maggio 3, 2009

Se l’America cambia a spese di Israele

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Lo spirito lassista nei confronti di Ahmadinejad, la vicinanza spirituale – mai rinnegata – al reverendo Jeremiah Wright, l’antica amicizia con Rashid Khalidi (che, bontà sua, come titolare di una cattedra alla Columbia, poté persino finanziare una vecchia campagna condotta dal senatore dell’Illinois), Merrill McPeak ed il ritorno all’originaria intransigenza democratica nei confronti delle posizioni del governo d’Israele. Sono tutte le tappe che vengono ripercorse nella riflessione di Podhoretz stamane, in un editoriale pubblicato da Commentary su cui aleggia lo spettro della premonizione di John R. Bolton: «la pressione [della Casa Bianca] su Israele sarà talmente forte da indurre i politici a riconoscere la legittimità di Hamas e Hezbollah, tanto da negoziare con loro alla pari». Tutto giusto, tutto financo legittimo, se non vi fosse quell’inquietante osservazione di Giora Eiland:

«The Palestinian ethos is based on values such as justice, victimization, revenge, and above all, the “right of return.” […] It’s true that the Palestinians want to do away with the occupation, but it’s wrong to assume that this translates into a desire for an independent state. They would prefer the solution of “no state at all”— that is, the State of Israel will cease to exist and the area between the Mediterranean Sea and the Jordan River will be divided among Jordan, Syria, and Egypt».

maggio 1, 2009

Obama, l’Inghilterra e il waterboarding

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«In his press conference Wednesday night, President Obama offered a nice little sermonette on “shortcuts.” Asked about his decision to release the “torture memos” and ban waterboarding, Obama said: “I was struck by an article that I was reading the other day talking about the fact that the British during World War II, when London was being bombed to smithereens, had 200 or so detainees. And Churchill said, ‘We don’t torture,’ when (…) all of the British people were being subjected to unimaginable risk and threat (…) Churchill understood, you start taking shortcuts, over time, that corrodes what’s best in a people. It corrodes the character of a country.” It’s a nice, honorable statement. But there’s not much evidence it’s true.

[…] The more significant shortcuts are the public ones people can’t ignore. Churchill ordered the firebombing of Dresden just twelve weeks before the end of World War II. No one knows for sure how many civilians were burned alive, but tens of thousands surely were, in no small part to deliver a psychological blow to the Germans. If Churchill could have waterboarded a prisoner to avoid that – or stop the Holocaust – would one shortcut have been preferable to the other? Why? Or why not? Obama gives no sense he has an answer to such questions. You can ask the same questions about the shortcuts that flattened Hiroshima and Nagasaki».

Sulle osservazioni cristalline di Jonah Goldberg non ho nulla da eccepire. Mi permetto, però, di aggiungere una piccola postilla personale. Il nome di Gerry Conlon è ancora impresso nella memoria di chi i diritti civili li ha sempre sostenuti, prescindendo dal colore politico dell’Esecutivo che si macchiava di eventuali violazioni, in Europa come nel resto del mondo. Ora, menzionare il governo britannico come esempio di purezza è quantomeno fuori luogo. Meglio farebbe il presidente Obama a dire la cinica verità: esistono momenti nella storia di una nazione in cui il clima di terrore porta all’adozione di provvedimenti straordinari che contrastano con la pubblica moralità. Sono scelte difficili e tristi che l’amministrazione Bush ha giustificato, coprendo istituzionalmente i servizi segreti. Obama potrà percorrere una via diversa, qualora lo ritenga opportuno (ed io stesso auspico un cambiamento in tal senso), assumendosi gli stessi oneri di cui il suo predecessore si è fatto carico. Ma il revisionismo storico non può essere condotto senza tenere conto del contesto temporale. Come ha scritto Suzanne Fields:

«Defending certain rough interrogation techniques to squeeze evil men for information that could prevent catastrophe, at a time when everyone was terrified, was commonplace, driven by common sense. Thousands of Americans were regarded as at risk of mass murder by evil men plotting mayhem. But now that the risk is regarded as small, even as nonexistent by some, and the debate has moved away from preventing mass murder to punishing those who in a moment of national peril thought the best techniques were those that were necessary and legal».

aprile 29, 2009

Obama l’europeo?

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L’ultimo pezzo di Michael Barone ci offre la possibilità di cogliere due spunti di riflessione utili sulla politica di Obama. Nella prima parte dell’editoriale, l’opinionista si dedica alla strategia economica adottata dalla Casa Bianca nell’ambito del processo di rilancio del sistema statunitense. L’aumento della spesa pubblica coincide con l’incremento della pressione fiscale e ciò non sembra essere frutto di una “misura-tampone” dovuta alla crisi congiunturale, quanto piuttosto di una decisione culturale sulla base di riflessioni concernenti la natura strutturale stessa del sistema.

