Vorrei
tranquillizzare Travaglio e Furio Colombo: non di soli servi vive la carta
stampata in questo paese, ma anche di storici improvvisati, di ipocriti venditori
di fumo intenti a ricostruire le cronache patrie secondo il gusto sublime della
parzialità. E non c’è bisogno di andare su Repubblica per trovare lor signori. Molto
è stato scritto, anche su queste colonne, circa la presunta trattativa
intercorsa fra Stato e mafia dopo la strage di Capaci, una trattativa che – se
fosse stata posta in essere – andrebbe immediatamente secretata per la suprema
ragion di Stato e consegnata in toto al
giudizio dei posteri. Invocare aprioristicamente per i cittadini il diritto di sapere la verità, di conoscere i meandri più sporchi delle
stanze dei bottoni, è legittimo e forse anche moralmente ineccepibile sotto il
profilo di una liberal-democrazia pluralista; cionondimeno resta
un’affermazione utopica e politicamente poco opportuna, e non serve scomodare
Machiavelli o Richelieu per desumerne i motivi. Ci sono eventi che, prima di
essere narrati fedelmente, devono essere soppesati, badando a strategie ed
interessi che per essere spiegati necessitano prima di una fase d’incubazione,
fase che talvolta può durare più di trent’anni. E’ probabilmente questo il
caso.
E’
straordinario, tuttavia, rilevare come le stesse brillanti firme che incalzano oggi
i vertici dello Stato su questa spinosa questione, volgano poi lo sguardo
altrove quando si tratta di ricostruire altri eventi, più o meno recenti, della
nostra vita civile. Giusto ieri La Stampa
di Torino ha pubblicato un’interessante intervista, realizzata da Maurizio
Molinari, all’ex ambasciatore di Roma, Reginald Bartholomew, il quale – nella
sua ricostruzione del fenomeno di Mani Pulite – ha ammesso che la posizione del
Dipartimento di Stato nel 1992 era di latente scetticismo: la perplessità sulla
strategia tenuta dal pubblico ministero Antonio Di Pietro era dovuta, con ogni
evidenza, al rispetto dei diritti umani ed al tema della carcerazione
preventiva, un abominio giuridico utilizzato con inusuale frequenza. Il
problema era cioè costituito dalla presenza di “un pool di magistrati di Milano che nell’intento di combattere la
corruzione politica dilagante era andato ben oltre, violando sistematicamente i
diritti di difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia
come l’Italia, a cui ogni americano si sente legato”.
Posto
che veniva messa in discussione la stabilità di un partner strategico nel
Mediterraneo, Bartholomew continua: “Se
fino a quel momento il predecessore Peter Secchia aveva consentito al Consolato
di Milano di gestire un legame diretto
con il pool di Mani Pulite, «d’ora in avanti tutto ciò con me cessò»,
riportando le decisioni in Via Veneto”.
Dunque
esisteva un contatto fra le istituzioni americane ed i magistrati guidati
dall’attuale leader dell’Italia dei Valori. La prima domanda che si pone
palesemente agli occhi del lettore è: perché?



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