Quando
nel 1861 si volle fare di Torino la prima capitale d’Italia, la Fiat – Deo
gratias – non esisteva. La città si prestava per altri motivi ad assurgere quel
ruolo, motivi squisitamente regali, e tanto bastava per l’amministrazione del
regno. Di dinastie vere e proprie, in seguito, questo sciagurato paese ne ha
avute ben poche: forse quella di Gianni Agnelli, laica e repubblicana, occulta
e malcelata al tempo stesso, è stata la più longeva, capace, a suo modo, d’incidere
nelle trasformazioni e nei costumi della società civile attraverso uno stile,
un marchio ed una serie di successi. Oggi la medesima fabbrica automobilistica
ha praticamente dismesso ogni impegno nei confronti del proprio tessuto sociale
originario e l’incontro congiunto fra Marchionne e Monti ha confermato questo mesto
andazzo.
Il
comunicato stampa con cui il governo ha pubblicamente reso conto dell’incontro appare,
a tratti, un capolavoro neorealista di vuota retorica: “Il gruppo ha manifestato piena disponibilità
a valorizzare le competenze e le professionalità peculiari delle proprie
strutture italiane, quali ad esempio l’attività di ricerca e innovazione”. Piena
disponibilità, sì, ma a titolo gratuito. Il progetto Fabbrica Italia è stato
accantonato venti miliardi di volte, senza un necessario consulto con le forze
sociali o con i responsabili nazionali della politica industriale. Gli
investimenti, di conseguenza, sono stati ridotti ad una quota prossima allo
zero e non si capisce sulla base di quale garanzia oggi la Fiat possa
promettere per l’immediato futuro un rinnovato impegno, tanto più nei processi
d’innovazione intrinsecamente onerosi. O meglio, si capisce fin troppo bene: è
l’ennesimo annuncio fine a se stesso, la penultima promessa da consegnare ai
posteri in attesa di smentita.


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