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Un film di rottura

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Le complesse relazioni diplomatiche che legano Israele e la Turchia sono state ulteriormente logorate dall’ennesima polemica, innescata – stavolta – da una banale serie televisiva. Il lettore non si sorprenda: nella vita come nelle relazioni internazionali, quando il buon senso cede all’orgoglio, succede spesso d’irritarsi perfino per futili motivi. Il governo di Gerusalemme ha così accusato i mass media di Ankara di fornire volutamente un’immagine distorta dell’etnia ebraica, dipingendola – financo nei telefilm – nelle vesti negative di ruoli delinquenziali.

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Esteri — Tag:, , — Giuseppe Lombardo @ 14:59

La crisi di Obama

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La situazione internazionale per gli Stati Uniti è molto più complessa di quanto potrebbe apparire superficialmente. Barack Obama non ha problemi di popolarità soltanto sul fronte interno, con l’opposizione repubblicana rinvigorita dalle proteste nei confronti della riforma sanitaria; la sua leadership inizia a traballare perfino nel contesto globale. E’ una situazione scomoda poiché le principali direttive di politica estera provenienti dall’altra parte dell’Atlantico non vengono recepite nel quadro internazionale. Procediamo con ordine nell’analisi dei diversi scenari. Nelle cancellerie del Vecchio Continente l’addio di George W. Bush alla Casa Bianca è stato segnato da grida di giubilo. Non poteva essere altrimenti. Il dissidio sull’Iraq, e la conseguente polemica con Berlino e Parigi, aveva ormai incrinato irrimediabilmente i rapporti diplomatici fra le due sponde dell’oceano. Emblematico fu lo scontro verbale fra Prodi e Rumsfeld alla vigilia dell’offensiva bellica, allorquando il Dipartimento di Stato avanzò pubblicamente le proprie rimostranze sull’atteggiamento tenuto da alcuni governi della “vecchia” Europa nei confronti dell’immediato attacco al raìs. L’ex leader dell’Ulivo, allora presidente della Commissione, evidenziò immediatamente come la presunta senilità denunciata da Washington fosse per i popoli del continente sinonimo di saggezza e lungimiranza. Un taglio troppo netto per essere ricucito.

Obama è stato così salutato come l’artefice di una nuova diplomazia, il candidato ideale per ricucire le ferite dell’unilateralismo neoconservatore, senza curarsi se l’approccio politico del Gop fosse opportuno o meno nel teatro locale. Dettagli. Bush aveva incentrato la propria politica estera su un allargamento della tutela statunitense ai paesi dell’Europa orientale: l’amicizia polacca, ceca, ucraina e georgiana (con questo popolo protagonista del braccio di ferro ingaggiato con Vladimir Putin) ha costituito il segno tangibile più evidente del rinnovato interesse dell’amministrazione repubblicana per la regione.

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Esteri — Tag:, , , , , , , — Giuseppe Lombardo @ 10:32

Se l’America cambia a spese di Israele

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Lo spirito lassista nei confronti di Ahmadinejad, la vicinanza spirituale – mai rinnegata – al reverendo Jeremiah Wright, l’antica amicizia con Rashid Khalidi (che, bontà sua, come titolare di una cattedra alla Columbia, poté persino finanziare una vecchia campagna condotta dal senatore dell’Illinois), Merrill McPeak ed il ritorno all’originaria intransigenza democratica nei confronti delle posizioni del governo d’Israele. Sono tutte le tappe che vengono ripercorse nella riflessione di Podhoretz stamane, in un editoriale pubblicato da Commentary su cui aleggia lo spettro della premonizione di John R. Bolton: «la pressione [della Casa Bianca] su Israele sarà talmente forte da indurre i politici a riconoscere la legittimità di Hamas e Hezbollah, tanto da negoziare con loro alla pari». Tutto giusto, tutto financo legittimo, se non vi fosse quell’inquietante osservazione di Giora Eiland:

«The Palestinian ethos is based on values such as justice, victimization, revenge, and above all, the “right of return.” […] It’s true that the Palestinians want to do away with the occupation, but it’s wrong to assume that this translates into a desire for an independent state. They would prefer the solution of “no state at all”— that is, the State of Israel will cease to exist and the area between the Mediterranean Sea and the Jordan River will be divided among Jordan, Syria, and Egypt».

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Esteri — Tag:, , , , , — Giuseppe Lombardo @ 18:44

Liberare i palestinesi da Hamas

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«Quickly, let’s hope, the fighting will cease. And very quickly, let us also hope, the commentators will regain their wits. They will discover, on that day, that Israel has committed many errors over the course of many years (missed opportunities, a long denial of the Palestinian national demands, unilateralism), but that Palestinians’ worst enemies are the extremist leaders who have never wanted peace, have never wanted a State and never conceived of one for their people other than as an instrument and as a hostage». Bernard-Henri Levy.

