La politica estera di Obama ottiene l’ennesima bocciatura. No, in questa sede non facciamo riferimento all’aspra critica di Harry Belafonte. La pubblica abiura del musicista, riassunta peraltro in forma serafica e lapidaria con un asettico “non merita il secondo mandato”, è al tempo stesso affascinante ed insignificante: affascinante, perché dimostra quanto il blocco sociale che aveva sostenuto l’ascesa del leader democratico sia in fase di decomposizione (e l’ultimo numero di New Statesman lo testimonia); insignificante, perché nulla aggiunge alla valutazione degli eventi all’ordine del giorno sull’agenda internazionale. La critica che ci interessa riportare proviene, invece, da una fonte ben più autorevole. Parliamo di Suzanne Maloney, che ha espresso con coscienza le proprie perplessità in merito alle istanze portate avanti da Washington nei confronti di Teheran. La crisi dello Stretto di Hormuz ha concesso alla collaboratrice di Foreign Affairs la possibilità di esprimere tali riflessioni:
“What needs to be addressed is the disturbing reality that the Obama administration’s approach offers no viable endgame for dealing with Iran’s current leadership. The impression that the sanctions are permanent — indeed, the new law does not specify any conditions that Tehran might satisfy in order to lift the siege on its central bank — conforms to Iranian hard-liners’ darkest delusions about Washington’s intentions. By embracing maximalist measures, the White House has come full circle, abandoning, along the way, its earlier optimistic efforts at engagement. In doing so, it has implicitly relinquished the prospect of negotiating with the Islamic regime: given the ayatollahs’ innate mistrust of the West, they cannot be nudged into a constructive negotiating process by measures that exacerbate their vulnerability”.
La criticità va pertanto riscontrata nell’assenza di sbocchi validi e di obiettivi a stretta portata. La Reuters, d’altro canto, Venerdì scorso ha lanciato una clamorosa indiscrezione: le potenze occidentali starebbero concordando in sordina un piano per ovviare un’eventuale crisi di greggio, poste le possibili ritorsioni minacciate dal regime teocratico. Come potrebbe rispondere, a questo punto, il governo degli ayatollah? Semplice: accelerando il processo di costruzione dell’atomica. Peter Goodspeed ha suggerito questa strategia, riportando alla memoria il precedente coreano: un’esplosione ambigua, un test un po’ spaccone ed eccoci catapultati nell’equilibrio del terrore, un equilibrio glaciale che trasforma i nemici in avversari e gli alleati in partner strategici.
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