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Lasciate stare Kennedy

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In questo caso “siamo tutti coglioni” sembrava un motto più azzeccato.

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Giustizia, Sinistra — Tag:, , — Giuseppe Lombardo @ 20:12

La sindrome dell’assediato

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Tra le mille reazioni politiche susseguitesi in merito alla bocciatura del lodo Alfano da parte della Consulta, la posizione più originale è stata espressa da Pierferdinando Casini, il quale, invitando i colleghi alla calma e alla moderazione, ha spiegato come il parere sull’illegittimità dell’atto non implichi di per sé una sorta di giudizio universale sul destino dell’Esecutivo, allontanando implicitamente la prospettiva delle elezioni anticipate. Giusto. O forse no. Al di là delle ammirevoli intenzioni, il leader dell’Udc non può ignorare il dato politico emerso ieri, ossia la consacrazione mediatica di un conflitto istituzionale creato dal presidente del Consiglio nei confronti dell’inquilino del Quirinale. Intercettato dalla stampa (per carità, non nel senso giudiziario del termine), il premier ha espresso la sua ira per l’esito del verdetto:

«Abbiamo una minoranza di magistrati rossi che è organizzatissima e che usa la giustizia a fini di lotta politica. Il 72% della stampa è di sinistra, gli spettacoli di approfondimento della tv pubblica pagata con i soldi di tutti sono di sinistra, ci prendono in giro anche con gli spettacoli comici. Il capo dello Stato sapete voi da che parte sta».

Se lo spartito è il solito, se il copione è un po’ stucchevole epperò degno della narrativa contemporanea, l’attacco al Quirinale è senza precedenti. Sia chiaro, non evidenzio il dato con faziosità tentando di dividere ulteriormente la nazione tra guelfi e ghibellini, la destra tra finiani e berlusconiani, parlo da un punto di vista prettamente storico. Dopo la discutibile presidenza di Oscar Luigi Scalfaro, mai un rappresentante politico nel pieno delle funzioni istituzionali aveva calato la scure contro il Colle durante la Seconda Repubblica. Lo hanno fatto i deputati di Di Pietro dai banchi dell’opposizione e financo alcuni esponenti leghisti nelle vesti di europarlamentari, ma mai un ministro (o il capo di un Gabinetto) aveva fatto ricorso a questa esasperata retorica.

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Giustizia, Politica — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 23:38

Dall’equilibrio dei valori all’equilibrismo relativista

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L’ossequio rispettoso che si nutre nei confronti dei principi cardine della Costituzione non dovrebbe mai degenerare nella sacralizzazione del testo come unica base possibile di convivenza civile. La Carta è stata scritta all’indomani di un conflitto bellico devastante, da una classe dirigente che aveva il pregio dell’onestà e il difetto di vivere conformemente allo spirito del tempo, con scarsa lungimiranza. La necessità immediata di creare armonia nello Stivale, dopo una sanguinosa faida che aveva spaccato in due il Paese con l’esistenza e il consolidamento sia pur breve di due Stati fantoccio controllati da potenze straniere, portò dopo un’ampia discussione all’adozione di un testo di pregevole fattura, ma pur sempre farraginoso perfino nella sua originaria impostazione.

Facciamo un esempio di meccanica istituzionale: il Parlamento elegge il Presidente della Repubblica e può, a livello teorico, in presenza di gravi circostanze, metterlo in stato d’accusa; a sua volta il Presidente può sciogliere anticipatamente le Camere, inficiando il potere poc’anzi indicato, e nominare un nucleo di giudici alla Corte costituzionale, cioè insediare un gruppo di esperti del diritto presso lo stesso organismo che dovrebbe pronunciarsi sulle accuse promosse contro il Presidente medesimo. E’ lapalissiana la confusione. Gli interpreti togati, in quest’ottica, andrebbero giudicati sulla base della coerenza dei loro pronunciamenti con l’impatto sociale delle norme e non per le doti da oracolo decantate da certuni.

