«Neither Ayatollah Ali Khamenei, Iran’s supreme leader, nor Mr Ahmadi-Nejad could ever fully recover their authority. Yet no one in the group could be sure as to how long the regime might yet stay afloat. The present power structure could be swept away within a year – in cold war parlance, we could be at the beginning of 1989. On the other hand no one should underestimate the ruthless resolve of the Iran’s Revolutionary Guard. As to the west’s response, the US and European governments should be more outspoken in support for fundamental democratic and human rights in Iran; but recognise that overt foreign backing for the opposition movement would be turned against it by the regime. Nor would it be sensible for any new sanctions to punish ordinary Iranians by, say, blocking imports of refined fuel. Beyond that? There are no easy answers. Let’s hope those engineers in Natanz keep on messing things up». Philip Stephens.
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Provate a immaginare di vivere in un paese monarchico, con un’opinione pubblica perlopiù ideologizzata, in cui la successione al trono viene arbitrariamente stabilita dal sovrano in carica, senza consultazioni né colloqui di rito. Provate poi a pensare ad un lento rovesciamento della situazione,
ad una progressiva presa di coscienza delle masse dopo anni di torpore intellettuale. Cosa succederebbe se, ad esempio, in un dato momento la popolazione non soltanto criticasse l’erede designato, ma addirittura mettesse in discussione lo stesso principio assolutistico di legittimità che giustifica l’ordine costituito? Probabilmente una rivoluzione, certamente una sommossa, dipende dal grado di coinvolgimento popolare. E’ questo il timore vissuto nell’ultimo mese dall’establishment iraniano, stretto da un lato dalla morsa politica dell’onda verde, che costringe l’autorità a reagire con la violenza per sedare le proteste, e – per altro verso – schiacciato dalla pressione dei media internazionali, insolitamente solerti nel registrare il mutamento d’equilibri in atto.
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La Turchia ha fatto tanti passi avanti in vista dell’integrazione europea. Lo abbiamo ricordato spesso su queste colonne. Oggi però la tendenza sembra essersi invertita. Ankara ha riscoperto il proprio ruolo mediorientale non in funzione degli interessi del blocco atlantico, che aveva sempre egregiamente rappresentato nel contesto territoriale, bensì in vista di un progetto marcatamente nazionale. E’ la logica conseguenza dei freni e dei veti posti a più riprese dalla Francia e dalla Germania in sede comunitaria. Se l’establishment militare mantiene la storica inflessibilità nei confronti della tutela della laicità dello Stato, il partito di Erdogan nutre prospettive diverse e si muove lungo traiettorie differenti. L’offensiva ai media indipendenti è stato il primo tassello di un complesso processo di smarcamento dai dettami della precedente politica. L’annullamento delle esercitazioni militari con Israele, il progressivo riavvicinamento alla potenza siriana e il diverso approccio sul dossier nucleare iraniano sono stati i passi successivi, gli elementi che vanno letti e inquadrati in questa nuova prospettiva.
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Lo scenario iraniano è sempre più complesso e si fa fatica a distinguere la realtà dalla finzione, gli intenti del governo dalle operazioni di distrazione di massa. Anziché analizzare minuziosamente il quadro degli eventi e dare una prospettiva internazionale all’informazione, la stampa italiana preferisce volgere lo sguardo altrove, concentrandosi – magari – sulle supposizioni, ripeto: supposizioni, di un pentito per anticipare un’indagine inerente quell’obbrobrio giudiziario che è il concorso esterno in associazione mafiosa. Ma torniamo al Medio-Oriente, lasciando le miserie nazionali al circuito mediatico, così incline a concepire la politica come una sovrastruttura del codice penale.
L’ultima notizia, in ordine di tempo, proviene dall’Esecutivo di Teheran: Ahmadinejad domenica ha pubblicamente annunciato l’esistenza di un piano del governo per rilanciare le ambizioni nucleari del paese, con la creazione di dieci nuovi siti per la produzione dell’uranio arricchito. Un piano ambizioso, in quanto il più piccolo di questi centri in costruzione sarebbe pari, per dimensioni e capacità, a quello attualmente più grande presente nella repubblica teocratica. Ali Larijani, massima carica del parlamento e un tempo vicino all’ala riformista, ha rilanciato la sfida, profittando dell’addio di El Baradei per paventare una possibile riduzione della cooperazione con l’Agenzia atomica.
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Scusate, abbiamo scherzato. Sembra essere questa la frase ricorrente presentata dalle autorità iraniane alla comunità internazionale di fronte allo spinoso dossier nucleare. Ogni qualvolta appare possibile fare un passo avanti senza le minacce o l’uso delle armi, puntualmente il regime teocratico contraddice lo spirito di buona volontà declamato e viene meno ogni possibile bozza d’intesa. Dopo l’accordo di Ginevra, Teheran ha avuto tutto il tempo di riflettere e ponderare l’allettante offerta siglata sotto la supervisione di El Baradei – non esattamente un pericoloso falco dell’era Bush – ma ha deciso nuovamente di rispondere picche e di rispedire al mittente un patto che avrebbe potuto costituire davvero la svolta nei rapporti bilaterali fra Washington ed i mullah.
Stavolta, però, il rifiuto è coinciso con l’adozione di una tattica più sofisticata. L’accordo di massima tra le grandi potenze partiva dalle obiezioni manifestate dall’Esecutivo ultraconservatore. Partiva, cioè, dalla necessità di tutelare il diritto della cittadinanza ad utilizzare e sviluppare energia nucleare per fini pacifici, specie nel campo della tecnologia medica. Come riuscire in questo intento dopo la scoperta del sito di Qom, uno stabilimento occulto che perseguiva evidentemente diverse finalità? E’ servito un lungo e complesso colloquio tra Cina, Stati Uniti e Russia per dipanare la matassa in vista di una exit strategy.
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Il nostro corpo è un involucro prezioso, ma in fondo la vita non ha molto senso se in nome di paure e dubbi non riusciamo ad affrontare le minacce esterne. Al di là dei martiri cristiani dei secoli scorsi e del valore spirituale delle loro gesta, vive – ancora oggi nella memoria di molti – la testimonianza politica fornita da Jan Palach, simbolo cecoslovacco della resistenza anti-sovietica. Nel 1969 le sue azioni eroiche ebbero l’effetto di una bomba scagliata contro il cielo di Mosca, superpotenza di ferro nell’ambito della guerra fredda. Il senso di quel rogo di fronte ai gendarmi russi risultò semplice: non provateci; non provate a sporcare questa terra con gulag e persecuzioni in nome di un paradiso terrestre utopico e irrealizzabile; non provate a calpestare i diritti di molti per giustificare il dominio di pochi; non provate a derubare le speranze delle giovani generazioni, imponendo un’ideologia disumana e totalitaria.
Chissà se oggi a Teheran il movimento verde percepisce nitidamente la svolta posta in essere all’indomani delle elezioni. Perché, non v’è dubbio, è in atto un cambiamento epocale in quella regione ed esso trascende la cronaca della sezione esteri di un giornale per finire di diritto nei saggi storici dell’età contemporanea. Qualche mese fa raccontavamo sulle colonne di questa testata la realtà nazionale di un regime stabile, certo non onnipotente, ma capace comunque di conculcare i diritti umani e di ricattare la comunità mondiale attraverso uno spregiudicato programma di sviluppo dell’energia nucleare. Oggi non è più così per un insieme di fattori.
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Il presidente latita, così ci pensa il New York Times a dettare le linee di politica estera.
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