aprile 17, 2012

Lega, finanziamenti e una manzoniana speranza

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E’ con una certa ironica soddisfazione che assisto agli improvvisi richiami al garantismo da parte di una certa corrente della Lega, la quale – avendo evidentemente deposto i cappi nei cassetti delle aule parlamentari nel lontano 1996 – adesso invoca la pulizia interna come unico strumento risolutorio di una controversia, quella sull’utilizzo improprio dei fondi pubblici, che ha una naturale rilevanza penale. Ora, non voglio ancora porre l’attenzione sull’anomalia italiana relativa ai finanziamenti delle forze politiche. La democrazia è competizione in ogni Stato liberale. Da noi, in uno Stato un po’ sui generis, la concorrenza è farsata in virtù della longevità: se fai parte del sistema, sparire non è il caso, non sarebbe educato. E tale ragionamento andrebbe esteso, in misura trasversale, anche alle forze rappresentative del mondo del lavoro e ad altre varie piccole caste che avvelenano la finanza pubblica, proprio mentre Monti chiede rispetto e rigore. Ma stante queste scarse considerazioni, nel mentre rivolgo con attenzione un occhio alle dinamiche interne di quella che appare, per struttura e radicamento territoriale, l’ultima forza leninista presente nel nostro paese, mi pongo anche una serie di domande sullo straordinario sarcasmo della vita.

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giugno 22, 2011

Ritirata

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La credibilità internazionale è un valore cui la politica italiana non può rinunciare. Forse è l’ultimo baluardo che consente a questo fortunato paese di esercitare un ruolo attivo nel palcoscenico mondiale. L’esercizio delle funzioni di governo, ovviamente, impone delle scelte. Esse possono essere talvolta onerose, possono cioè portare ad un braccio di ferro con soggetti un tempo ritenuti interlocutori affidabili, ma è il prezzo da pagare per la responsabilità che deriva dalle istituzioni. In Libia il Presidente del Consiglio poteva tirarsi indietro e ripudiare la guerra per diverse ragioni: il passato coloniale, le eccessive ed ostentate ambizioni di Sarkozy, gli interessi economici nazionali, gli accordi di pace ed amicizia da poco ratificati con Gheddafi, l’assenza di un obiettivo strategico, la scarsa conoscenza delle forze di resistenza e, per finire, la legittimità di una risoluzione che – almeno teoricamente – non riconosceva alcuna possibilità di regime change. Berlusconi poteva intervenire ed arrestare la nostra partecipazione, poteva, ma non l’ha fatto, avallando piuttosto una spedizione punitiva internazionale, i cui caratteri apparivano fin da principio abbastanza farseschi.

Sulle colonne di questo blog, qualche giorno fa, avevamo evidenziato i progetti della Casa Bianca circa un immediato ritiro di effettivi dall’Afghanistan. E’ interessante, in questa prospettiva, analizzare l’approfondimento del Time curato da Tony Karon. Nonostante le rimostranze dell’esercito, assai ostile all’idea di abbandonare proprio ora il controllo del territorio, alla vigilia della “stabilizzazione regionale” Obama avrebbe optato per l’inversione di tendenza, per il ridimensionamento del contingente di stanza a Kabul. I motivi sono semplici: le operazioni belliche iniziate dall’amministrazione Bush avevano un fine troppo ambizioso secondo il leader democratico, giacché la ricostruzione del tessuto nazionale di una realtà spesso indicata quale cimitero degli imperi era un’operazione non propriamente ordinaria; inoltre l’impatto economico del conflitto sulle finanze di Washington ha comportato oneri pari a 100 miliardi di dollari annui, una cifra considerevole che, stando alle fonti dell’establishment governativo, potrebbe essere riutilizzata in futuro in maniera produttiva, al fine d’invertire il ciclo di crisi economica e contrastare la stagnazione americana; se a ciò aggiungiamo l’impatto emotivo ed i dubbi sugli equilibri futuri data l’inaffidabilità degli interlocutori, tirando le somme arriviamo a comprendere le motivazioni che indurrebbero Obama a questa agognata misura.

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dicembre 7, 2009

Tra falsi liberali e finti cristiani

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In politica spesso l’identità culturale viene strumentalizzata nel dibattito. In Italia è un fenomeno costante. Si pensi, nello schieramento parlamentare, alla presenza della Lega Nord, costituitasi negli anni ’90 in un clima d’emergenza nazionale attorno al mito dell’identità padana, letteralmente inventata in contrapposizione alle forze di “Roma ladrona”.

La questione svizzera sul divieto di edificare nuovi minareti ha alimentato un dibattito surreale. Due posizioni hanno particolarmente colpito la mia attenzione. La prima, quella espressa dall’onorevole Gasparri, si basa su un principio:

«Moschee o minareti spesso non sono solo simboli di culto, ma luoghi dove i predicatori di odio, nella loro lingua, infondono i dettami della violenza e dell’intolleranza. In pericolo non c’è solo la nostra identità cristiana, ma la nostra sicurezza».

