gennaio 10, 2012

I tagli alla difesa non convincono la stampa americana

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La nuova strategia adottata a Washington per la riduzione della spesa, con un contenimento dei fondi destinati alla Difesa, non fa impazzire alcune penne prestigiose della stampa americana. Dall’Heritage Foundation, Mackenzie Eaglen manifesta le proprie perplessità sulla cifra di fondo dell’operazione, sul carattere e sull’impostazione delle priorità avanzate dalla Casa Bianca.

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gennaio 5, 2012

L’America è più piccola

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Avremo forze armate più snelle, agili, con un esercito di terra più contenuto”. Con queste parole Barack Obama ha presentato il piano di tagli alla difesa previsto dalla Casa Bianca per il prossimo decennio, un piano che dovrebbe portare nelle casse dell’erario pubblico circa 450 miliardi di dollari, almeno stando alle previsioni della leadership democratica. Il presidente ha infatti spiegato, senza troppi giri di parole, le ragioni che hanno animato tale scelta: “Dobbiamo rinnovare la nostra economia; qui è il fondamento della nostra forza nel mondo e sono obbligatorie riduzioni alla spesa”. Un piano diverso rispetto alla dottrina Krugman, che avevamo presentato di recente sulle colonne di questo blog.

Ciò detto, ridurre il peso militare dell’America vuol dire abiurare il ruolo di nazione-guida nel sistema internazionale? Ovviamente no, per quanto un forte ridimensionamento degli effettivi dell’esercito potrà produrre un naturale riposizionamento dello Zio Sam in diversi scenari. L’esempio libico ha probabilmente destato particolare impressione dalle parti dello Studio Ovale, facendo maturare la convinzione che se proprio l’Europa vuole iniziare una strategia geopolitica sotto l’egida della Nato, può anche farlo, a patto che essa sappia gestire oculatamente tensioni e costi nell’interesse del blocco occidentale. Sulle modalità dei tagli, l’Amministrazione non ha ancora sciolto le proprie riserve, ma diversi funzionari hanno confessato alla Reuters che sarà un’operazione da vagliare con la massima cura. Uno su tutti, il portavoce della Casa Bianca Jay Carney, ha ricordato come sia necessario “uno sguardo in profondità rispetto a tutte le spese destinate alla difesa, al fine di garantire tagli chirurgici nella piena soddisfazione delle nostre priorità”.

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gennaio 2, 2012

Iran-Usa, non si placa lo scontro

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Sabato scorso Barack Obama si è espresso chiaramente sul dossier nucleare iraniano: Washington ha dato via libera a nuove risoluzioni per inasprire le sanzioni gravanti sul regime di Teheran. La reazione del governo presieduto da Ahmadinejad è stata pressoché immediata. In primo luogo la televisione di Stato ha diffuso una notizia significativa: l’avanzamento del programma nucleare ha subito un’evoluzione costante negli ultimi mesi, attraverso le innovazioni d’ingegneria di cui dispone il paese. In tal senso, sarebbero già state testate con successo le barre d’uranio da impiantare negli stabilimenti nucleari. Come se non bastasse, il vice comandante della Marina, Mahmoud Mousavi, ha ammesso – di fronte all’agenzia di stampa Irna – l’obiettivo raggiunto dalle forze militari, ossia testare missili a medio raggio dotatati di una “sofisticata tecnologia anti-radar”. A questo punto bisognerà vedere quale sarà la reazione della Casa Bianca. Obama si è lasciato alcuni margini di manovra per impedire un’escalation di violenza: la flessibilità nell’applicazione delle sanzioni potrebbe essere il pretesto utile per riallacciare i rapporti diplomatici. Intanto l’Europa, particolarmente coinvolta visto l’intensità di scambi con la Repubblica teocratica, misteriosamente tace.

novembre 24, 2011

Un passo verso Teheran

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Le colombe del Washington Post sono in vacanza. A futura memoria, quando Repubblica crocifiggerà i cowboy del G.O.P.

«Ormai dovrebbe essere evidente che soltanto un cambio di regime fermerà il programma nucleare iraniano. Questo si traduce, come minimo, con la partenza del leader supremo Ali Khamenei, che ha ripetutamente bloccato ogni sforzo compiuto dagli altri leaders iraniani per dialogare con l’Occidente. Sanzioni che impediscano all’Iran di esportare petrolio e benzina potrebbero infliggere un colpo decisivo alla sua dittatura, che ha già affrontato una sommossa popolare nella primavera araba di due anni fa. Ostacolando tali misure, l’amministrazione Obama rende più probabili azioni drastiche, come ad esempio un attacco militare, che alla fine potrebbe essere adottato da Israele, o obbligato per gli stessi Stati Uniti».

settembre 25, 2011

Al peggio non c’è mai fine

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Walter Russel Mead risponde con ironia storica alle preoccupazioni di Andrew Sullivan.

«And so I say it again to all my many friends on the secular and religious left: relax. The Christianists aren’t coming to lock you up in camps. George W. Bush was the first president to choose a vice presidential running mate with an openly lesbian daughter; the dark night of fascism isn’t preparing to fall. The Left likely must resign itself to a long term trend of less compulsory social solidarity and more individual economic freedom; the right must accept that individuals in our society can only be compelled by their own consciences on an ever growing list of social and cultural issues. No one will be completely happy about the state of this society; Americans have been lamenting the downsides of American individualism for almost as long as we’ve been becoming more individualistic. And the less we can rely on external forces (laws and mores with as much binding power as law) to govern our behavior the more we as a people must learn to manage our liberty wisely».

Intanto l’ultimo sondaggio della Gallup rivela un dato significativo: per gli americani Bush non è stato il male assoluto e la famosa discontinuità di Obama è rimasta sulla carta.