«This is apparent in the budget he has presented for the next fiscal year and its projections for the years to come. Government spending is scheduled to rise as a percentage of the economy. This will be accomplished by raising taxes and, even more, by borrowing that will double the national debt in five years and nearly triple it in 10 years. This trajectory can be altered in the future, but much of it is set in stone by the $3 trillion-plus deficit that will, give or take a few hundred billion, be produced by the budget voted this year».

In secondo luogo, Barone si sofferma sulla politica estera democratica, solo apparentemente più europea.

«Abroad, Obama has eschewed American “arrogance” and embraced the European model of diplomatic engagement and avoidance of confrontation. He argues that if we show “persistence” in apologizing for America’s past and willingness to negotiate with Mahmoud Ahmedinejad and shake hands with Hugo Chavez, they will come to recognize our good will and make concessions they would otherwise refuse. Perhaps. But one recalls that this was the European response to the genocide in its own back yard by Serbia’s Slobodan Milosevic and that he was brought to justice only by the force of American arms. That lesson has not been lost on Obama who, for all his rhetoric, has ordered troop increases in Afghanistan despite the refusal of Europeans to do more».

gennaio 27, 2009

Indifesi e soppressi, trascurati da Obama

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A pochi giorni dall’insediamento, il neopresidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato un ordine esecutivo che cancella il divieto di finanziare con fondi federali le associazioni e i gruppi internazionali che promuovono l’aborto all’estero. In piena tradizione con la linea democratica, il quarantaquattresimo erede di George Washington ha tecnicamente riproposto le scelte dell’amministrazione Clinton, contravvenendo alla prassi politica che i repubblicani hanno adottato in materia dall’epoca di Reagan. Una mossa audace per rappresentare in maniera radicale la discontinuità rispetto al precedente inquilino della Stanza Ovale, un favore alle lobby del Pd ed un messaggio alla base per placare gli animi e ricordare che dal 2009 tutto sarà possibile.

Nel giorno del trentaseiesimo anniversario della sentenza Roe vs Wade che ha legalizzato la pratica abortiva oltreoceano, l’ex senatore dell’Illinois ha fatto appello in un comunicato alle diverse coscienze che conducono battaglie politiche in tema di interruzione di gravidanza, evidenziando la necessità di trovare un punto di incontro, nel rispetto della libera scelta delle donne. Parole che agli esponenti pro-life sono apparse provocatorie per l’implicita presa di posizione e che hanno suscitato una secca reprimenda del Vaticano. La Marcia per la Vita, celebrata dopo l’insediamento, ha visto aderire circa 250mila attivisti e gli analisti dell’establishment dell’Asinello non hanno potuto ignorare un segnale di disagio nei confronti di un presidente che durante tutta la campagna elettorale ha lottato in lungo e in largo contro la faziosità di chi lo rappresentava estremista, salvo poi rivendicare le originarie posizioni ideologiche del partito di riferimento una volta raggiunta la stanza dei bottoni.

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gennaio 8, 2009

Qual è la proporzione?

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All’interno di un partito la pluralità di posizioni su diverse tematiche è naturalmente fonte di ricchezza intellettuale, giacché il dibattito interno serve a determinare il consenso della “base” su una linea di pensiero. Il dialogo, scevro dai pregiudizi di rito ed alienato dalle bagarre correntizie, giova alla democrazia diretta. La condizione imprescindibile è però che esso non degeneri in impasse: si deve cioè impedire che sorga quel meccanismo di stagnazione omologante in grado di impedire al movimento stesso la declinazione coerente di una prassi politica. Il Partito Democratico e quello delle Libertà non sono riusciti a risolvere il problema di fondo, a rendersi immuni da due vizi. Essi, infatti, sembrano oggi combattuti tra una forma mentis anarchica, in cui ogni esponente dichiara la propria posizione disinteressandosi del quadro di cui fa parte (retaggio della Prima Repubblica), ed una tendenza autoritaria, la cui natura porta ad una deriva leaderistica che ha già privato gli elettori italiani della possibilità di esprimere serenamente la propria preferenza.

Abbiamo già rammentato su queste colonne qualche giorno fa quanto importante fosse la presa di posizione di Fassino in merito alla guerra di Gaza, aspettando le reazioni a catena che lo scoppio del bubbone avrebbe generato nel Pd. Il titolare “ombra” della Farnesina ha espresso parole di buon senso, sintetizzabili in un’equazione quasi matematica: se Israele non può avere tutte le ragioni, è altresì innegabile che allo Stato ebraico non possano essere imputate tutte le colpe. La tregua l’ha rotta Hamas, un’organizzazione terroristica sicuramente rappresentativa di una fetta importante dell’elettorato palestinese, ma tuttavia incapace di accettare il candido diritto all’esistenza dell’unico Stato nato per espressa volontà delle Nazioni Unite (si legga in merito la risoluzione 181 del 1947).

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