«Alcuni colleghi di centrodestra, tutte persone che ritengo perbene e mai sopra le righe, mi hanno riferito di aver letto intercettazioni hard sulla Carfagna e il Cavaliere». Paolo Guzzanti.

Forse sono io ad essere bigotto. Forse non intuisco a pelle lo spirito del tempo. Forse sono un reazionario incallito, ossessivamente legato alla logica kantiana del rispetto della natura umana. Quella stessa logica che impone a ciascuno di noi l’obbligo morale di considerare l’uomo come fine e mai come mezzo. Fine: cioè obiettivo ultimo, soggetto da tutelare, da custodire, da preservare.
In questo scorcio finale dell’anno 2008 mi tocca assistere ad un revival di selezione eugenetica, una sparata pubblica degna del Terzo Reich, caduta nel silenzio aberrante della grande stampa, troppo intenta a soffermarsi sulla depressione economica di Wall Street per affrontare temi secondari come la dignità della vita.
«I feti, i neonati, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in uno stato vegetativo permanente costituiscono esempi di non-persone umane».
E’ una frase terribile, di una brutalità inaudita, una bomba ad orologeria che presuppone l’onnipotenza dell’uomo sui suoi simili. E’ una frase che va oltre l’eutanasia, oltre le battaglie a tutela della presunta libertà d’arbitrio, oltre l’autodeterminazione, per sfociare nell’inquietante operazione di selezione della razza. A pronunciarla è stata Gianfranco Vazzoler, pediatra pentito divenuto bioeticista, mestiere che evidentemente implica l’assunzione di qualità divine, giacché si discetta allegramente su cosa sia la persona umana e, soprattutto, su cosa essa non sia. Perché perdere tempo affrontando una disputa filosofica sull’essenza stessa del genere umano, sul senso della presenza di ciascuno di noi su questa terra, diversamente abili compresi? Meglio ossequiare la logica abortista e modernista, meglio arbitrariamente schierarsi dalla parte dei sani, dei clinicamente puri, arrogandosi il diritto di giudicare come non-persone i soggetti deboli, maggiormente bisognosi di sostegno. E’ un film già visto, un copione indecente che ritenevamo (a torto) superato con il crollo del nazionalsocialismo e la scoperta dei gulag bolscevichi. Invece siamo qui, a discutere su una razza ariana di persone in salute e una razza “ebrea” di ritardati, di feti, di handicappati. Forse è per questo che, parafrasando Pound, ancor’oggi mi sento formica solitaria d’ un formicaio distrutto.
Sono sicuro, si-cu-ro, che il compagno Walter prossimamente ci spiegherà perché Di Pietro una settimana fa era una persona che non apparteneva all’alfabeto democratico, mentre adesso è l’alleato ideale per l’Abruzzo e, in prospettiva, il segretario di un soggetto con cui parlare e condividere un cammino. Voi no?
Caro direttore, l’editoriale di Claudia Mancina, pubblicato ieri sulle colonne del Riformista, ha perfettamente centrato il punto della discussione, trascurando però, se mi è consentito, un piccolissimo particolare: la strumentalizzazione politica referendaria. Al di là dei proclami, infatti, il decreto Gelmini è formulato sulla base della legge di bilancio, un dato messo in risalto dalla stessa opposizione all’inizio della bagarre parlamentare, la quale non può essere sottoposta al vaglio abrogativo. Conseguentemente i proponenti del Pd potrebbero, soltanto nel 2010, abrogare le parti minori della riforma, ciò che concerne la figura del maestro unico e i dettagli sul grembiule, salvo colpi di scena nella stipulazione dei quesiti. Poca roba che non smuoverebbe un centesimo in favore della ricerca. Da un partito riformista, onestamente, mi aspettavo di più.
«Non si può chiedere un referendum su ogni provvedimento che non si condivide, evidentemente; questa dovrebbe essere una decisione estrema, da prendere in presenza della presunta violazione di importanti valori politico-culturali. E’ difficile sostenere che sia il caso del decreto che reintroduce il maestro unico: si può non essere d’accordo, ma non è una violazione della libertà o dell’eguaglianza. La verità è che anche questo è un modo per alzare la tensione, per restare sulle piazze, per illudersi che dalla protesta possa venire la spallata a Berlusconi. Dal partito di lotta e di governo siamo passati all’opposizione riformista e movimentista. Un bel percorso non c’è che dire». Claudia Mancina.
Il grassetto è mio.
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