agosto 30, 2012

La spy-story: Di Pietro ed i servizi segreti

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Dipietroserv

Vorrei
tranquillizzare Travaglio e Furio Colombo: non di soli servi vive la carta
stampata in questo paese, ma anche di storici improvvisati, di ipocriti venditori
di fumo intenti a ricostruire le cronache patrie secondo il gusto sublime della
parzialità. E non c’è bisogno di andare su Repubblica per trovare lor signori. Molto
è stato scritto, anche su queste colonne, circa la presunta trattativa
intercorsa fra Stato e mafia dopo la strage di Capaci, una trattativa che – se
fosse stata posta in essere – andrebbe immediatamente secretata per la suprema
ragion di Stato e consegnata in toto al
giudizio dei posteri. Invocare aprioristicamente per i cittadini il diritto di sapere la verità, di conoscere i meandri più sporchi delle
stanze dei bottoni, è legittimo e forse anche moralmente ineccepibile sotto il
profilo di una liberal-democrazia pluralista; cionondimeno resta
un’affermazione utopica e politicamente poco opportuna, e non serve scomodare
Machiavelli o Richelieu per desumerne i motivi. Ci sono eventi che, prima di
essere narrati fedelmente, devono essere soppesati, badando a strategie ed
interessi che per essere spiegati necessitano prima di una fase d’incubazione,
fase che talvolta può durare più di trent’anni. E’ probabilmente questo il
caso.

E’
straordinario, tuttavia, rilevare come le stesse brillanti firme che incalzano oggi
i vertici dello Stato su questa spinosa questione, volgano poi lo sguardo
altrove quando si tratta di ricostruire altri eventi, più o meno recenti, della
nostra vita civile. Giusto ieri La Stampa
di Torino ha pubblicato un’interessante intervista, realizzata da Maurizio
Molinari, all’ex ambasciatore di Roma, Reginald Bartholomew, il quale – nella
sua ricostruzione del fenomeno di Mani Pulite – ha ammesso che la posizione del
Dipartimento di Stato nel 1992 era di latente scetticismo: la perplessità sulla
strategia tenuta dal pubblico ministero Antonio Di Pietro era dovuta, con ogni
evidenza, al rispetto dei diritti umani ed al tema della carcerazione
preventiva, un abominio giuridico utilizzato con inusuale frequenza. Il
problema era cioè costituito dalla presenza di “un pool di magistrati di Milano che nell’intento di combattere la
corruzione politica dilagante era andato ben oltre, violando sistematicamente i
diritti di difesa degli imputati in maniera inaccettabile in una democrazia
come l’Italia, a cui ogni americano si sente legato
”.

Posto
che veniva messa in discussione la stabilità di un partner strategico nel
Mediterraneo, Bartholomew continua: “Se
fino a quel momento il predecessore Peter Secchia aveva consentito al Consolato
di Milano di gestire un legame diretto
con il pool di Mani Pulite, «d’ora in avanti tutto ciò con me cessò»,
riportando le decisioni in Via Veneto
”.

Dunque
esisteva un contatto fra le istituzioni americane ed i magistrati guidati
dall’attuale leader dell’Italia dei Valori. La prima domanda che si pone
palesemente agli occhi del lettore è: perché?

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agosto 14, 2012

Don Chisciotte d’Agosto

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Pdc travaglioL’andirivieni di Antonio Di Pietro di fronte al Tribunale di Milano ha fatto la storia della Prima Repubblica: sotto la scure del magistrato di Montenero di Bisaccia l’intero sistema, che aveva retto l’ordine politico dalla ratifica della Costituzione repubblicana al 1990, si sgretolava in pochi mesi, in maniera lenta ed inesorabile, come una montagna colpita da un'alluvione distruttiva. E proprio i contorni della pioggia torrenziale sembrava avere l’indagine condotta dal pool di Milano: partita come inchiesta circoscritta ai fondi del Pio Albergo Trivulzio, essa si estendeva a macchia d’olio, come una nuvola minacciosa all’orizzonte. Mani Pulite finiva rapidamente per colpire, con la sua punta di diamante togata, i nomi di spicco che avevano segnato le lente evoluzioni ed i processi di sviluppo della recente storia patria. L’accusa infamante ruotava principalmente attorno ai reati di corruzione e concussione, ma era chiaro fin da subito che al fondo del problema si situavano le storture concernenti la legislazione in tema di finanziamento pubblico ai partiti.

