settembre 13, 2012

Il caos come obiettivo

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Ambasciatoreusa

Ce
l’abbiamo fatta. In Libia abbiamo dato il peggio di noi stessi. Abbiamo
mostrato il volto cinico e incauto del sistema occidentale, perorando
ipocritamente la causa dei diritti umani, la cui applicazione risente purtroppo
da sempre dei calcoli opportunistici dettati dal momento: a Tripoli evidentemente
essi contavano e contano al di là di ogni ragionevole obiezione, in Siria un po’
meno. Con la doppia morale, che in certi scenari tristemente ci
contraddistingue, siamo intervenuti in una guerra civile delicata come poche,
non da spettatori inerti che mediano affinché possa essere ponderata una
soluzione diplomatica, bensì alterando ineluttabilmente il risultato degli
scontri, sulla punta delle nostre baionette. Ci siamo quindi imbarcati in una
battaglia militare infuocata, elaborata ad uso e misura della campagna
presidenziale francese, ottenendo un insano risultato: abbiamo, cioè,
trasformato una minaccia potenziale all’ordine mondiale in una polveriera di
proporzioni immense, una polveriera che adesso è scoppiata, alimentando una
spirale di violenza a questo punto difficile da fermare.

L’intento
originario della missione era placare le tensioni, ricercare un punto d’incontro
fra le opposte fazioni, instaurando una no-fly
zone
che impedisse l’uso sconsiderato della forza da parte del governo
legittimo, assai incline all’adozione di strategie militari efferate. Le forze
occidentali avrebbero dovuto porsi quali elementi d’interposizione, nel
tentativo di ricostruire le condizioni di pace in un paese martoriato da
quarant’anni di dittatura sanguinaria. Era esclusa categoricamente qualsiasi
misura che potesse coincidere con il tirannicidio, a causa delle istanze
neutraliste portate avanti con coraggio dal nostro paese e dalla cancelleria
tedesca. A mano a mano che il conflitto è andato avanti, però, le forze sul
campo si sono discostate dal mandato della comunità internazionale, accettando
una lenta ed inesorabile escalation di violenza senza precedenti. I ribelli di
Bengasi possedevano nel proprio armamentario esclusivamente “bombe da pesca” e,
pertanto, sono stati sostenuti strategicamente dal blocco dei paesi occidentali
attraverso la dotazione di cannoni, fucili, lancia-granate ed altre armi da
fuoco. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Un’operazione che doveva essere
limitata nel tempo e nella portata”,
secondo la felice definizione del portavoce della Casa Bianca Jay Carney, si è
tramutata in una sorta di pantano, uno scenario di guerra nel quale hanno
trovato la morte quattro funzionari americani, fra cui l’ambasciatore Chris
Stevens
, atto d’inaudita gravità. Da tempo questi denunciava le infiltrazioni
dei qaedisti nei movimenti d’indipendenza
di Bengasi, ma la situazione sembrava tutto sommato sotto controllo.

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settembre 3, 2012

Usa-Iran, Obama aumenta la tensione?

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Per
evitare un’offensiva da parte d’Israele, Barack Obama starebbe progettando un’escalation
di minacce nei confronti del regime di Teheran. A darne notizia è il New York Times di stamane, attraverso le
firme di  David E. Sanger ed Eric Schmitt,
i quali evidenziano, in un’ampia riflessione in prima pagina, come la Casa
Bianca ritenga la pressione militare quale via obbligata nell’approccio al
regime degli ayatollah.

Per
gli Stati Uniti è mutata notevolmente la road
map
mediorientale rispetto a quattro anni fa: con la convention democratica
alle porte, il Presidente non intende scoprire il fianco alle facili accuse dei
falchi dell’opinione pubblica conservatrice, a chi – negli anni – ha
manifestato più volte, e con sarcasmo, scetticismo e perplessità nei confronti
delle continue correzioni apportate dallo Studio Ovale in tema di politica
estera. Proprio per questo, lungi dal tenere il pugno di ferro di bushiana
memoria, gli uomini dell’establishment democratico intendono comunque mostrare il
volto risoluto dell’amministrazione.

