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Sappiamo “cos’è” Obama, non “chi è”…

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Negli Stati Uniti, due settimane dopo il pronunciamento della nazione tramite verdetto elettorale, si riflette ancora sulle lezioni da trarre dal voto popolare. Capita così di imbattersi in un’analisi politologica di John Podhoretz, assai valida e completa sotto ogni punto di vista. Innanzitutto perché non vengono attenuate le responsabilità di McCain di fronte alla destra americana. Sembra un’ovvietà, ma il bon ton politico nei confronti di un leader che – giocoforza – dovrà abbandonare la scena principale, ha conculcato la capacità critica di parecchie coscienze repubblicane. Da più parti si è concentrata l’attenzione sulla viltà imbonitrice di Obama, sulla sua astuzia nel tessere una tela di relazioni coi poteri forti senza mai abbandonare la vocazione populistica dei suoi spot futuristici, sulla sua strisciante ambiguità in merito ai temi etici. In realtà folle sarebbe stato il contrario, giacché il “nemico”, da che mondo è mondo, non collabora mai per la realizzazione dei tuoi piani.

Podhoretz, invece, evidenzia il dato statisticamente più rilevante: quella del Gop, a prescindere dalle caratteristiche del nuovo inquilino della Casa Bianca, non è una sconfitta qualsiasi, ma un vero e proprio tracollo, un ripudio proveniente dalla base. A suffragio della sua tesi porta due dati emblematici: in primis la diminuzione sostanziale del cosiddetto “partito di identificazione”, quel movimento che a pelle abbraccia i valori repubblicani e conseguentemente le scelte del partito; in secondo luogo la perdita dell’Indiana, roccaforte della destra d’oltreoceano da più di dieci tornate elettorali.

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Esteri — Tag:, , , , — Giuseppe Lombardo @ 17:15

Non serve una pop star

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John McCain è parecchio apprezzato per la capacità felina di cadere sempre in piedi. La storia personale dell’ex leader dei repubblicani incarna per i conservatori europei il mito del sogno americano, l’idea di essere nati per servire la patria sia nei momenti felici, sia in quelli particolarmente difficili, con la stessa tempra e il medesimo vigore. Il senatore dell’Arizona è un eroe nel senso letterale del termine e merita tutto il rispetto che questa carica onorifica gli conferisce. Quando, però, un eroe decide di far politica, sceglie con coscienza di avventurarsi in un terreno pieno di insidie, ove la prima fondamentale regola è mettere in discussione quotidianamente la propria persona e le proprie convinzioni. Se poi quello stesso eroe compie la folle impresa di correre per la Casa Bianca, vincendo le primarie interne e sbaragliando avversari di un certo peso, sa già in partenza che i suoi atteggiamenti durante la battaglia elettorale verranno sezionati nei minimi dettagli da analisti e semplici elettori.

Ecco perché la difesa d’ufficio posta in atto da Newt Gingrich mi sembra eccessivamente accomodante. L’ex speaker della Camera ha sostanzialmente glissato sulle eventuali responsabilità della leadership, lasciando intuire che questa elezione fosse persa in partenza:

«It is pretty hard to say our losses were because of John McCain’s campaign. McCain performed way above plausibility compared to where the Republican president was in the polls. We have to look honestly at what went wrong».

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Attualità — Tag:, , , , — Giuseppe Lombardo @ 17:14

Nello studio ovale

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Il 24 settembre, guardando le varie rilevazioni statistiche riportate dagli istituti demoscopici americani, avevo espresso il mio scetticismo su una possibile rimonta di McCain. Non appena l’effetto Palin si è affievolito, anche la candidatura del vecchio Maverick ha perso smalto: la base si è sentita trascurata da un grande eroe distante mille miglia; un dato evidente è la timidezza del fronte evangelico, diventato una mistica presenza a fronte del ruolo da protagonista conquistato quattro anni fa nella seconda affermazione di Bush. Come ogni osservatore di buonsenso, pertanto, sapevo che Barack Hussein Obama sarebbe diventato il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti.

Anziché saltare sul carro dei vincitori, cercando d’intercettare un consenso pleonastico proveniente da Washington, ho eliminato le sortite esterofile dalle riflessioni politiche, concentrando la mia attenzione sulla nuova leadership mondiale ed esponendo i dubbi sulle istanze di cui essa è diventata, nel corso della campagna, unica portatrice.

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Esteri, Politica — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 16:33

Per-fet-to

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Leggete attentamente l’editoriale di Tim Montgomerie sul Telegraph (via Simone) e, appena finito, domandatevi cosa un conservatore europeo può realisticamente aggiungere.

Io non ho trovato risposta.

