settembre 30, 2012

Le cheerleaders di Monti

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Gf_finiUna lista civica
per il futuro dell’Italia: è questa l’ultima idea elaborata da Gianfranco Fini
e Pierferdinando Casini per uscire dal guado, per risollevare il paese dalle
macerie della Seconda Repubblica, trovando altresì uno spazio politico da
occupare in attesa di tempi migliori. L’idea, riportata nel dettaglio sulle
colonne dell’Huffington Post, è di costruire una grande realtà che possa
superare gli steccati ideologici e che sia in grado, nel breve periodo, di
rilanciare alcuni punti programmatici destinati ad essere raccolti nella
prossima legislatura da un rinnovato Esecutivo Monti. Nuove sigle e nuovi
progetti, naturalmente per nuovi equilibri. E proprio Fini si muove con
decisione in questa direzione, specificando che l’esperienza bipolarista, su cui
tanto aveva investito prima il Movimento Sociale e poi Alleanza Nazionale, si è
conclusa nel modo peggiore per l’Italia: ha diviso gli animi e cancellato le
energie e la buona volontà indispensabili per amministrare il paese, senza mai
trovare per altro un senso comune, una forma di riconoscimento identitario
superiore e condiviso che potesse consentire il definitivo salto di qualità
alla nostra democrazia. Nessuna riflessione né alcun mea culpa sulla revisione
dei sistemi elettorali, sulle fragilità della rappresentanza dopo l’abbandono
del maggioritario voluto dal suo precedente partito. Colpisce, poi, un dato
particolare: le nuove sigle ed i nuovi progetti vengono perorati da esponenti
della vecchissima guardia, sinistre figure di una classe dirigente impegnata
nella gestione della cosa pubblica fin dagli anni ’80.

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settembre 17, 2012

Il minuetto di Marchionne

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Sergio_marchionneSta facendo discutere, in queste ore, la
scellerata decisione della Fiat di sospendere gli investimenti nella produzione,
investimenti che erano stati precedentemente promessi prima al Governo Monti e
poi alle parti sociali. Un dato va rammentato come monito politico: in
concomitanza con la promozione del progetto in questione, sulla base di una
meticolosa valutazione a trecentosessanta gradi circa la strategia aziendale nel lungo
periodo, Uil e Cisl presero le debite distanze dalla Cgil, presentando le
inconsistenti e strenue resistenze della sigla guidata dalla Camusso come “obiezioni di sorta”, faziosità
anacronistiche e controproducenti. Dopo la sovraesposizione mediatica, Bonanni
ed Angeletti si trovano oggi a fare i conti con un danno d’immagine imponente
poiché il piano semplicemente non esiste più: accantonato, sospeso o naufragato
poco cambia. Il progetto Fabbrica Italia, secondo la felice denominazione adottata
in principio da Marchionne, avrebbe dovuto consentire lo stanziamento di 20
miliardi di euro destinati alla produzione di 1,4 milioni di auto nel 2014, venti
nuovi modelli e sei restyling per i marchi Fiat, Alfa e Lancia. Ma la crisi del
settore automobilistico non ha concesso sconti né tregue ai dirigenti della
casa torinese: la “demotorizzazione
si è inquadrata nell’ambito più ampio della crisi economica che ha attanagliato
il nostro sistema, una crisi che sta distruggendo, giorno dopo giorno, le piccole
e medie realtà produttive, già vessate da uno Stato eccessivamente invasivo. Di
fronte allo sfacelo della finanza, l’amministratore delegato dell’impresa ha
ritenuto proficuo tagliare i costi ed eliminare promesse considerate
improvvisamente irrealizzabili. Torna così di moda un vecchio adagio, quello
che vuole la Fiat come una realtà economica solerte nel socializzare i debiti e
poco incline ai compromessi quando si tratta di redistribuire i profitti.

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settembre 9, 2012

La fiction infinita

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Il
nostro sistema politico vive di analogie, di corsi e ricorsi storici, di
situazioni parossistiche che presentano caratteri comuni. L’unico dato di fondo,
ragionevolmente certo, è la totale incapacità della classe dirigente di
centro-sinistra di far tesoro della lezione precedente. Non sono ingeneroso né volutamente
polemico. Narriamo i fatti col gusto della genericità, presentando cioè
soltanto i caratteri essenziali della situazione, lasciando al lettore il
giudizio sugli eventi e le consequenziali ricostruzioni.