La Carta del 1948 è pertanto una traccia, una sorta di manifesto, all’interno della quale vengono elencate le linee guida per la condivisione minima di alcuni valori di fondo nell’ambito della comunità nazionale, partendo dal necessario e sacrosanto rispetto per le diverse culture e identità dei singoli e abbracciando il principio di democrazia che affida al Parlamento il ruolo di organo sovrano, in quanto diretta espressione della volontà popolare. Questo è il nocciolo del nostro sistema.

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Cultura, Politica — Tag:, , , , , , , , — Giuseppe Lombardo @ 01:36

Finta democrazia e manicheismo di maniera

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Sussiste, nel centrodestra, un deficit di democrazia, un senso diffuso di intolleranza per chi, considerandosi parte integrante della cultura predicata da questa maggioranza, pratica in concreto un lessico ignoto al nuovo soggetto unitario, un verbo differente dalla rassegnazione alla logica di potere dettata dall’alto. Esiste cioè una controcultura, diffusa nei vertici dell’establishment della coalizione, abituata al vassallaggio intellettuale, al mecenatismo, consapevole del ruolo della stampa solo in una logica di asservimento, di traduzione retorica di una pratica politica.

Per questo, per un’ontologica insoddisfazione di fronte al fetore del pensiero unico, per antipatia del perbenismo e in ossequio alla mia personale vocazione d’essere bastian contrario, in tempi di “luna di miele con gli elettori” ho voluto criticare aspramente il Pdl, reo di aver perso, a mio giudizio, le sue radici e di essersi ridotto alla mercé di un sistema politico bipolare omologante verso l’immobilismo. Il dubbio è semplice: anziché essere di fronte al Partito Democratico e al Popolo delle Libertà, ci troviamo in mezzo a due Prodotti e la loro fabbricazione non mi sembra nemmeno soddisfacente.

Fatto salvo il merito delle obiezioni poste, resta un nodo fondamentale che mi procura un ingenuo ottimismo. Quando sento il Ministro Sacconi, un socialista emigrato nelle fila liberali, asserire che l’eventuale interruzione delle pratiche di nutrizione e idratazione delle persone in stato vegetativo persistente costituisce un atto illegale, sia che venga compiuto nelle strutture pubbliche, sia in quelle private del servizio sanitario nazionale, improvvisamente la realtà politica mi sembra meno squallida, un po’ più cristallina e pura. Se un sistema ritenuto marcio riesce a produrre una pervicace battaglia in favore della vita persino a colpi di istruttive ministeriali, allora forse vuol dire che non tutto il male vien per nuocere. Magari, si obietterà, è una mossa strategica per ottenere il consenso delle stanze pontificie. Mi chiedo perché l’obiezione maliziosa di fondo non venga mai sollevata nei confronti della spensierata condotta di una certa magistratura, che arbitrariamente stabilisce di bypassare il Parlamento e creare implicitamente una normativa sull’eutanasia in spregio alla logica della separazione dei poteri. Le ingerenze della Chiesa sono sempre deprecabili, le sortite poco felici del potere giudiziario vanno interpretate con accondiscendenza. Due pesi e due misure per un’unica realtà.

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Cultura, Giustizia, Politica — Tag:, , , , , , — Giuseppe Lombardo @ 03:36

Toghe rosso sangue

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Lo so, quando si parla di eutanasia occorrerebbe la massima diplomazia possibile, l’uso del galateo politico e del bon ton necessari per il rispetto delle decisioni e delle sofferenze dei terzi. Ma io non ce la faccio, mi spiace, non riesco a essere felpato in un contesto così deprimente, di fronte all’annientamento del potere legislativo per sentenza. Quanti, tra i lettori, sono intolleranti alle obiezioni di merito possono benissimo fermarsi qui ed interrompere il prosieguo della lettura. Non gliene farò una colpa.

La decisione presa dalle sezioni unite della Cassazione è stata letteralmente un pugno nello stomaco alla coscienza civile di questo paese, al sistema dei pesi e contrappesi instaurato con l’avvento della Costituzione del ‘48, la dimostrazione assai evidente dell’espropriazione del potere legislativo da parte della magistratura.

