novembre 7, 2009

Le vere dittature

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In questo paese, faziosamente, si parla spesso di regime, di metodi brutali, di una minaccia radicale alle libertà basilari sancite dalla nostra Costituzione. Varie scempiaggini propagandistiche, condite con indispensabili richiami alla coscienza democratica di piazza, strumenti utili ai soliti noti per evidenziare il macroscopico conflitto d’interesse che grava sulla presidenza del Consiglio. Giusto il fine, sbagliati i mezzi. Curiosamente, poi, quanti citano nelle trasmissioni del servizio pubblico i rapporti negativi di Freedom House sulla libertà di stampa, con i conseguenti moniti della Comunità europea nei confronti del duopolio televisivo, partecipano alle manifestazioni d’opposizione al “tiranno” sotto l’insegna romantica delle bandiere di Che Guevara. Bene, questo è quello che succede a Cuba, mentre lor signori distraggono lo sguardo per scrutare minuziosamente le cosce di alcune escort issate a martiri della videocrazia. Naturalmente non potevo esimermi dall’esprimere solidarietà a Yoani. Non sei sola.

«Mi sono rifiutata di salire sul brillante Jelly e abbiamo preteso che si identificassero e mostrassero un mandato giudiziario che li autorizzasse a portarci via. Non ci hanno fatto vedere nessuna carta che provasse la legittimità del nostro arresto. I curiosi si accalcavano intorno e io gridavo: “Aiuto, questi uomini ci vogliono sequestrare”, ma loro hanno fermato chi voleva intervenire con un grido che rivelava tutto il fondamento ideologico dell’operazione: “Non vi intromettete, questi sono dei controrivoluzionari”. […]Per un istante, ho temuto che non sarei più uscita da quell’auto. “Sei arrivata fino a qui, Yoani”, “Adesso la finirai di fare pagliacciate”, ha detto quello che era seduto accanto all’autista e che mi tirava i capelli. […]. Come potrò dirgli che vive in un paese dove succedono queste cose, come potrò guardarlo e raccontargli che sua madre è stata malmenata in mezzo alla strada perché scrive un blog dove esprime le sue opinioni in kilobytes. Come potrò descrivergli il volto autoritario di chi ci ha fatto salire con la forza su quella macchina, il piacere che si leggeva sui loro volti mentre ci percuotevano, alzavano la mia gonna e mi trascinavano seminuda verso l’auto».

novembre 3, 2009

Il re è nudo

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Mahmud Vahidnia è stato dipinto come un brillante studente iraniano della Sharif University, capace di contestare il governo con piglio e autorevolezza, dimostrando carattere e forza d’animo. Punto. Notizia relegata a pagina 12 o giù di lì.

Non è così, o almeno non più. Da quattro giorni Vahidnia è diventato il simbolo, l’emblema di un paese che resiste o, per meglio dire, di una società civile, che non accetta con acquiescenza l’arroganza di un potere teocratico inusitatamente violento, perpetrato da trent’anni a questa parte sulla testa delle persone, senza una reale partecipazione democratica, al di là delle tornate elettorali di facciata. Il 28 ottobre, in occasione della Terza conferenza nazionale delle Giovani elite, nell’aula magna dell’Università di Teheran, il vincitore delle Olimpiadi di Matematica ha preso la parola nel consesso pubblico e in appena venti minuti ha scattato un’istantanea impietosa del regime e del pessimo clima totalitario che viene alimentato in tutto il paese dalle forze dell’Esecutivo di Ahmadinejad. Lo ha fatto parlando di situazioni concrete, scendendo nel particolare e criticando con dovizia «le tv e la radio di stato, il clima poliziesco che circonda la stampa, l’impossibilità di esprimere critiche alla Guida Suprema e la struttura di potere nel Paese incarnata dal Consiglio dei Guardiani e dall’Assemblea degli Esperti».

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luglio 11, 2008

Gli allarmisti

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«Sabina Guzzanti, sparigliando e agendo secondo coscienza, si è schierata dalla mia parte, ha voluto vederci chiaro, ha capito molte cose e ha scritto parole di fuoco che mi hanno preoccupato perché il nemico che abbiamo di fronte, gli eredi del KGB, non va per il sottile e uccide o nel corpo o nell’immagine. E’ cominciato un grande processo rivoluzionario qui, di Rivoluzione Italiana, e io intendo portarlo avanti con tutti coloro che vogliono farlo, di destra e di sinistra, purché abbiano a cuore la nostra Patria e la sovranità del nostro popolo. Viva le verità, viva la libertà, viva la rivoluzione per instaurare la democrazia». Paolo Guzzanti.

Nota a margine. Io non credo che Sabina Guzzanti possa essere inquadrata come “la figlia del senatore Paolo” nell’immaginario collettivo. Sarebbe ingiusto, nei confronti delle idee che entrambi esprimono con inaudita virulenza. Credo, tuttavia, che ambedue vivano in un’ansia di emergenza democratica quasi ossessiva e trovo singolare che identifichino il dittatore di turno in Berlusconi o negli agenti del Kgb, tralasciando le critiche all’unica falla effettiva prodotta dal sistema: l’impossibilità di esprimere la preferenza nell’ambito delle elezioni parlamentari.