A dieci anni dalla morte, la memoria di Bettino Craxi continua a lacerare il paese, spaccato in due tra quanti sostengono la necessità di riconoscere i meriti storici dell’uomo pubblico e quanti, con particolare riferimento alle ultime vicende giudiziarie, rimproverano all’ex presidente del Consiglio una condotta immorale e illegale.
La capacità di frammentazione da parte della società civile nell’elaborazione d’una memoria storica, scissa ancora tra guelfi e ghibellini, rappresenta, di volta in volta, un fenomeno curioso, che meriterebbe analisi approfondite. Ogni dibattito è capace di innescare dei tic psicologici nell’opinione pubblica, pronta a vestire celermente magliette e calzoncini di diverso colore, nell’esigenza, quasi antropologica, di creare una tifoseria da stadio. Di più: si instaurano degli ideali etici in virtù del logoramento politico odierno. Perché davvero l’accanimento contro la memoria del compianto leader socialista non avrebbe alcun senso, se non fosse letto in un’ottica (deleteria) di antiberlusconismo.
Con tutta la stima e l’affetto che provo per i cari di Bettino e per le battaglie solitarie di Stefania, condotte in nome e per conto di uno straordinario e rispettosissimo segno di dignità familiare, non credo che nessuno nell’agone parlamentare proponga oggi una canonizzazione del leader. Tranne Tommaso Moro, di Santi in circolazione in certi ambienti ve ne sono davvero pochi e perfino le proverbiali dita della mano risultano nello specifico superflue. Epperò si chiede alla coscienza pubblica di valutare le azioni del segretario in chiave storica, riconoscendo meriti e demeriti della sua azione legislativa. Perché Craxi, è bene ricordarlo, non fu uno sprovveduto o un fenomeno di passaggio nell’Italia primo-repubblicana. Fu il motore di un profondo cambiamento, di un rinnovamento sostanziale del dibattito. Si ricorda spesso la battaglia sulla scala mobile o la decisione di contrastare il potente alleato americano a Sigonella, operazioni compiute nel segno del valore storico di quegli atti, ma Craxi fu molto più di questo: fu la capacità di progettare un socialismo dissidente rispetto al modello egemone sovietico; fu la consapevolezza dottrinale dell’importanza liberale di una filosofia socialdemocratica; fu la decisione di sfatare un tabù primordiale, legato ai valori della Resistenza, con una necessaria riforma costituzionale. Fu cioè uno straordinario innovatore, le cui idee – ancor oggi – appaiono conquiste per l’intero asse riformista.
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Sono passati trentadue anni dalla strage di Acca Larentia. Il 7 gennaio del 1978 Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti, due giovani attivisti di destra, furono barbaramente uccisi, falciati nel quartiere Tuscolano di Roma, una volta abbandonata la sezione del Movimento Sociale locale. Poche ore dopo una manifestazione improvvisata sull’onda dell’indignazione innescò uno scontro con le forze dell’ordine e un’altra vittima non vide l’alba del giorno successivo: Stefano Recchioni.
L’accusa era puramente ideologica: si rinfacciava agli esponenti del Fuan la loro connivenza storica con un regime che non avevano nemmeno potuto supportare per una questione meramente anagrafica. Il volantinaggio di gruppi alternativi d’altronde era già una prova sufficiente per consumare un atto ignobile, due omicidi a sangue freddo compiuti in nome e per conto di una giustizia di classe, volta a punire coloro che incarnavano un’idea dissimile dal concetto di “democrazia proletaria” tanto in voga in quegli anni.
A distanza di tempo è forse possibile chiedersi perché la violenza raggiunse in quel contesto storico un livello impressionante, tanto da trasformare l’agone politico in una sorta di trincea in cui combattere perennemente una guerra civile tra fazioni.
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Per me Scalfari è svenuto.