Nel nostro ordinamento costituisce reato la condotta di chi determina ad altri il suicidio o la condotta di chi cagiona la morte di un terzo, seppure con il di lui consenso. L’ipotesi dell’eutanasia risulta vietata. E’ concesso, per inverso, che i fattori causali presenti nell’organismo sviluppino i loro effetti. In altri termini: se il paziente in prima persona, dotato di capacità legale e naturale di agire, rifiuta consapevolmente interventi terapeutici che ne ritarderebbero la morte, l’omessa azione curativa è legittima.

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Il paese dei Travaglio

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Domani non ci saranno titoli a nove colonne da parte della grande editoria. Nel paese dei Travaglio la stampa funziona così: ha una vocazione unilaterale al linciaggio, una propensione ontologica all’inquisizione. Se all’interno di un’inchiesta le boutade della magistratura si rivelano tali, basta un trafiletto fra le pagine di cronaca politica, non serve una riflessione seria sulla credibilità perduta, né – tantomeno – un pubblico mea culpa da parte degli imbonitori dell’etica per riparare il danno d’immagine. E’ il gioco delle parti: si punta tutto sull’oblio dei lettori, nella certezza che non ci saranno rompiscatole pronti a rivelare la nudità del re.

Né Repubblica, né Corriere riportano sui rispettivi domini online l’archiviazione della richiesta a procedere contro il Cavaliere in merito alla vicenda sulla presunta compravendita di senatori. O almeno non trascrivono il tutto in prima. E’ un classico: se parte un’indagine, il lettore deve essere minuziosamente al corrente dei dettagli ignoti persino alla difesa; se la medesima si arena, la grande informazione ha altro a cui pensare. Si può obiettare: magari ci sono stati talmente tanti eventi significativi nella giornata odierna, che oggettivamente porre in risalto la notizia sarebbe stata impresa ardua. Eppure le preferenze fisiche della Canalis verso i neri e il suggerimento di usare gli antibiotici solo quando servono hanno trovato la propria ragion d’essere (non sia mai che qualcuno voglia brindare con un bicchiere di Bactrim). E’ il tic della stampa bene, il riflesso condizionato del giustizialismo, perché battere al computer un pezzo con in sottofondo il tintinnio di manette è decisamente più allettante.

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Inadatto

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Se si eccettuano alcuni toni volutamente apocalittici, il punto politico illustrato da D’Avanzo oggi su Repubblica mi sembra ampiamente condivisibile. Gaetano Pecorella non ha il curriculum necessario per sedere alla Consulta. Sarà una persona eccellente, un esperto di diritto di fama nazionale e un principe del foro, ma il fatto di aver difeso (tra l’altro egregiamente) in tribunale l’imputato Berlusconi lo rende palesemente non al di sopra delle parti. L’ho detto e ripetuto a più riprese in altri contesti: compito dei giudici è quello di essere imparziali e di apparire tali. Pecorella oggettivamente manca di questo requisito.

E’ inoltre inaudito politicizzare ogni settore della vita pubblica. Occorrerebbe un serio consulto fra psicologi e antropologi per capire la strategia politica messa in atto da Veltroni: come si può barattare la presidenza della Commissione Vigilanza Rai con uno scranno alla Consulta? Personalmente mi sembra assurdo e contrario all’etica politica di uno Stato liberale. Non capisco, tra l’altro, la pervicace battaglia in difesa di Leoluca Orlando, esponente di un partito che – al di là delle guerre di principio – ha violato gli accordi elettorali stipulati col Pd, manifesta quotidianamente prima contro il governo e poi contro la corrente maggioritaria dell’opposizione accusata di inciucismo e procura financo imbarazzo nei rapporti col Colle ospitando nelle manifestazioni imbonitori qualunquisti.

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Giustizia, Politica — Tag:, , , , , — Giuseppe Lombardo @ 23:17
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