ottobre 2, 2012

Tutto, pur di perdere

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MatteorenziL’unica
questione che doveva essere posta all’ordine del giorno sulle modalità di
svolgimento delle elezioni primarie, l’establishment del Partito Democratico l’ha
ignorata. Di proposito, aggiungerei. E il perché è presto detto: lungi dall’essere
una consultazione popolare, con regole valide erga omnes, la selezione del candidato leader del centro-sinistra
che verrà somiglia piuttosto a quella di un reality: l’ennesima bufala, la
solita farsa eterodiretta all’italiana. Uno specchietto per le allodole
contraddistinto da un insieme generale di norme caratterizzate dalla
connotazione contra personam. La
figura da osteggiare, il nemico pubblico numero uno, manco a dirlo, è il dittatore
di Firenze: il rottamatore che, sulla base di dieci anni di servizio, ambisce improvvisamente
a diventare l’outsider, ad essere la spia di un disagio e la spina nel fianco
dello storico, grigio ed ortodosso gruppo dirigente. Un gruppo dirigente paragonabile
ad un mezzo collaudato nei minimi dettagli, capace di relegare sistematicamente
la sinistra all’opposizione per la gioia dei berlusconiani d’ogni età,
costringendo il fronte progressista a rimanere in uno stato para-vegetativo
permanente. E così Renzi diventa il candidato di Gori, il pupo di pezza stupido
che viene agitato e strumentalmente usato dagli esperti di comunicazione per
consentire ad improbabili lobbisti di detenere una quota significativa del
pacchetto azionario del Pd. Già, quello stesso Pd, vergine e puro, che al
momento della fondazione riservò simbolicamente la prima tessera a Carlo De
Benedetti, noto esponente del sottoproletariato romagnolo. D’Alema, Bindi,
Finocchiaro e compagni si trovano così spiazzati da una contestazione che non
sanno gestire: un fenomeno politico distante anni luce dal centralismo
democratico, capace di rendere il “nuovismo” un approccio metodologico, pone
sullo sfondo il tema della ricerca delle responsabilità da parte di un’intera
classe politica, la Sempiterna, pronta
a reclamare l’ennesima opportunità di gestire la cosa pubblica a fronte di
quarant’anni di poco onorato servizio.

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agosto 26, 2012

La verginità perduta

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Ezio_mauroSu
una cosa Marco Travaglio ha ragione. Il confino dall’area progressista imposto
da Mauro alla combriccola del Fatto Quotidiano è un’operazione vecchia di
cinquant’anni, fumosa e apparentemente priva di una logica sensata. Siamo
lontani dalle espulsioni del Partito Comunista, dagli anni dell’infame esilio
nei confronti di Pier Paolo Pasolini, ma non siamo poi così distanti da quel
pruriginoso atteggiamento di snobismo culturale tipicamente azionista, quel
senso di superiorità manifesta che cela piccole esigenze di bottega, la
necessità di vendere una copia in più o il monopolio culturale esclusivo
rispetto all’area politica di riferimento.

L'
onda anomala del berlusconismo ha spinto nella nostra metà del campo (che noi
chiamiamo sinistra) forze, linguaggi, comportamenti e pulsioni che sono
oggettivamente di destra. Una destra diversa dal berlusconismo, evidentemente,
ma sempre destra (…) con una delega alle Procure non per la giustizia ma per la
redenzione della politica, considerata tutta da buttare, come una cosa sporca
”.

In
poche parole, il direttore di Repubblica ha cercato di prendere le distanze da
un modus operandi nell’informazione
che è stato alimentato ed è cresciuto sotto il suo sguardo vigile.

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aprile 14, 2011

Fuori dal tempo

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Un tempo la rive gauche nostrana pubblicava lunghi elzeviri contro George W. Bush, spavaldo cowboy che in spregio alle elementari regole del diritto internazionale progettava a tavolino l’invasione di un paese. I paragoni letterari con le mefistofeliche figure dei romanzi si sprecavano. Oggi la stessa banda si spinge a sostenere che la difesa della democrazia passa talvolta per la forzatura di alcuni suoi principi cardine, primo fra tutti quello della «cosiddetta sovranità popolare». E nei confronti di un fenomeno, il berlusconismo, che andrebbe analizzato e risolto con le armi proprie della politica, lasciando poi agli storici il giudizio più o meno aspro nei confronti di questa stagione, propongono invece una sorta di santissima alleanza nazionale che inneschi dal basso dei meccanismi rivoluzionari. Un’alleanza composta da forze nuove, dai Carabinieri e dalla Polizia di Stato, progettata per congelare le immunità parlamentari e restituire agli esimi Robespierre la possibilità di stabilire col pollice verso il diritto alla vita o alla morte di un avversario. Dall’esportazione della democrazia all’importazione del totalitarismo il passo è veramente breve.

gennaio 3, 2011

Altro muro, altra vergogna

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«Per passare da Israele nei Territori bisogna imbattersi nel Muro che sigilla i palestinesi nel loro “apartheid” e sfregia la Terra santa e la stessa Gerusalemme». Così Raniero La Valle, il 5 febbraio dell’anno passato, censurava allo stesso tempo la decisione del governo israeliano di issare fisicamente una barriera ed i silenzi compiacenti dell’Esecutivo italiano, troppo intento «a rovesciare la politica estera che ha intessuto legami e gettato ponti in tutto il Medio Oriente». Stante questa forte presa di coscienza contro una politica segregazionista in nome della dignità dei popoli, mi sarei aspettato stamane di leggere una nota dolente su Repubblica. Non pretendevo un editoriale di Eugenio Scalfari, per carità, ma quantomeno un piccolo fondo, un richiamo, un ammonimento sugli ultimi sviluppi ai confini dell’Europa. Invece nulla. Nessuno ha speso una sola parola sulla decisione del governo greco di issare un muro lungo 206 chilometri sul confine con la Turchia, al fine di arrestare l’eventuale nuova ondata di immigrazione clandestina.

La Grecia, un paese in gravi difficoltà economiche che pertanto necessità più di ogni altro dell’aiuto dell’intera comunità europea, ha deciso di imporre il proprio giro di vite. Così, arbitrariamente, non curandosi degli sgradevoli effetti indesiderati. «La società greca non ne può più, ha raggiunto i suoi limiti», ha chiosato il responsabile degli affari sull’immigrazione Christos Papoutsis durante la presentazione del progetto. Pazienza per quei rifugiati pakistani, afghani o iracheni che cercano uno Stato ove siano rispettati i diritti inalienabili dell’uomo, sistematicamente violati nei territori di guerra; la Grecia deve rialzarsi, non ha tempo da perdere con gli ultimi. E la stampa può tacere: in fondo Ankara non è mica Lampedusa.