riferimento, secondo una chiara matrice d’estrazione borghese. L’intellettuale-militante, al tempo stesso censore e vero artefice del pensiero unico, ha, a ben vedere, una forma mentis estremamente semplice e consequenziale. Procede nei ragionamenti secondo i dettami di un rigido schema binario: in ossequio alla più rigorosa tradizione manichea, o stai con lui o sei contro di lui, o ti schieri in difesa della gauche o fai parte dei reazionari, o diventi progressista o sei destinato a restare il fascista di sempre.

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