settembre 8, 2012

Un’Europa precaria

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602-0-20120907_051033_295459E3Non chiederti
cosa l’Esecutivo Monti abbia fatto per te, chiediti piuttosto cosa puoi fare tu
per il Governo. Potrebbe essere questo, in prospettiva, il motto di
un’eventuale lista del premier in occasione della prossima campagna elettorale,
il leitmotiv di un bel partito di centro capace di racchiudere in
un’ottica sistemica le resistenze dei ceti medio-alti a concedere nuovamente
fiducia alla classe politica.

Per un curioso
gioco del destino, mentre negli Stati Uniti d’America inizia una serrata lotta
per la conquista della Casa Bianca con la fine della convention democratica,
l’uomo forte di Palazzo Chigi, dopo essersi autoproclamato salvatore
dell’Italia e dell’Europa a Bari in occasione della Fiera del Levante, ha
ricevuto parallelamente la benedizione dei banchieri a Cernobbio. Lavori in
corso per l’ubiquità. Benedizione ovviamente respinta al mittente, perché così
vuole la prassi: Monti non è (ancora) una figura politica in senso stretto. Pur
esercitando la carica di premier, allo stato attuale egli presiede un Gabinetto
composto da tecnici e da esperti di settore, posti al vertice di una
maggioranza fragile e variegata come mai. Ciò ha posto dei limiti oggettivi.

Eppure
l’indicazione degli istituti di credito è stata chiara, cristallina e ha
lasciato pochi margini di dubbio circa la possibilità di riscontrare letture
difformi per il futuro dell’Italia: «Non solo la ritengo fondamentale – afferma Enrico Cucchiani,
consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, in merito all’eventuale conferma della
leadership di Monti – ma anche estremamente probabile, nel senso che le
soluzioni alternative potrebbero comportare grossi rischi per il Paese
».

Ecco la formula
magica che permette di commissariare una democrazia sul modello greco: è l’Europa
che impone il sacrificio di rinnegare i cardini del nostro modello
costituzionale per abbracciare una depoliticizzazione di aree un tempo parti
esclusive della competenza del governo nazionale. Il perché è presto detto:
rientriamo nei paesi peccatori, nella black-list dei poco virtuosi. Abbiamo
speso più di quanto abbiamo prodotto, beneficiando di uno stile di vita ben al
di là delle nostre effettive possibilità concesse dal sistema economico. E
allora vige la pena dantesca del contrappasso: non serve cambiare modello di
sviluppo o produrre in misura più oculata, bisogna pagare dazio così come
impone Berlino.

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agosto 27, 2012

Senza linea/2

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Fini-e-berlusconiScommettere
contro Gianfranco Fini è un’operazione troppo semplice, fuori da qualsivoglia
quotazione Snai. Perorare la sua causa è come puntare sulla Pro Vercelli
campione d’Europa: un misto fra utopia ed ingenuità. L’ho scritto pochi giorni
fa e lo ripeto oggi: non occorre aspettare che il presidente della Camera cada
in contraddizione per coglierlo in imbarazzo, non occorre incalzarlo con
domande argute ed insidiose, basta ascoltarlo, porsi in uno stato contemplativo
e farlo andare a ruota libera, sì da assistere al processo affascinante della
sistematica autodistruzione di una leadership. Sarebbe interessante, poi,
indagare questa fenomenologia, se ogni sua esternazione non corrispondesse per
paradosso ad un processo distruttivo della destra italiana nel suo insieme, una
sorta d’implosione ed una resa incondizionata alla strumentazione concettuale “dell’altra metà del campo”, per dirla
alla Ezio Mauro. Perché se il leader del fu Movimento Sociale rinuncia per
intero al bagaglio politico della sua
Prima Repubblica, vuol dire che qualcosa non va, che un polo – lungi dall’essere
stato sdoganato, come si affermava un tempo – è risultato ancor più escluso, a
meno che non si voglia considerare l’improbabile Destra di Storace come il
soggetto depositario della forma mentis
dottrinaria missina. Non è un caso se, da qualche tempo, l’ex leader di
Alleanza Nazionale, lungi dal concedersi alla stampa conservatrice o agli eredi
del “Borghese degli anni più torvi”, preferisce
ammaliare con le sue esternazioni i lettori del gruppo Espresso-Repubblica,
ammantando la logora favoletta su quanto si è evoluto nella stanza dei bottoni,
come se questo importasse davvero a qualcuno.

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agosto 19, 2012

Berlusconismi travagliati

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Giorgio-napolitano-silvio-berlusconiC’è stata un’epoca, non molto lontana nella nostra storia patria, in cui per la stampa progressista il Colle era considerato un’entità sacra, il corpo mistico della nazione per dirla con Fortescue. Al Quirinale sedeva Oscar Luigi Scalfaro, che rappresentava non soltanto un’istituzione di garanzia per le diverse parti, ma forse l’ultimo baluardo di una democrazia corrotta agli occhi di una classe dirigente forgiatasi nell’esperienza parlamentare della Prima Repubblica. Questa sorta di Papa laico, di provata fede democristiana, eletto in condizioni di assoluta necessità all’indomani della strage di Capaci, veniva incensato e lodato da più parti per la capacità di gestire una crisi che colpiva implicitamente le basi stesse del sistema pluralista: arginare il nemico pubblico numero uno, il leader dell’allora Polo delle Libertà, nella sua rozza e provinciale ascesa al potere era considerato, a sinistra, l’obiettivo prioritario. A fronte di questo, tutto veniva condonato, perfino un passato grigio da burocrate di scarso prestigio politico. Bisognava studiare i mezzi opportuni al conseguimento del fine: in tale ottica la formazione di governi tecnici, benedetti dalle due Camere a dispetto della chiara volontà popolare, non fu soltanto un atto legittimo, ma perfino dovuto, un intervento auspicato dall’intera “società civile” di scalfariana memoria, al fine di evitare una degenerazione sistemica ed una depravazione dei costumi. E giù tutti a battere le mani, da Paolo Florais d’Arcais a Padellaro.

