“Avremo forze armate più snelle, agili, con un esercito di terra più contenuto”. Con queste parole Barack Obama ha presentato il piano di tagli alla difesa previsto dalla Casa Bianca per il prossimo decennio, un piano che dovrebbe portare nelle casse dell’erario pubblico circa 450 miliardi di dollari, almeno stando alle previsioni della leadership democratica. Il presidente ha infatti spiegato, senza troppi giri di parole, le ragioni che hanno animato tale scelta: “Dobbiamo rinnovare la nostra economia; qui è il fondamento della nostra forza nel mondo e sono obbligatorie riduzioni alla spesa”. Un piano diverso rispetto alla dottrina Krugman, che avevamo presentato di recente sulle colonne di questo blog.
Ciò detto, ridurre il peso militare dell’America vuol dire abiurare il ruolo di nazione-guida nel sistema internazionale? Ovviamente no, per quanto un forte ridimensionamento degli effettivi dell’esercito potrà produrre un naturale riposizionamento dello Zio Sam in diversi scenari. L’esempio libico ha probabilmente destato particolare impressione dalle parti dello Studio Ovale, facendo maturare la convinzione che se proprio l’Europa vuole iniziare una strategia geopolitica sotto l’egida della Nato, può anche farlo, a patto che essa sappia gestire oculatamente tensioni e costi nell’interesse del blocco occidentale. Sulle modalità dei tagli, l’Amministrazione non ha ancora sciolto le proprie riserve, ma diversi funzionari hanno confessato alla Reuters che sarà un’operazione da vagliare con la massima cura. Uno su tutti, il portavoce della Casa Bianca Jay Carney, ha ricordato come sia necessario “uno sguardo in profondità rispetto a tutte le spese destinate alla difesa, al fine di garantire tagli chirurgici nella piena soddisfazione delle nostre priorità”.
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