Ho sempre sostenuto, fin dai tempi della campagna elettorale americana, che l’eventuale ascesa di Barack Obama alla Casa Bianca avrebbe lasciato immutati l’assetto di potere e gli equilibri fondamentali della comunità internazionale. Il mio ragionamento, sicuramente poco lusinghiero per una prospettiva europea, verteva su tre dati di fatto:
in primis, il Vecchio Continente è oggi fuori dal circuito economico delle macropotenze per un insieme di fattori su cui non è necessario tracciare un’analisi approfondita in questa sede (l’affermazione Cinese, l’India, la delocalizzazione, la stagnazione, il basso indice di natalità, sono tutte concause da tenere in considerazione); in secondo luogo, la scarsa coesione tra gli Stati membri rende puntualmente difficile l’adozione di una linea unica valida per l’intero blocco continentale e, d’altronde, la mancata intesa sulla Costituzione sta lì a dimostrare quanto prossimo sia il trionfo delle divergenze, con buona pace dell’intermediazione diplomatica; in terzo luogo, una possibile apertura di Obama, eventuale e teorica, sarebbe coincisa – presto o tardi – con la necessaria responsabilizzazione delle singole comunità nazionali sul fronte globale, opzione decisamente poco praticabile alla luce del guazzabuglio iracheno che ha mostrato impietosamente la frattura europea.
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Altri due brillanti risultati conseguiti da Obama.
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Se testate come il Foglio o Libero avessero pubblicato nel nostro paese una riflessione simile, in molti – tra opinionisti ed esponenti dell’agone parlamentare – avrebbero tirato fuori lo spettro dell’inciucio.
«To save his presidency after his stiff rebuff in the midterm elections, Clinton lurched to the political center. He adopted a strategy of “triangulation” that involved painful compromises with Republicans, who had captured the House and Senate. It worked. Clinton glided to reelection in 1996, defeating Republican Bob Dole by 7 points. Though it’s rarely acknowledged, Clinton’s most significant successes in the White House were all in conjunction with Republicans: the North American Free Trade Agreement in 1993, welfare reform in 1996, and balanced budget legislation in 1997 that included a cut in the capital gains tax rate from 28 percent to 20 percent that spurred the financial boom and budget surplus of his second term».
Resta poi, sullo sfondo, una pesante incognita che dovrebbe essere affrontata dall’establishment democratico: come può il presidente Obama riconoscere la sconfitta elettorale in Massachusetts, evidenziando semplicemente la vittoria del candidato più competente, senza fare un minimo di autocritica?
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Obama: «Il cambiamento è una fede». Ma si può credere al messia anche quando le sue profezie non si avverano?

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Gvosdev ripercorre nel suo ultimo articolo gli argomenti che abbiamo recentemente trattato su Dissonanze. L’unico punto di rottura individuato dall’editorialista tra Obama e Bush in politica estera sta nella decisione dell’attuale inquilino della Casa Bianca di cancellare il piano del suo predecessore per il sistema di difesa missilistico in Polonia e Repubblica Ceca. Lo avevamo raccontato per tempo, evidenziando gli errori possibili di una simile strategia. Strategia, tra l’altro, che il Congresso avrebbe ugualmente adottato, a prescindere dalla congiuntura politica, avendo rifiutato di elargire i finanziamenti per la costruzione dei siti. Tanti saluti alla discontinuità.
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Scorgendo le prime pagine dei principali quotidiani internazionali mi capita sempre più spesso di interrogarmi, con malcelato scetticismo, sul “grande cambiamento” promesso da Barack Obama.
Nessuna opposizione preconcetta, sia chiaro, solo una disamina attenta del buonismo dei media. L’attuale inquilino della Casa Bianca dovrebbe essere esposto a critiche più aspre in virtù del clima quasi plebiscitario con cui è stata accolta la sua liberatoria elezione. Uso questi termini in maniera chirurgica: l’addio di George W. Bush, infatti, è stato salutato in Occidente da una standing ovation strabiliante, un’ovazione incondizionata, come se – da un giorno all’altro – un tiranno fosse stato abbattuto, un pericoloso dittatore nato nel cielo di Washington avesse improvvisamente perso le redini di un paese che teneva sotto scacco. In realtà non è andata esattamente così: l’America ha rispettato i confini della democrazia, sancendo una successione (teoricamente) diversa in virtù della contingenza storica. Bush, dopo due mandati, ha visto tramontare il suo appeal politico e ha deciso di non far pesare i voti di famiglia nella successiva tornata interna al GOP, accettando con rassegnazione la candidatura di McCain. Chi, come il sottoscritto, non ha mai odiato aprioristicamente George W., ha il diritto e il dovere di riflettere approfonditamente oggi sulla presunta discontinuità del successore.
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Quando Bush parlava del “male” in politica, per la stampa italiana commetteva un abominio, una rozza azione deprecabile. Obama, invece, è un illuminato, nonostante le posizioni nettamente neoconservatrici.
«However, by invoking evil in his peace speech, he has obligated himself to a more decisive course of action and perhaps a new moral seriousness. For there is a deeper neoconservative concern that serves as the foundation upon which the architecture of democracy promotion and hawkishness are built. This is the belief in good and evil, reality’s parting gift to the mugged. Sometimes thought of as a quaint and outdated proposal, the assertion that virtue and wickedness are real is at the heart of neoconservative support for American power in the world. The Taliban — which beheads innocents, chops off voters’ hands, and subjects women to lives of brutal servitude — is evil. So, too, are Iran’s mullahs, who sentence teenagers to hangings for the “crime” of homosexuality. Defeating these parties is its own reward. As evil is now part of Barack Obama’s war lexicon, he must make this point, and he must speak of victory. For once evil is invoked, compromise is off the table. Evil demands defeat». Abe Greenwald.
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