L’unica
questione che doveva essere posta all’ordine del giorno sulle modalità di
svolgimento delle elezioni primarie, l’establishment del Partito Democratico l’ha
ignorata. Di proposito, aggiungerei. E il perché è presto detto: lungi dall’essere
una consultazione popolare, con regole valide erga omnes, la selezione del candidato leader del centro-sinistra
che verrà somiglia piuttosto a quella di un reality: l’ennesima bufala, la
solita farsa eterodiretta all’italiana. Uno specchietto per le allodole
contraddistinto da un insieme generale di norme caratterizzate dalla
connotazione contra personam. La
figura da osteggiare, il nemico pubblico numero uno, manco a dirlo, è il dittatore
di Firenze: il rottamatore che, sulla base di dieci anni di servizio, ambisce improvvisamente
a diventare l’outsider, ad essere la spia di un disagio e la spina nel fianco
dello storico, grigio ed ortodosso gruppo dirigente. Un gruppo dirigente paragonabile
ad un mezzo collaudato nei minimi dettagli, capace di relegare sistematicamente
la sinistra all’opposizione per la gioia dei berlusconiani d’ogni età,
costringendo il fronte progressista a rimanere in uno stato para-vegetativo
permanente. E così Renzi diventa il candidato di Gori, il pupo di pezza stupido
che viene agitato e strumentalmente usato dagli esperti di comunicazione per
consentire ad improbabili lobbisti di detenere una quota significativa del
pacchetto azionario del Pd. Già, quello stesso Pd, vergine e puro, che al
momento della fondazione riservò simbolicamente la prima tessera a Carlo De
Benedetti, noto esponente del sottoproletariato romagnolo. D’Alema, Bindi,
Finocchiaro e compagni si trovano così spiazzati da una contestazione che non
sanno gestire: un fenomeno politico distante anni luce dal centralismo
democratico, capace di rendere il “nuovismo” un approccio metodologico, pone
sullo sfondo il tema della ricerca delle responsabilità da parte di un’intera
classe politica, la Sempiterna, pronta
a reclamare l’ennesima opportunità di gestire la cosa pubblica a fronte di
quarant’anni di poco onorato servizio.

allo stesso tempo la decisione del governo israeliano di issare fisicamente una barriera ed i silenzi compiacenti dell’Esecutivo italiano, troppo intento «a rovesciare la politica estera che ha intessuto legami e gettato ponti in tutto il Medio Oriente». Stante questa forte presa di coscienza contro una politica segregazionista in nome della dignità dei popoli, mi sarei aspettato stamane di leggere una nota dolente su Repubblica. Non pretendevo un editoriale di Eugenio Scalfari, per carità, ma quantomeno un piccolo fondo, un richiamo, un ammonimento sugli ultimi sviluppi ai confini dell’Europa. Invece nulla. Nessuno ha speso una sola parola sulla decisione del governo greco di issare un muro lungo 206 chilometri sul confine con la Turchia, al fine di arrestare l’eventuale nuova ondata di immigrazione clandestina.
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