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marzo 13, 2012

L’indulgenza della stampa e la miopia di Washington

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Qualcosa non torna. Bisogna essere onesti e guardare ai fatti del mondo con il giusto disincanto per vantare un minimo di obiettività. Le notizie che vengono dall’Afghanistan le abbiamo già presentate e le pagine di cronaca internazionale dei giornali non lesinano osservazioni su quanto accaduto. Ricostruzioni e conseguenze sono analizzate minuziosamente. Ciò che manca, però, è la condanna politica. Fermiamo i giochi e riflettiamo: l’atto efferato, perpetrato da uno o più militari – diamo per buone entrambe le ipotesi – a danno dei civili, viene presentato per ciò che esso effettivamente rappresenta, vale a dire un abominio, un qualcosa di folle e irrazionale che ha compromesso la sicurezza delle truppe dislocate sul territorio. Tutto giusto, per carità, sebbene quella follia sia insita nelle dinamiche della guerra combattuta sul campo. Il passaggio successivo però non viene tenuto in debita considerazione. Il presidente degli Stati Uniti, lungi dal chiedere scusa per quanto avvenuto, ha espresso il proprio dolore e parimenti il proprio sconcerto, sottolineando che il tracollo psicologico di un uomo in divisa “non rappresenta lo straordinario carattere dell’esercito americano ed il profondo rispetto degli Stati Uniti nei confronti del popolo afgano”. Amen.

Di per sé l’obiezione è impeccabile, eppure qualcosa non quadra. Dopo Abu Ghraib il Pentagono ed il Dipartimento della Difesa furono messi all’indice dalla grande stampa, proprio in virtù delle loro responsabilità morali. L’accusa, che andava indirettamente a colpire il predecessore di Barack Obama, George W. Bush, era quella di non aver vigilato a sufficienza per impedire una simile catastrofe, un atto che trasfigurava l’immagine dell’esercito statunitense, presentando la missione come l’ennesimo atto di un imperialismo strisciante. Oggi si soprassiede, si valuta l’evento in maniera circostanziale, isolandolo dal contesto. O, peggio, si ripropone una valutazione più ampia sullo scopo e sulla necessità del conflitto, si batte cioè in ritirata, senza soffermarsi su una exit strategy che sia condivisa con le forze rappresentative della società. L’ho scritto in passato e lo ripeto ora, conscio dello scarso valore che tale contributo può avere: la pace si costruisce in due, amici da un lato e nemici dall’altro. Se puntualmente ci troviamo ad escludere una forza, quella talebana, dal tavolo delle trattative, non so davvero con quale pretesa si possa pensare anche solo lontanamente di risolvere quel guazzabuglio chiamato Kabul.

marzo 12, 2012

Il rifiuto della violenza

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Un’analisi degna di nota, in merito alla drammatica strage che si è consumata ieri in due villaggi della provincia afghana di Kandahar, è stata elaborata da Marwan Bishara sulle colonne di Al Jazeera. Gli eventi sono ancora poco chiari: la versione ufficiale delle autorità statunitensi parla di un killer solitario, un militare che avrebbe subito il tracollo psicologico derivante dalla pressione del fronte e, perdendo il lume della ragione, avrebbe colpevolmente falciato circa sedici civili, prima di consegnarsi ai vertici del suo reggimento; altre voci, provenienti dal paese, hanno altresì fatto riferimento ad un gruppo di soldati in stato di ebrezza, quattro o cinque effettivi dell’esercito che avrebbero messo in atto, sotto i fumi dell’alcol, un massacro disumano a danno della popolazione civile afghana. Sia come sia, a mio modesto avviso, il dato cambia poco: i corpi stroncati rappresentano una vistosa ferita per il civilissimo Occidente che si prefigge la leadership dei diritti umani, in primo luogo per Washington, da anni impegnata nel tentativo di accreditare un’immagine di sé diversa rispetto allo stereotipo della potenza occupante. Questo evento, dopo Abu Ghraib, rappresenta forse il montante maggiore che lo zio Sam ha subito nella sfida al terrorismo globale.