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Esteri, giornalismo — Tag:, , , , — Giuseppe Lombardo @ 23:39

16 secondi che nessuno mostra in tv

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Esteri — Tag:, , — Giuseppe Lombardo @ 02:29

Qual è la proporzione?

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All’interno di un partito la pluralità di posizioni su diverse tematiche è naturalmente fonte di ricchezza intellettuale, giacché il dibattito interno serve a determinare il consenso della “base” su una linea di pensiero. Il dialogo, scevro dai pregiudizi di rito ed alienato dalle bagarre correntizie, giova alla democrazia diretta. La condizione imprescindibile è però che esso non degeneri in impasse: si deve cioè impedire che sorga quel meccanismo di stagnazione omologante in grado di impedire al movimento stesso la declinazione coerente di una prassi politica. Il Partito Democratico e quello delle Libertà non sono riusciti a risolvere il problema di fondo, a rendersi immuni da due vizi. Essi, infatti, sembrano oggi combattuti tra una forma mentis anarchica, in cui ogni esponente dichiara la propria posizione disinteressandosi del quadro di cui fa parte (retaggio della Prima Repubblica), ed una tendenza autoritaria, la cui natura porta ad una deriva leaderistica che ha già privato gli elettori italiani della possibilità di esprimere serenamente la propria preferenza.

Abbiamo già rammentato su queste colonne qualche giorno fa quanto importante fosse la presa di posizione di Fassino in merito alla guerra di Gaza, aspettando le reazioni a catena che lo scoppio del bubbone avrebbe generato nel Pd. Il titolare “ombra” della Farnesina ha espresso parole di buon senso, sintetizzabili in un’equazione quasi matematica: se Israele non può avere tutte le ragioni, è altresì innegabile che allo Stato ebraico non possano essere imputate tutte le colpe. La tregua l’ha rotta Hamas, un’organizzazione terroristica sicuramente rappresentativa di una fetta importante dell’elettorato palestinese, ma tuttavia incapace di accettare il candido diritto all’esistenza dell’unico Stato nato per espressa volontà delle Nazioni Unite (si legga in merito la risoluzione 181 del 1947).

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Esteri, Sinistra — Tag:, , , , , , — Giuseppe Lombardo @ 12:35

La resa dei conti

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Vedere come i quotidiani d’oltreoceano dipingono l’evolversi della situazione mediorientale può agevolare la comprensione stessa degli eventi, offrendo una lettura prospettica interessante per capire che aria tira a Washington e come gli Stati Uniti percepiscono il conflitto. L’addio di Bush pone, infatti, pesanti incognite alla comunità mondiale sull’approccio che la nuova amministrazione terrà in merito alle istanze provenienti dai due fronti e il silenzio di Obama non agevola gli analisti del Vecchio Continente, sempre incerti nei giudizi sulle reali capacità innovative del corso democratico.

In un’Europa tradizionalmente vicina alla causa palestinese circola l’idea di essere di fronte ad un déjà vu, si ha cioè la sensazione di aver vissuto precedentemente quanto accade in queste ore. Il perché è presto detto. Esiste una corrente di pensiero, composta da numerosi esponenti del Pd e della sinistra radicale, che mette in relazione l’odierna battaglia di Gaza a quella che Israele stessa condusse qualche tempo fa in Libano. Tale corrente chiede al ministro degli Esteri Frattini un intervento di solidarietà da parte del nostro contingente. Parallelamente vengono sospesi i giudizi sulla condotta statunitense, sebbene si metta in risalto la minaccia dell’uso arbitrario del diritto di veto presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Prima di scendere nel dettaglio, sgombriamo il campo da un equivoco. Attualmente il teatro del conflitto ospita un’offensiva totale, dove raid e lanci di bombe sono – purtroppo – il pane quotidiano. Pretendere da un qualsiasi Esecutivo europeo di dislocare in campo delle truppe nell’ambito di una missione umanitaria equivarrebbe alla costituzione di una crisi diplomatica col governo d’Israele. Crisi che, naturalmente, comprometterebbe la possibilità di intermediare tra le parti con l’autorevolezza necessaria per guidare un tavolo di pace, senza contare le ripercussioni economiche nel contesto globale di interdipendenza. Se gli appelli al dialogo e alla deposizione delle armi sono un obbligo morale, i continui e netti richiami dei singoli paesi membri ad una sola parte in gioco hanno causato, comprensibilmente, la vittoria della linea della fermezza. «Prima quando Hamas colpiva Israele, esercitavamo la moderazione. Oggi l’equazione è cambiata, se il Paese è attaccato, Israele risponderà» ha affermato il ministro Tzipi Livni.

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Esteri — Tag:, , , , , , — Giuseppe Lombardo @ 01:37
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