Dunque:
un sistema politico si avvia al lento ma inesorabile declino. I partiti
tradizionali hanno dimostrato una congenita incapacità nella gestione delle
diverse crisi, siano esse di natura strutturale o di mera congiuntura, abbiano
esse una natura istituzionale o un’origine prettamente economica. A ciò va
aggiunto un dato ripugnante: la corruzione ha superato i confini dell’imponderabile,
conducendo non tanto al dissesto morale, quanto al degrado della sfera
pubblica. Il Parlamento  è parso compromesso
nella sua credibilità, a causa di magagne giudiziarie di poco onorevoli
esponenti. Images Tanto è stato l’imbarazzo, che il Quirinale, per fronteggiare le
difficoltà, ha dovuto far riferimento ad un governo tecnico, ad un corpo amorfe
del sistema, presieduto da una figura di alto profilo stimata unanimemente in
sede internazionale. Questi ha accettato l’onere e l’onore di governare “l’azienda-Italia” al fine di consentire al paese il pieno adempimento agli impegni presi dai
precedenti Esecutivi sul fronte comunitario. Con una promessa: rinnovare una
legge elettorale farraginosa e consentire il pieno dispiegamento di una fase
due, riponendo la politica al centro delle sue responsabilità. Mentre la classe
dirigente progressista ha iniziato ad elaborare programmi di governo a
geometrie variabili, sfruttando cioè le possibili alleanze con soggetti a
destra ed a sinistra del suo schieramento, si è diffusa mediaticamente la
futura lista degli eletti, la spartizione degli incarichi istituzionali, quasi
la prassi democratica fosse una formalità scomoda e fastidiosa.

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settembre 8, 2012

Un’Europa precaria

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602-0-20120907_051033_295459E3Non chiederti
cosa l’Esecutivo Monti abbia fatto per te, chiediti piuttosto cosa puoi fare tu
per il Governo. Potrebbe essere questo, in prospettiva, il motto di
un’eventuale lista del premier in occasione della prossima campagna elettorale,
il leitmotiv di un bel partito di centro capace di racchiudere in
un’ottica sistemica le resistenze dei ceti medio-alti a concedere nuovamente
fiducia alla classe politica.

Per un curioso
gioco del destino, mentre negli Stati Uniti d’America inizia una serrata lotta
per la conquista della Casa Bianca con la fine della convention democratica,
l’uomo forte di Palazzo Chigi, dopo essersi autoproclamato salvatore
dell’Italia e dell’Europa a Bari in occasione della Fiera del Levante, ha
ricevuto parallelamente la benedizione dei banchieri a Cernobbio. Lavori in
corso per l’ubiquità. Benedizione ovviamente respinta al mittente, perché così
vuole la prassi: Monti non è (ancora) una figura politica in senso stretto. Pur
esercitando la carica di premier, allo stato attuale egli presiede un Gabinetto
composto da tecnici e da esperti di settore, posti al vertice di una
maggioranza fragile e variegata come mai. Ciò ha posto dei limiti oggettivi.

Eppure
l’indicazione degli istituti di credito è stata chiara, cristallina e ha
lasciato pochi margini di dubbio circa la possibilità di riscontrare letture
difformi per il futuro dell’Italia: «Non solo la ritengo fondamentale – afferma Enrico Cucchiani,
consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, in merito all’eventuale conferma della
leadership di Monti – ma anche estremamente probabile, nel senso che le
soluzioni alternative potrebbero comportare grossi rischi per il Paese
».

Ecco la formula
magica che permette di commissariare una democrazia sul modello greco: è l’Europa
che impone il sacrificio di rinnegare i cardini del nostro modello
costituzionale per abbracciare una depoliticizzazione di aree un tempo parti
esclusive della competenza del governo nazionale. Il perché è presto detto:
rientriamo nei paesi peccatori, nella black-list dei poco virtuosi. Abbiamo
speso più di quanto abbiamo prodotto, beneficiando di uno stile di vita ben al
di là delle nostre effettive possibilità concesse dal sistema economico. E
allora vige la pena dantesca del contrappasso: non serve cambiare modello di
sviluppo o produrre in misura più oculata, bisogna pagare dazio così come
impone Berlino.

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settembre 6, 2012

Il papa straniero

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Ministri_corrado_passeraIl
gusto dell’esotismo la sinistra italiana l’ha sempre avuto nel proprio codice
genetico, una strana forma di esterofilia stagionale, utile nei momenti di
crisi per plasmare l’anima del Partito Democratico secondo le mode del momento,
valutate le convenienze del caso: Bill Clinton, Tony Blair, Gerhard Schröder, José
Luis Rodríguez Zapatero, Barack Obama sono diventati a turno statue di olimpica
memoria, figure mitologiche che meritano un posto nel pantheon del riformismo
nazionale, quasi avessero materialmente inciso sulla crescita economica,
politica o spirituale di questo sciagurato paese. Un atteggiamento forse
provinciale, ma certamente utile, specie se il fine è deviare l’attenzione
dalle grandi rotture consumatesi nel frattempo all’interno dello Stivale. Volgendo
lo sguardo a Roma, infatti, il discorso è tuttora complesso: la sfida fra il socialismo
craxiano della Milano bene e l’ortodossia mite di berlingueriana memoria non è
ancora divenuta un tema per gli storici, tanto scottante è l’argomento e tanta
grossa è l’eredità. E poiché le fratture si consumano nelle correnti del fu
Partito Comunista alla luce del sole, vige spesso e volentieri la voglia, il
desiderio inespresso di essere dominati da un Papa straniero. Vedi alla voce:
complesso d’inferiorità.

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