E’ con una certa ironica soddisfazione che assisto agli improvvisi richiami al garantismo da parte di una certa corrente della Lega, la quale – avendo evidentemente deposto i cappi nei cassetti delle aule parlamentari nel lontano 1996 – adesso invoca la pulizia interna come unico strumento risolutorio di una controversia, quella sull’utilizzo improprio dei fondi pubblici, che ha una naturale rilevanza penale. Ora, non voglio ancora porre l’attenzione sull’anomalia italiana relativa ai finanziamenti delle forze politiche. La democrazia è competizione in ogni Stato liberale. Da noi, in uno Stato un po’ sui generis, la concorrenza è farsata in virtù della longevità: se fai parte del sistema, sparire non è il caso, non sarebbe educato. E tale ragionamento andrebbe esteso, in misura trasversale, anche alle forze rappresentative del mondo del lavoro e ad altre varie piccole caste che avvelenano la finanza pubblica, proprio mentre Monti chiede rispetto e rigore. Ma stante queste scarse considerazioni, nel mentre rivolgo con attenzione un occhio alle dinamiche interne di quella che appare, per struttura e radicamento territoriale, l’ultima forza leninista presente nel nostro paese, mi pongo anche una serie di domande sullo straordinario sarcasmo della vita.

Il succo del messaggio politico è pertanto facilmente desumibile: posto che la proposta di Bossi vada in porto col tacito consenso del Ministro Gelmini, non si profilerebbe per il Paese alcun dramma all’orizzonte, non vi sarebbero strappi dalle conseguenze irreparabili, in quanto non esiste di base una cultura padana di riferimento che permetta alle popolazioni settentrionali di percepirsi come comunità autonoma e distaccata. E’ un approccio pragmatico, il cui sbocco finale, tuttavia, cela parecchie incognite.
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