agosto 17, 2012

Troppe variabili

Ascolta con webReader

Bandiera-europea1Elaborare una exit strategy di fronte alla crisi finanziaria che ha colpito il continente europeo non è un reato, è un atto di buon senso che ciascun Esecutivo dovrebbe realizzare. Non sono parole pronunciate da Beppe Grillo, almeno non stavolta, né invettive provenienti dal Movimento 5 Stelle. E’ il pensiero elaborato dal ministro degli Esteri finlandese, Erkki Tuomioja, sospettato da più parti di euro-scetticismo.

In un’intervista, pubblicata stamane dal Daily Telegraph, il titolare del suddetto dicastero non ha speso parole in vano: “Dobbiamo affrontare apertamente la possibilità di una rottura comunitaria”. Tenendo a precisare come la riflessione politica non mascheri in alcun modo un velato auspicio, Tuomioja ha sottolineato l’importanza di una presa di coscienza effettiva da parte delle classi dirigenti nazionali, sulla base della fragilità registrata dalle strutture comunitarie in quest’ultimo semestre. «C'è consenso sul fatto che una rottura della zona euro costerebbe di più nel breve e medio termine che continuare a gestire la crisi. Ma una rottura non significa la fine dell'Unione europea, potrebbe invece consentire all’Ue di funzionare meglio».

Continue reading

luglio 21, 2012

Crisi genera crisi

Ascolta con webReader

Immagine

Alcuni opinionisti scrivono stamane di un’ondata speculativa che, sotto il profilo economico, si è inesorabilmente abbattuta su Spagna ed Italia. Le oscillazioni folli dello spread e le perdite consistenti degli istituti di credito (ieri Monte Paschi ha chiuso a -8,55%, seguito da Unicredit a -7,24%) sembrano avallare questa valutazione. Altri analisti economici, tuttavia, hanno specificato che la stessa struttura debitoria dei due paesi ha esposto ed espone le rispettive economie nazionali a fluttuazioni negative talmente imponenti. In mezzo a queste scuole di pensiero vi è il partito montiano, che garantisce circa la salute dei nostri conti pubblici all’interno di un processo più ampio e austero di recupero della credibilità, indicando per Roma gli unici rischi concreti nella politica lasciva e nel “contagio”. Il premier ha qualificato quest’ultimo come una forma di “disagio che attraverso i mercati colpisce, con una maggiore incertezza ed una minore fiducia sull’irreversibilità dell’euro, i paesi che sono sullo stesso carro e che per ragioni storiche e strutturali non sono seduti sulla panca centrale solida”. Una metafora abbastanza incisiva, non tale da raffigurare pienamente il profilo della crisi.

Continue reading

gennaio 18, 2012

Italia 92

Ascolta con webReader

Ci sono due o tre questioni attinenti lo stato della nostra economia che vorrei sottoporre all’attenzione dei lettori. Innanzitutto l’Economist ha lodato l’Esecutivo italiano per essere tornato protagonista sulla scena internazionale. Non succedeva praticamente dall’alba dei tempi, eppure l’analisi della prestigiosa testata non lascia margini di dubbio: Roma ha ritrovato una politica estera decorosa, incentrata su una laboriosa e complessa opera di mediazione diplomatica, volta alla tutela del sistema europeo nel quadro più ampio del riassetto delle finanze e del mercato del lavoro nazionale. Insomma, un plauso a Palazzo Chigi per la capacità di progettare interventi concreti. E, d’altronde, il lavoro da sbrigare ha davvero una mole imponente, se è vero – com’è vero – che l’indice di valutazione della libertà economica offerto dall’Heritage Foundation relega la nostra nazione fra i paesi “poco liberi”. Novantaduesimo posto, per l’esattezza, una collocazione invidiabile tra Libano, Azerbaijan, Honduras e Gambia.

