In politica spesso l’identità culturale viene strumentalizzata nel dibattito. In Italia è un fenomeno costante. Si pensi, nello schieramento parlamentare, alla presenza della Lega Nord, costituitasi negli anni ’90 in un clima d’emergenza nazionale attorno al mito dell’identità padana, letteralmente inventata in contrapposizione alle forze di “Roma ladrona”.
La questione svizzera sul divieto di edificare nuovi minareti ha alimentato un dibattito surreale. Due posizioni hanno particolarmente colpito la mia attenzione. La prima, quella espressa dall’onorevole Gasparri, si basa su un principio:
«Moschee o minareti spesso non sono solo simboli di culto, ma luoghi dove i predicatori di odio, nella loro lingua, infondono i dettami della violenza e dell’intolleranza. In pericolo non c’è solo la nostra identità cristiana, ma la nostra sicurezza».
Gasparri, è bene ricordarlo, è colui che ha recentemente posto una severa critica al presidente della Camera, specificando che certe idee così palesemente antitetiche al dettato del Pdl non solo non possono essere espresse pubblicamente, ma non dovrebbero neppure essere pensate. Ora, se Gasparri pensasse di più al di fuori della logica partitica, forse riuscirebbe a calarsi meglio in una realtà difficile qual è quella dell’integrazione, per il bene nazionale. Fa sorridere l’idea che l’Occidente, in nome del bagaglio culturale della tolleranza che detiene, debba diventare improvvisamente intollerante nei confronti della libertà spirituale altrui, inibendo ai musulmani la possibilità di recarsi in luoghi prestabiliti per celebrare la preghiera. Il tema caldo è ovviamente quello della sicurezza, così anziché imporre – ad esempio – di predicare i sermoni nella nostra lingua, si decide arbitrariamente di impedire la riunione stessa della comunità islamica. Si va a monte, conculcando l’espressione religiosa per evitare di confrontarsi domani con un’ipotetica minaccia terroristica. Non c’è che dire, è vero liberalismo.
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C’è qualcosa di moralmente inaccettabile nelle espressioni usate da Daniela Santanchè contro il profeta Maometto. C’è uno spirito di intolleranza nei confronti del diverso che rasenta i toni più brutali di una destra estrema e radicale, la cui anima oltranzista risulta oggi anacronistica e ridicola. Ma c’è anche dell’altro: c’è il riflesso di una debolezza interpretativa nel concepire il ruolo dell’Occidente, la manifestazione più evidente di una scarsa propensione all’elaborazione culturale dei processi di integrazione, e il rischio di una guerra senza frontiere nei confronti della nostra diplomazia.
Riassumiamo i fatti: domenica pomeriggio, su Canale 5, la trasmissione di approfondimento condotta dalla D’Urso si è trasformata nell’ennesima crociata messa in atto dal leader del Mpi. Parlando della questione sollevata in ambito europeo sulla possibilità di rimuovere i nostri crocifissi dalle aule, Daniela Santanchè non si è trattenuta, accusando la controparte islamica – guidata, nello specifico, da Ali Abu Schwaima – a prescindere dalla palese contrarietà dell’imam in studio rispetto alle conclusioni della Corte dei diritti dell’uomo. Una frase si è distinta tra le urla: «Maometto era poligamo, aveva nove mogli, l’ultima delle quali aveva nove anni, quindi era pedofilo, pe-do-fi-lo. E’ la storia». Espressione, quest’ultima, pronunciata a più riprese. Scatta la pausa pubblicitaria e la Santanchè corregge il tiro, precisando che non era sua intenzione offendere gli uomini di fede coranica e affermando, anzi, con una certa noncuranza, di avere dietro di sé la quasi totalità dell’Islam moderato.
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«Ho cominciato a riflettere in un’epoca in cui la nostra cultura aggrediva altre culture e a quel tempo mi sono eretto a loro difensore e testimone. Oggi ho l’impressione che il movimento si sia invertito e che la nostra cultura sia finita sulla difensiva di fronte a minacce esterne». Inizio volutamente questa breve riflessione rendendo omaggio a Lévi-Strauss, intellettuale ante litteram per definizione, recentemente scomparso alla veneranda età di cento anni, dopo aver illuminato ciascuno di noi sulla via della conoscenza antropologica dell’essere.