Gasparri, è bene ricordarlo, è colui che ha recentemente posto una severa critica al presidente della Camera, specificando che certe idee così palesemente antitetiche al dettato del Pdl non solo non possono essere espresse pubblicamente, ma non dovrebbero neppure essere pensate. Ora, se Gasparri pensasse di più al di fuori della logica partitica, forse riuscirebbe a calarsi meglio in una realtà difficile qual è quella dell’integrazione, per il bene nazionale. Fa sorridere l’idea che l’Occidente, in nome del bagaglio culturale della tolleranza che detiene, debba diventare improvvisamente intollerante nei confronti della libertà spirituale altrui, inibendo ai musulmani la possibilità di recarsi in luoghi prestabiliti per celebrare la preghiera. Il tema caldo è ovviamente quello della sicurezza, così anziché imporre – ad esempio – di predicare i sermoni nella nostra lingua, si decide arbitrariamente di impedire la riunione stessa della comunità islamica. Si va a monte, conculcando l’espressione religiosa per evitare di confrontarsi domani con un’ipotetica minaccia terroristica. Non c’è che dire, è vero liberalismo.

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agosto 25, 2009

Dietro il dramma

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La nuova tragedia dell’immigrazione nel canale di Sicilia ha offerto, purtroppo, alcuni spunti di riflessione a chi racconta, nel bene e nel male, le storie, la cronaca e la polemica politica di questo paese. Distinguiamo gli argomenti per procedere con metodo nell’analisi dei fatti. Innanzitutto è doveroso capire cosa sia successo su quel gommone: i cinque superstiti che hanno raggiunto le nostre coste raccontano all’unisono di essere arrivati in condizioni disperate, mentre altri settanta passeggeri di origine eritrea bloccati su quel cargo risultano dispersi. L’agonia sarebbe durata in tutto ventitré giorni. Naturalmente in questa sede adoperiamo il condizionale non per svilire la testimonianza di quanti hanno vissuto sulla propria pelle questo dramma, bensì in attesa delle ricostruzioni ufficiali sia da parte della magistratura che dalle competenti autorità ministeriali. In ordine di priorità, la prima emergenza ha carattere umanitario: si tratta di recuperare i corpi delle vittime e tentare, ove possibile, di salvare eventuali profughi.

La seconda necessità, connessa in maniera imprescindibile alla prima, concerne gli accertamenti da parte della Procura di Agrigento per capire chi ha guidato quel “gommone della speranza” e se vi sono state responsabilità per omissione di soccorso. In questo ambito si procede lungo un contenzioso internazionale aperto già da tempo nei confronti dello Stato di Malta. Il codice di navigazione, bisogna rammentarlo, obbliga a prestare soccorso in mare a chiunque si trovi in difficoltà, a prescindere dalla nazionalità d’origine e questo, naturalmente, perché le scelte politiche dei diversi paesi non possono pregiudicare la sfera dei diritti primari di ciascun essere umano. Il procuratore Renato Di Natale ha preso atto della ricostruzione dei superstiti, i quali hanno raccontato dell’avvicinamento di una motovedetta maltese che avrebbe fornito loro acqua e gasolio per continuare la traversata, rifiutandosi però di prendere i naufraghi a bordo per portarli in patria e recare loro la necessaria assistenza sanitaria. Netta la risposta del governo de La Valletta, che ha difeso a spada tratta i propri uomini, certo della trasparenza dell’operato delle forze armate. La posizione ufficiale dell’Esecutivo straniero è però sembrata lacunosa e Di Natale ha tenuto a precisare che «se si dovesse trovare conferma del racconto dei cinque, non escludiamo una possibile rogatoria internazionale».

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agosto 19, 2009

Meglio aumentare le ore d’italiano

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L’analisi provocatoria elaborata da Giovanni Cocconi su Europa, circa la possibilità di inserire i dialetti nell’ambito dei programmi scolastici, non mi convince affatto e parte, a mio giudizio, da un errore di fondo: quello di ritenere l’istruzione nazionale alla mercé delle diatribe politiche in seno alla maggioranza. Mi spiego meglio, menzionando il pezzo in maniera letterale per evitare fraintendimenti. Scrive Cocconi:

«non si vede come l’insegnamento dei dialetti possa aprire alla secessione del Nord, visto che non esiste un “dialetto padano” e, anzi, la loro varietà rende ulteriormente irreale e inverosimile l’idea di una patria padana. Insegnare i dialetti a scuola sarebbe il modo migliore per ucciderli. Ma a destra nessuno lo dice».

Il succo del messaggio politico è pertanto facilmente desumibile: posto che la proposta di Bossi vada in porto col tacito consenso del Ministro Gelmini, non si profilerebbe per il Paese alcun dramma all’orizzonte, non vi sarebbero strappi dalle conseguenze irreparabili, in quanto non esiste di base una cultura padana di riferimento che permetta alle popolazioni settentrionali di percepirsi come comunità autonoma e distaccata. E’ un approccio pragmatico, il cui sbocco finale, tuttavia, cela parecchie incognite.

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