Un problema politico, almeno in teoria, avrebbe dovuto essere risolto con strumenti di natura politica: il reato compiuto dal singolo è frutto di una propensione alla criminalità individuale di un determinato soggetto; il reato compiuto da tutte le forze parlamentari o quasi, può anche connotare la biasimevole moralità della classe dirigente, ma è e resta una denuncia di una palese difformità tra l’etica pensata e l’etica applicata alla gestione della cosa pubblica.  Fu Craxi il primo ad intuire la necessità di andare al cuore delle difficoltà affrontando di petto le discrasie legislative che avevano generato un simile caos hollywoodiano, ma il suo nome finì ben presto nel tritacarne giudiziario.

Come spesso accade nella storia dei paesi europei, nel momento stesso in cui la crisi divampa e la classe dirigente mostra ampie lacune nella capacità d’indirizzo politico, ebbene è la magistratura ad assurgere al ruolo chiave di elemento di governo (basti leggere Tocqueville in merito). Da qui il repulisti di quegli anni, quasi fosse una missione spirituale l’applicazione asettica delle norme del codice penale. Una peculiarità propria dello Stivale è, poi, rendere l’imponderabile più che possibile. Così avvenne una strana commistione di ruoli e non appena lo zelo eccesivo usato da alcuni magistrati si dispiegò per ciò che realmente era e rappresentava, la stella della procura di Milano, che per mesi era apparsa sulle prime pagine di tutti i quotidiani nazionali alla stregua di un integerrimo Savonarola, si rivelò soggetta al fascino della discesa in campo. Per dirla in altri termini, Antonio Di Pietro non voleva più analizzare la corruttela del Pentapartito, ma elaborare – per il paese – una risposta in termini progettuali, una piattaforma che come un’araba fenice nascesse dalle inchieste da poco condotte. E’ forse quello il primo momento di rottura tra poteri.

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agosto 10, 2012

Dalla Lettera di Paolo

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Paolo-Flores-dArcais

Chi ha frequentato, almeno una volta nella vita, i salotti bene di una sinistra moderna e socialista, sa che l’intellettuale-militante è una specie di metastasi nel corpo delle forze progressiste del paese: con il suo fare illuminato, con il suo tracotante atteggiamento da uomo vissuto, con l’aria da rivoluzionario dei Parioli, l’Eroe (la E maiuscola è laicamente sacra) giudica dall’alto del suo scranno la totalità degli atteggiamenti umani, biasimando – fra i comfort – le popolari miserie che attanagliano “quell’altra Italia”: un paese moralmente povero, considerevolmente rozzo, incapace di concepire il supremo interesse nazionale, al di là delle strette esigenze particolaristiche del piccolo nucleo familiare di riferimento, secondo una chiara matrice d’estrazione borghese. L’intellettuale-militante, al tempo stesso censore e vero artefice del pensiero unico, ha, a ben vedere, una forma mentis estremamente semplice e consequenziale. Procede nei ragionamenti secondo i dettami di un rigido schema binario: in ossequio alla più rigorosa tradizione manichea, o stai con lui o sei contro di lui, o ti schieri in difesa della gauche o fai parte dei reazionari, o diventi progressista o sei destinato a restare il fascista di sempre.

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marzo 16, 2010

Acqua calda

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«I vertici della Consob sono nominati su proposta del Presidente del Consiglio, quelli dell’Antitrust sono scelti d’intesa da Presidente della Camera e Presidente del Senato (sommo sigillo di bipartisanship, al crepuscolo della prima repubblica quando fu scritta la legge, e non più oggi), quelli della Autorità per l’energia sono nominati dal governo con “ratifica” delle commissioni parlamentari. Qualcosa di simile avviene per il Presidente dell’AGCOM, mentre i componenti sono tali per elezione in sede di commissione parlamentare. L’Agcom ha otto commissari: otto è un bel numero tondo, che si presta alla lottizzazione. […] Allora, che persone nominate dalla politica per svolgere un ruolo politico subiscano influenze politiche è la scoperta dell’acqua calda». Alberto Mingardi.