Ciò detto, l’analisi di Bishara, sicuramente opinabile per molti versi (chi scrive, ad esempio, non condivide la cifra di fondo quasi per intero), ha centrato almeno un punto nevralgico del conflitto, che sovente viene tenuto in scarsa considerazione dagli analisti internazionali. L’episodio di ieri non è un caso sporadico all’interno di una missione di stabilizzazione regionale: è l’ordinarietà di una guerra, la routine del conflitto, la quale, per sua natura, supera ineluttabilmente la dimensione della operazione di polizia internazionale. Nella giusta condanna di quanto avvenuto, e nella sacrosanta pretesa che i responsabili siano puniti a dovere, consci che comunque qualsivoglia provvedimento non riporterà in vita le persone stroncate dalla pallottole impazzite, dovremmo sociologicamente indagare sul perché oggi si ritenga collettivamente il conflitto militare alla stregua di una nobile battaglia tra armature luccicanti. Parlare della pazzia del singolo “gendarme in divisa” è semplicemente patetico. C’è un richiamo alla cultura medievale, alimentato dai mezzi di comunicazione che spingono per un confronto di tipo manicheista? C’è la volontà, più o meno palese, di non affrontare lo sguardo della nostra violenza, di volgere altrove la nostra attenzione, magari a problemi di natura economica? O si tratta, forse, di una sorta di generalizzazione universale del mito “italiani, brava gente”?

gennaio 11, 2012

Senza uscita

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La politica estera di Obama ottiene l’ennesima bocciatura. No, in questa sede non facciamo riferimento all’aspra critica di Harry Belafonte. La pubblica abiura del musicista, riassunta peraltro in forma serafica e lapidaria con un asettico “non merita il secondo mandato”, è al tempo stesso affascinante ed insignificante: affascinante, perché dimostra quanto il blocco sociale che aveva sostenuto l’ascesa del leader democratico sia in fase di decomposizione (e l’ultimo numero di New Statesman lo testimonia); insignificante, perché nulla aggiunge alla valutazione degli eventi all’ordine del giorno sull’agenda internazionale. La critica che ci interessa riportare proviene, invece, da una fonte ben più autorevole. Parliamo di Suzanne Maloney, che ha espresso con coscienza le proprie perplessità in merito alle istanze portate avanti da Washington nei confronti di Teheran. La crisi dello Stretto di Hormuz ha concesso alla collaboratrice di Foreign Affairs la possibilità di esprimere tali riflessioni:

What needs to be addressed is the disturbing reality that the Obama administration’s approach offers no viable endgame for dealing with Iran’s current leadership. The impression that the sanctions are permanent — indeed, the new law does not specify any conditions that Tehran might satisfy in order to lift the siege on its central bank — conforms to Iranian hard-liners’ darkest delusions about Washington’s intentions. By embracing maximalist measures, the White House has come full circle, abandoning, along the way, its earlier optimistic efforts at engagement. In doing so, it has implicitly relinquished the prospect of negotiating with the Islamic regime: given the ayatollahs’ innate mistrust of the West, they cannot be nudged into a constructive negotiating process by measures that exacerbate their vulnerability”.

La criticità va pertanto riscontrata nell’assenza di sbocchi validi e di obiettivi a stretta portata. La Reuters, d’altro canto, Venerdì scorso ha lanciato una clamorosa indiscrezione: le potenze occidentali starebbero concordando in sordina un piano per ovviare un’eventuale crisi di greggio, poste le possibili ritorsioni minacciate dal regime teocratico. Come potrebbe rispondere, a questo punto, il governo degli ayatollah? Semplice: accelerando il processo di costruzione dell’atomica. Peter Goodspeed ha suggerito questa strategia, riportando alla memoria il precedente coreano: un’esplosione ambigua, un test un po’ spaccone ed eccoci catapultati nell’equilibrio del terrore, un equilibrio glaciale che trasforma i nemici in avversari e gli alleati in partner strategici.