Devo dire la verità: la decisione della Corte dei diritti dell’uomo non mi ha sorpreso più di tanto. Sfrattare Cristo dalle nostre istituzioni pare la logica conseguenza di un atteggiamento estremamente noncurante, adottato spesso dalla comunità europea su certe tematiche. Altrettanto lapalissiano è il patrocinio dell’iniziativa a cura di alcuni membri dell’Uaar (Unione atei e agnostici razionalisti): parliamo di persone disposte a versare un obolo di settemila euro pur di coprire i pullman delle metropoli con frasi perentorie sull’inesistenza di Dio, con buona pace della crisi economica e giusto per turbare lo stato di convivenza civile già precario in questo nostro paese. Tuttavia ciò che più infastidisce è il clima di ostilità al cristianesimo che spesso si diffonde nel quadro continentale, a folate, secondo le mode del momento. La prima vittima fu Rocco Buttiglione, reo di aver considerato l’omosessualità come un peccato. Certo, obiettarono i Soloni dell’epoca, una persona così bigotta non potrà mai tutelare l’intera collettività. Epperò lo stesso Buttiglione, fin dalle premesse, aveva specificato il senso delle sue parole e l’esigenza di distinguere i convincimenti dottrinali rispetto alla pratica governativa, volta a una ligia considerazione laica della sfera del potere. Pazienza.
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Domani, su queste colonne, troverete un focus sulla situazione iraniana e sugli ultimi sviluppi in ambito internazionale dopo le rivelazioni dell’Aiea. Per questa settimana, pertanto, anticipiamo a sabato l’impegno col teatro, pubblicando un pezzo a me particolarmente caro: l’ultimo canto del Paradiso di Dante, recitato da Roberto Benigni.
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Caro direttore, poiché Daniela Santanché invita a parlare di fatti e non di teorie, mi adeguo al suo registro e mi limito a porre una serie di constatazioni. Primo, ciarlare di velo islamico in generale non ha senso, poiché l’hijab – il copricapo posto sui capelli – non è in contrasto con alcuna norma costituzionale, a meno che non si vogliano bandire berretti e bandane con una nuova disposizione legislativa (in questo caso non ditelo al premier). Secondo, le trasformazioni delle culture ancestrali che avvengono dall’interno delle civiltà hanno sempre una rilevanza differente rispetto a quelle imposte dall’esterno. Anziché educare le masse a suon di manifestazioni di partito in cerca di visibilità, sarebbe più opportuno riflettere sulla necessità di trovare punti di convergenza su cui discutere. Terzo, nonostante la condizione femminile nei paesi arabi non sia certo rosea, non è vero che le donne sono stroncate dall’immobilità collettiva: qualche anno fa in Arabia Saudita un movimento civico promosse una petizione per abolire le restrizioni poste alle donne per la visita al santuario della Mecca e ottenne una straordinaria vittoria. Le semplificazioni banali non portano da nessuna parte.

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Il 31 ottobre del 2006 scrissi, sulle colonne della mia pagina personale, un articolo abbastanza lungimirante sulla questione del velo islamico, risollevata proprio ieri da Daniela Santanché, ex esponente di Alleanza Nazionale. Lo ripropongo integralmente come spunto di riflessione prima di due o tre considerazioni finali.
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“La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. Sono bastati settemila euro all’Uaar (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti) per ottenere, dal 4 Febbraio, spazi pubblicitari sui mezzi di trasporto del comune di Genova, la cui diocesi è guidata dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco. Una provocazione bella, buona e a basso costo: sette mila euro per assicurare un riconoscimento alla par condicio spirituale e provocare le pie coscienze, costringendole a meditare sulla necessità di rispondere all’ondata clericale imperante.
Queste sono le premesse che hanno spinto la citata organizzazione a prendere l’iniziativa. L’evento non deve però sorprendere i lettori: in un paese in cui basta una giacca e una cravatta per essere definiti dottori, con buona pace dei corsi di laurea e delle varie riforme universitarie, l’esplosione a cielo aperto di comitati, organizzazioni e associazioni insulse, il cui unico obiettivo è conquistare le prime pagine dei giornali, è un dato di fatto; inoltre la filosofia secolare che mira alla contestazione di tutto ciò che appare vicino alla curia Vaticana gode, nel contesto odierno, di un indubbio fascino grottesco, grazie anche alla campagna stampa lanciata a spron battente dalla gauche nostrana. La Chiesa predica il Verbo quando inneggia ai valori della pace e della tolleranza, ma non appena il messaggio biblico penetra nell’agenda pubblica scontrandosi coi disvalori eutanasici e col mito del figlio perfetto, ecco che il Papa improvvisamente diventa un nemico, peggio, l’ospite sgradito di questo nostro Stato. E via coi leitmotiv coscienziosi liberal radicali arcinoti da tempo.
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