«L´intuizione storica di una riconquista di uno spazio autonomo del Psi, succubo fino al ‘76 della preminenza comunista, avvalorata dal consociativismo berlingueriano con la sinistra dc, era una necessità per l´Italia. Anche la dilatazione del deficit pubblico fu spinta dal consociativismo e dalla invadenza sindacale che ne derivava. Senza autonomia e peso autonomo del Psi nel governo di centro-sinistra, non ci sarebbe stata la svolta storica della scala mobile e l´inversione di una inflazione devastante, così come non ci sarebbe stata una scelta europeista epocale, quando Craxi, al Vertice di Milano dell´85 impose il voto a maggioranza contro la Thatcher per passare al Mercato unico; così come fu decisivo il suo intervento per permettere contro il Pci, l´installazione degli euromissili in Italia a fronte di quelli installati da Breznev, puntati sull´Europa per ricattarla. Per far questo occorreva un partito dotato anche di autonomia economica. Di qui la scelta rovinosa delle tangenti, gli arricchimenti, gli scandali nel clima di cinismo realpolitik inalberato dal Capo. Il giudizio, però, si è squilibrato da una parte sola: tutta la vita italiana era condizionata dai costi “impropri” della democrazia: la Dc imponeva tangenti pubbliche, il Pci riceveva i soldi prima dall´Urss e poi delle cooperative. Ma il marchio dell´immoralità è finito solo su Craxi. Il codardo insulto sfiorò persino i “miglioristi” del Pci, accusati di “filo-craxismo”. Una ingiustizia storica che duole ancora». Mario Pirani.
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In questo caso “siamo tutti coglioni” sembrava un motto più azzeccato.
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«Con la querelle sulle vicende private del premier, ci abbiamo perso anche noi». Dario Franceschini.
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Sul caso Marino il Foglio ha pubblicato nuovi dettagli interessanti. Mi riferisco, in particolare, a una lettera firmata da Paul Wood, responsabile delle pubbliche relazioni nonché vice presidente dell’Upmc.
«La lettera firmata dal Dr. Ignazio Marino il 6 settembre 2002 è la lettera finale e ufficiale delle dimissioni e non rappresenta né una bozza né un tipo di lettera standard di conclusione di rapporto. Le irregolarità nella gestione finanziaria furono portate alla luce dal servizio di audit di UPMC – e non dal Dr. Marino. Esse furono poste in essere in modo intenzionale e deliberato da parte del Dr. Marino, e questo accadde in modo ripetuto nell’arco di molti mesi e non si è limitato ad un singolo evento. La corrispondenza successiva con il Dr. Marino e i suoi rappresentanti legali semplicemente specificava come sarebbero state attuate le condizioni di fine rapporto. Successiva corrispondenza e lettere di referenze non hanno avuto alcun effetto in quanto il Dr. Marino aveva rinunciato a ogni privilegio legato alla sua posizione, forfait, salari, benefits, liquidazione e ogni altro futuro pagamento come parte dell’accordo di restituzione, incluso qualsiasi tipo di collaborazione professionale con UPMC e con le proprie affiliate. Qualunque preoccupazione il Dr. Marino possa aver avuto in merito alla Sicilia e alle proprie scelte di carriera, ciò non ha avuto alcun rilievo nella negoziazione. Ad oggi, nessun fatto o informazione ha modificato o invalidato il contenuto della lettera del 6 settembre 2002».
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Scrivo questo breve spunto rivolgendomi direttamente all’onorevole Marino per avere alcune delucidazioni in merito a uno scoop trascurato dalla grande stampa. In passato, onorevole, Lei ha pubblicamente richiamato la necessità di sollevare una nuova questione morale nel Partito Democratico e, ad ampio respiro, nel contesto nazionale. Scelta, a mio avviso, saggia e sensata. Lo ha fatto a più riprese e su più fronti, esplicitando in molteplici occasioni il sogno di confrontarsi con un “Parlamento pulito”. Ora, chiedere ai governanti di non avere pendenze giudiziarie a proprio carico, a dispetto della morale imperante, non mi sembra un’idea balzana, sebbene il protagonismo di una certa corrente della magistratura sia ormai parte del dna della nostra storia patria, fatto di cui è impossibile non tenere conto.
Questa battaglia di rigore Le ha procurato consensi nel Paese e la mia personale e istintiva simpatia. Il perché è presto detto: chiedere trasparenza all’indomani della nascita di un movimento politico è un’operazione di buon senso che va salutata con un plauso generale, quali che siano le motivazioni di fondo dell’operazione, visibilità o semplice candore.
Oggi però la Sua figura è messa in discussione da una rivelazione trapelata sulle colonne del Foglio di Ferrara. Poiché, in occasione delle primarie del partito, Lei ha deciso legittimamente di giocare un ruolo più marcato, offrendo agli italiani la possibilità di scegliere una piattaforma diversa rispetto a quella dei suoi contendenti, ebbene credo che soffermarsi sulle parole riportate dal quotidiano conservatore sia indispensabile per Lei e per i suoi eventuali elettori.
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