Non so esattamente quando questo meccanismo si sia incrinato, producendo una stridente frattura, ma lo posso supporre: quando il Cavaliere ha ammesso, a denti stretti per carità, la concreta possibilità di fare un passo in dietro nell’agone pubblico; eliminato il duce, senza nemmeno il bisogno di una rinnovata Piazzale Loreto, le forze costituzionali ed i loro rispettivi sodali nel mondo dell’informazione hanno potuto celebrare una lambada del tana libera tutti. Così la situazione si è rovesciata.

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agosto 18, 2012

Chi rompe non paga

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TarantoLa vicenda dell’Ilva di Taranto occupa ancora le prime pagine dei principali quotidiani. L’ultima notizia, in ordine di tempo, riguarda la decisione presa dall’Esecutivo Monti: il governo ha voluto chiarire la propria disponibilità a porsi come soggetto intermediario fra le diverse istanze, quelle dell’impresa da un lato e quelle della magistratura dall’altro. Obiettivo? Garantire il diritto al lavoro, in una logica di produzione rispettosa dell’ambiente. Giusto? Sbagliato, anzi sbagliatissimo, per quanto nobile sia il fine. La sindrome di Ponzio Pilato sta attraversando trasversalmente i soggetti pubblici chiamati in causa: tanto le forze partitiche quanto i sindacati, per non parlare della grande stampa, insomma, quasi tutti gli attori di questa diatriba hanno invocato, a voce più o meno alta, l’intervento diretto dell’Esecutivo. Un appello fideistico, ma a che pro? Qual è lo scopo?

Monti ha dato un’interpretazione parziale dei moniti giunti a Palazzo Chigi e ha concluso che fosse considerato indispensabile, da più parti, interpretare il ruolo del Gabinetto secondo la vocazione ed il frasario tipici del giudice di pace. Solo così possiamo spiegare al lettore certe scempiaggini. Cosa vuol dire porsi come forza conciliante nel caso specifico preso in considerazione? Non vuol dire assolutamente nulla e nel nulla, si sa, si cela il diavolo: quello stesso diavolo che ha portato i movimenti politici a dipendere dai finanziamenti del magnate dell’acciaieria nella regione; quello stesso diavolo che ha illuminato l’opinione pubblica sulle capacità detenute dalla proprietà aziendale di condizionare l’operato del Governo (è pesante l’ombra sul ministro Clini, ritenuto la longa manus dei Riva).

Ora, la decisione con cui la magistratura ha stabilito il sequestro dell’impianto non è scaturita da un’interpretazione restrittiva del diritto. Non è eccesso di zelo. Constatato il rischio di lesa incolumità per la salute pubblica – e parlare di rischio, cioè di probabilità eventuale è quantomeno eufemistico viste le statistiche –, il pm ha sottolineato la necessità di ricorrere all’applicazione dell’art. 321 del codice penale, stabilendo la sospensione momentanea delle attività. Momentanea: termine che denota una realtà temporale ristretta e definita. L’Ilva sospende i lavori, non chiude i battenti, nell’attesa di un adeguamento delle strutture ai parametri comunitari.

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agosto 7, 2012

Tra socialismo e capitalismo, i mali dell’Ilva

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Sul caso Ilva di Taranto, fra le miserie che la cronaca politica sottopone all’attenzione dell’opinione pubblica ormai quotidianamente, è possibile distinguere due tipi d’ipocrisie novecentesche: l’ipocrisia capitalista e quella socialista, due volti della stessa medaglia ideologica, due raffigurazioni pecuniarie incise nel bronzo di un’incompleta rivoluzione industriale, che ha alimentato in patria il mito fallace del progresso permanente in vista di una Gerusalemme celeste, di una nuova età dell’oro.

Da un lato, infatti, regna la lercia obiezione di quanti pongono i processi produttivi al di sopra di qualsivoglia diktat giudiziario: se la crescita economica del Prodotto Interno Lordo, a livello nazionale, giustifica oggi i sacrifici più amari delle classi più basse della scala sociale, non si capisce in effetti perché il processo di risanamento economico di una regione, che viaggia fra l’altro su binari diversi e corrotti rispetto ai margini di sviluppo del Nord-Italia, debba destare tanto scandalo. Certo, c’è quel piccolo intoppo della salute collettiva, dell’aumento esponenziale di tumori e cancri nelle realtà periferiche allo stabilimento industriale, però è un “costo sociale” ritenuto tollerabile: basta non mostrare i bambini affetti in tv, eliminare l’indignazione mediatica e chi se ne frega. Ma che vi sia un partito che pone il dio denaro al centro delle nostre vite, e che in nome e per conto di questa etica patetica qualcuno si spinga a elaborare mefistofeliche difese del sistema, beh questa è storia vecchia di almeno vent’anni. Anche il Leghismo, al di là dell’austero richiamo alla sanità delle finanze pubbliche, partiva da un egoismo a connotazione territoriale fortemente esasperato.

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