A ciò va aggiunto un piccolissimo aneddoto riguardante la politica interna americana: sta facendo discutere, in queste ore, un articolo di Niall Ferguson sulle colonne del Newsweek Magazine. In tale analisi, il professore di Harvard stimola la riflessione su uno dei deficit più evidenti della destra repubblicana: l’incapacità di capire che un prelievo fiscale oculato, lungi dal redistribuire ricchezza a spese del merito, legittima il concetto di giustizia sociale in un’epoca d’instabilità e precariato, cosa ben diversa dalla tradizionale e marxiana lotta di classe. Continue reading

giugno 22, 2011

Ritirata

Ascolta con webReader

La credibilità internazionale è un valore cui la politica italiana non può rinunciare. Forse è l’ultimo baluardo che consente a questo fortunato paese di esercitare un ruolo attivo nel palcoscenico mondiale. L’esercizio delle funzioni di governo, ovviamente, impone delle scelte. Esse possono essere talvolta onerose, possono cioè portare ad un braccio di ferro con soggetti un tempo ritenuti interlocutori affidabili, ma è il prezzo da pagare per la responsabilità che deriva dalle istituzioni. In Libia il Presidente del Consiglio poteva tirarsi indietro e ripudiare la guerra per diverse ragioni: il passato coloniale, le eccessive ed ostentate ambizioni di Sarkozy, gli interessi economici nazionali, gli accordi di pace ed amicizia da poco ratificati con Gheddafi, l’assenza di un obiettivo strategico, la scarsa conoscenza delle forze di resistenza e, per finire, la legittimità di una risoluzione che – almeno teoricamente – non riconosceva alcuna possibilità di regime change. Berlusconi poteva intervenire ed arrestare la nostra partecipazione, poteva, ma non l’ha fatto, avallando piuttosto una spedizione punitiva internazionale, i cui caratteri apparivano fin da principio abbastanza farseschi.

Sulle colonne di questo blog, qualche giorno fa, avevamo evidenziato i progetti della Casa Bianca circa un immediato ritiro di effettivi dall’Afghanistan. E’ interessante, in questa prospettiva, analizzare l’approfondimento del Time curato da Tony Karon. Nonostante le rimostranze dell’esercito, assai ostile all’idea di abbandonare proprio ora il controllo del territorio, alla vigilia della “stabilizzazione regionale” Obama avrebbe optato per l’inversione di tendenza, per il ridimensionamento del contingente di stanza a Kabul. I motivi sono semplici: le operazioni belliche iniziate dall’amministrazione Bush avevano un fine troppo ambizioso secondo il leader democratico, giacché la ricostruzione del tessuto nazionale di una realtà spesso indicata quale cimitero degli imperi era un’operazione non propriamente ordinaria; inoltre l’impatto economico del conflitto sulle finanze di Washington ha comportato oneri pari a 100 miliardi di dollari annui, una cifra considerevole che, stando alle fonti dell’establishment governativo, potrebbe essere riutilizzata in futuro in maniera produttiva, al fine d’invertire il ciclo di crisi economica e contrastare la stagnazione americana; se a ciò aggiungiamo l’impatto emotivo ed i dubbi sugli equilibri futuri data l’inaffidabilità degli interlocutori, tirando le somme arriviamo a comprendere le motivazioni che indurrebbero Obama a questa agognata misura.

Continue reading

maggio 16, 2011

Roma-Baghdad

Ascolta con webReader

In Iraq vogliono esportare la democrazia. Italiana. Adesso tutto ha più senso.

«Iraq today has many of the same conditions that troubled Italy in 1946. Saddam’s Baath party had a socialist economic ideology, with a centrally planned economy relying heavily on the oil sector. Nearly all major sectors have been, and continue to be, in state hands. While the private sector has made key inroads, particularly in the banking industry, a 2008 New York Times survey suggests that the Iraqi government directly or indirectly employs some 2.4 million people, or over 35 percent of the country’s workforce. Security work creates the most jobs, with the Defense and Interior Ministries the two leading employers in Iraq. As in postwar Italy, Iraq’s ministries are largely controlled along political and sectarian lines, with even the lowest-level employees needing to prove their loyalties».