Tra le mille reazioni politiche susseguitesi in merito alla bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta, la posizione più originale è stata espressa da Pierferdinando Casini, il quale, invitando i colleghi alla calma e alla moderazione, ha spiegato come il parere sull’illegittimità dell’atto non implichi di per sé una sorta di giudizio universale sul destino dell’Esecutivo, allontanando implicitamente la prospettiva delle elezioni anticipate. Giusto. O forse no. Al di là delle ammirevoli intenzioni, il leader dell’Udc non può ignorare il dato politico emerso ieri, ossia la consacrazione mediatica di un conflitto istituzionale creato dal presidente del Consiglio nei confronti dell’inquilino del Quirinale. Intercettato dalla stampa (per carità, non nel senso giudiziario del termine), il premier ha espresso la sua ira per l’esito del verdetto:
«Abbiamo una minoranza di magistrati rossi che è organizzatissima e che usa la giustizia a fini di lotta politica. Il 72% della stampa è di sinistra, gli spettacoli di approfondimento della tv pubblica pagata con i soldi di tutti sono di sinistra, ci prendono in giro anche con gli spettacoli comici. Il capo dello Stato sapete voi da che parte sta».
Se lo spartito è il solito, se il copione è un po’ stucchevole epperò degno della narrativa contemporanea, l’attacco al Quirinale è senza precedenti. Sia chiaro, non evidenzio il dato con faziosità tentando di dividere ulteriormente la nazione tra guelfi e ghibellini, la destra tra finiani e berlusconiani, parlo da un punto di vista prettamente storico. Dopo la discutibile presidenza di Oscar Luigi Scalfaro, mai un rappresentante politico nel pieno delle funzioni istituzionali aveva calato la scure contro il Colle durante la Seconda Repubblica. Lo hanno fatto i deputati di Di Pietro dai banchi dell’opposizione e financo alcuni esponenti leghisti nelle vesti di europarlamentari, ma mai un ministro (o il capo di un Gabinetto) aveva fatto ricorso a questa esasperata retorica.
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L’ossequio rispettoso che si nutre nei confronti dei principi cardine della Costituzione non dovrebbe mai degenerare nella sacralizzazione del testo come unica base possibile di convivenza civile. La Carta è stata scritta all’indomani di un conflitto bellico devastante, da una classe dirigente che aveva il pregio dell’onestà e il difetto di vivere conformemente allo spirito del tempo, con scarsa lungimiranza. La necessità immediata di creare armonia nello Stivale, dopo una sanguinosa faida che aveva spaccato in due il Paese con l’esistenza e il consolidamento sia pur breve di due Stati fantoccio controllati da potenze straniere, portò dopo un’ampia discussione all’adozione di un testo di pregevole fattura, ma pur sempre farraginoso perfino nella sua originaria impostazione.
Sussiste, nel centrodestra, un deficit di democrazia, un senso diffuso di intolleranza per chi, considerandosi parte integrante della cultura predicata da questa maggioranza, pratica in concreto un lessico ignoto al nuovo soggetto unitario, un verbo differente dalla rassegnazione alla logica di potere dettata dall’alto. Esiste cioè una controcultura, diffusa nei vertici dell’establishment della coalizione, abituata al vassallaggio intellettuale, al mecenatismo, consapevole del ruolo della stampa solo in una logica di asservimento, di traduzione retorica di una pratica politica.
La decisione presa dalle sezioni unite della Cassazione è stata letteralmente un pugno nello stomaco alla coscienza civile di questo paese, al sistema dei pesi e contrappesi instaurato con l’avvento della Costituzione del ‘48, la dimostrazione assai evidente dell’espropriazione del potere legislativo da parte della magistratura.
Se si eccettuano alcuni toni volutamente apocalittici, il punto politico illustrato da D’Avanzo oggi su 