«Seven years later, al-Qaeda is on the run across the world. Although Osama bin Laden is still at large, many of his accomplices have been eliminated. The Iraq war was badly mishandled, but the surge of troops has brought significant progress. Under General David Petraeus, the US armed forces have greatly improved their anti-terrorist and anti-insurgency capabilities. Opinion polls find declining support for extremism throughout Muslim nations. I don’t pretend that the war on terror is won. That’s why we need the 44th President to be as strong as the 43rd. We need another “Dark Knight” who will take the unpopular decisions that will keep us all safe. That includes the widespread use of surveillance, a willingness to work outside do-nothing multilateral institutions such as the UN, and pursuit of the doctrine of pre-emption. Churchill defined the doctrine of pre-emption half a century ago in characteristic style: “You must never fire until you’ve been shot dead? That seems to be a silly thing to say.” […] If I had a vote, it would be for the fiscally conservative hawk who has dedicated his life to his country and does not share President Bush’s indulgence of torture-like techniques. Against all polling evidence, I still hope for President John McCain».

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Esteri, Politica — Tag:, , — Giuseppe Lombardo @ 17:05

Altro che Vespa…

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Gwen Ifill sta preparando un libro sull’ascesa alla Casa Bianca di Barack Obama e sui giovani politici afroamericani emergenti. Non sarebbe opportuno avanzare il legittimo sospetto che, come conduttrice, non sia al di sopra delle parti nella mediazione del confronto televisivo tra Biden e Palin?

P.S. Le imprecazioni politicamente scorrette di qualche militante del Gop hanno comunque sortito effetto.

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Esteri — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 20:30

Un pareggio repubblicano

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Il primo dibattito in vista delle presidenziali di novembre ha, per certi versi, deluso il grande pubblico americano e la platea di spettatori che ha seguito l’evento da tutto il mondo. Se vogliamo analizzare i contenuti dello scontro televisivo, dobbiamo guardare oltre la promozione faziosa che i due schieramenti hanno posto in atto a microfoni spenti, concentrandoci su due dati fondamentali: primo, l’andamento generale, il botta e risposta classico da cui si evince l’abilità retorica e la capacità offensiva dei due contendenti; secondo, l’eventuale riposizionamento dell’elettorato nelle rilevazioni statistiche nazionali.

Partiamo da quest’ultimo aspetto. Il vantaggio sostanziale di Obama non si è ridotto se non marginalmente. L’indubbia inesperienza del candidato democratico non ha compromesso i sondaggi, consentendo ai liberal di reggere l’onda d’urto della loquacità di Maverick. A ciò in parte ha contribuito un atteggiamento non esattamente equidistante del moderatore Jim Lehrer, capace di dedicare trenta minuti, un terzo della trasmissione, all’economia nell’ambito di un confronto che – almeno nelle intenzioni – doveva incentrarsi sulla politica estera. E’ pur vero però che l’elettore medio d’oltreoceano, in questo contesto così controverso con un’economia depressa che genera preoccupazioni e perplessità, concentra la propria attenzione principalmente sull’aspetto finanziario, in cerca di garanzie e rassicurazioni. Obama è stato preciso, non minuzioso ma scrupoloso, nell’elencare i punti delle sue riforme in quest’ambito. Ha saputo coniugare correttamente il verbo del riformismo progressista e quello del populismo massmediatico, accusando il rivale di pianificare sgravi fiscali consistenti per tutte le corporation. McCain ha tentato di arginare in tal senso la manovra d’assalto dell’avversario, invitando gli elettori a riflettere sull’aumento della spesa pubblica conseguente alle manovre che Obama promette di realizzare. Il senatore repubblicano ha rammentato inoltre che politiche di estrema sinistra come quelle preannunciate mal si adattano al contesto capitalistico statunitense.

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Esteri — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 14:10

Un altro Padoa Schioppa

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Avevamo già ironizzato sulla sindrome da sceriffo di Nottingham che aveva reso, all’interno dei confini nazionali, così popolare il ministro dell’Economia dell’Esecutivo Prodi. Ora scopriamo che anche Biden, guarda caso un altro progressista, è affetto dalla medesima patologia.

Frattanto Karl Rove, sulle colonne del Wall Street Journal, evidenzia gli errori di comunicazione commessi da Obama, che dovrebbe essere più istituzionale, più sobrio, per conquistare il consenso dell’America “profonda”. Questa elezione, spiega l’editorialista, non è un plebiscito su John McCain, ma può tramutarsi nella debacle del giovane leader democratico, qualora non riuscisse a superare i persistenti dubbi che hanno accompagnato la sua ascesa.

«The same survey found that 48% of Americans consider Mr. Obama unqualified for the presidency, virtually unchanged from 46% in March and June. […] It is a mistake for Mr. Obama to spend a lot of time attacking Mr. McCain. In the past week, he, his surrogates or his ads have mocked Mr. McCain’s inability to use a keyboard (an activity, like combing his hair or tying his tie, that Mr. McCain has difficulty with because of war wounds), claimed his administration would be riddled with lobbyists, tried to make an issue of his age and successful cancer treatment, missed no chance to suggest he’d be President George W. Bush’s third term, and called him "dishonorable". This last charge is particularly foolish. It’s one of the last things voters will believe about John McCain».

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Politica — Tag:, , , , — Giuseppe Lombardo @ 17:04
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