settembre 3, 2012

Usa-Iran, Obama aumenta la tensione?

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Per
evitare un’offensiva da parte d’Israele, Barack Obama starebbe progettando un’escalation
di minacce nei confronti del regime di Teheran. A darne notizia è il New York Times di stamane, attraverso le
firme di  David E. Sanger ed Eric Schmitt,
i quali evidenziano, in un’ampia riflessione in prima pagina, come la Casa
Bianca ritenga la pressione militare quale via obbligata nell’approccio al
regime degli ayatollah.

Per
gli Stati Uniti è mutata notevolmente la road
map
mediorientale rispetto a quattro anni fa: con la convention democratica
alle porte, il Presidente non intende scoprire il fianco alle facili accuse dei
falchi dell’opinione pubblica conservatrice, a chi – negli anni – ha
manifestato più volte, e con sarcasmo, scetticismo e perplessità nei confronti
delle continue correzioni apportate dallo Studio Ovale in tema di politica
estera. Proprio per questo, lungi dal tenere il pugno di ferro di bushiana
memoria, gli uomini dell’establishment democratico intendono comunque mostrare il
volto risoluto dell’amministrazione.

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luglio 23, 2012

Nucleare per la pace?

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Non sarà originale, ma ha il pregio di essere chiara: l’analisi elaborata da Kenneth Waltz sul dossier nucleare iraniano ripropone all’ordine del giorno l’essenza della dottrina De Gaulle, maturata all’ombra della Torre Eiffel durante la guerra fredda a fronte del possibile Armageddon nucleare. In tal senso lo studioso delle relazioni internazionali, come già prima di lui il presidente della Repubblica francese, evidenzia provocatoriamente un dato: lungi dall’essere una sciagura, l’aumento degli attori sulla scena nucleare potrà migliorare la stabilità globale e ridurre le possibilità di conflitto, in quanto l’esponenziale aumento della minaccia produrrà ragionevolmente un effetto di deterrenza sugli Stati più inclini al ricorso alle armi. In quel termine, però, “ragionevolmente”, si situano i dubbi e le paure dell’intera comunità internazionale, Israele in primis.

 

febbraio 6, 2012

L’Iran nel mirino?

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Tempi duri per il Segretario alla Difesa, Leon Panetta, costretto a fronteggiare una duplice emergenza: da un lato occorre mantenere il ruolo di leadership mondiale degli Stati Uniti, nonostante i tagli al Dipartimento annunciati dall’Amministrazione Obama, disposti nella logica di un ridimensionamento del potere americano in alcune regioni considerate strategicamente non prioritarie; per altro verso bisogna fronteggiare lo spinoso dossier sul nucleare iraniano ed, in particolare, le tensioni che si sono create col governo israeliano circa l’eventualità di un attacco preventivo per la tutela della sicurezza nazionale. Le parole dell’ayatollah Khamenei, sotto tale profilo, hanno avuto l’effetto della benzina sul fuoco: definire Israele come un “tumore canceroso da estirpare” non giova al processo di pacificazione ed alimenta le perplessità sulla strategia del dialogo già presenti nel blocco della maggioranza che sostiene il governo di Tel Aviv. Obama, nel corso di un’intervista, ha comunque escluso che lo Stato ebraico abbia già avviato le operazioni necessarie per risolvere unilateralmente il problema.

gennaio 11, 2012

Senza uscita

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La politica estera di Obama ottiene l’ennesima bocciatura. No, in questa sede non facciamo riferimento all’aspra critica di Harry Belafonte. La pubblica abiura del musicista, riassunta peraltro in forma serafica e lapidaria con un asettico “non merita il secondo mandato”, è al tempo stesso affascinante ed insignificante: affascinante, perché dimostra quanto il blocco sociale che aveva sostenuto l’ascesa del leader democratico sia in fase di decomposizione (e l’ultimo numero di New Statesman lo testimonia); insignificante, perché nulla aggiunge alla valutazione degli eventi all’ordine del giorno sull’agenda internazionale. La critica che ci interessa riportare proviene, invece, da una fonte ben più autorevole. Parliamo di Suzanne Maloney, che ha espresso con coscienza le proprie perplessità in merito alle istanze portate avanti da Washington nei confronti di Teheran. La crisi dello Stretto di Hormuz ha concesso alla collaboratrice di Foreign Affairs la possibilità di esprimere tali riflessioni:

What needs to be addressed is the disturbing reality that the Obama administration’s approach offers no viable endgame for dealing with Iran’s current leadership. The impression that the sanctions are permanent — indeed, the new law does not specify any conditions that Tehran might satisfy in order to lift the siege on its central bank — conforms to Iranian hard-liners’ darkest delusions about Washington’s intentions. By embracing maximalist measures, the White House has come full circle, abandoning, along the way, its earlier optimistic efforts at engagement. In doing so, it has implicitly relinquished the prospect of negotiating with the Islamic regime: given the ayatollahs’ innate mistrust of the West, they cannot be nudged into a constructive negotiating process by measures that exacerbate their vulnerability”.

La criticità va pertanto riscontrata nell’assenza di sbocchi validi e di obiettivi a stretta portata. La Reuters, d’altro canto, Venerdì scorso ha lanciato una clamorosa indiscrezione: le potenze occidentali starebbero concordando in sordina un piano per ovviare un’eventuale crisi di greggio, poste le possibili ritorsioni minacciate dal regime teocratico. Come potrebbe rispondere, a questo punto, il governo degli ayatollah? Semplice: accelerando il processo di costruzione dell’atomica. Peter Goodspeed ha suggerito questa strategia, riportando alla memoria il precedente coreano: un’esplosione ambigua, un test un po’ spaccone ed eccoci catapultati nell’equilibrio del terrore, un equilibrio glaciale che trasforma i nemici in avversari e gli alleati in partner strategici.

gennaio 2, 2012

Iran-Usa, non si placa lo scontro

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Sabato scorso Barack Obama si è espresso chiaramente sul dossier nucleare iraniano: Washington ha dato via libera a nuove risoluzioni per inasprire le sanzioni gravanti sul regime di Teheran. La reazione del governo presieduto da Ahmadinejad è stata pressoché immediata. In primo luogo la televisione di Stato ha diffuso una notizia significativa: l’avanzamento del programma nucleare ha subito un’evoluzione costante negli ultimi mesi, attraverso le innovazioni d’ingegneria di cui dispone il paese. In tal senso, sarebbero già state testate con successo le barre d’uranio da impiantare negli stabilimenti nucleari. Come se non bastasse, il vice comandante della Marina, Mahmoud Mousavi, ha ammesso – di fronte all’agenzia di stampa Irna – l’obiettivo raggiunto dalle forze militari, ossia testare missili a medio raggio dotatati di una “sofisticata tecnologia anti-radar”. A questo punto bisognerà vedere quale sarà la reazione della Casa Bianca. Obama si è lasciato alcuni margini di manovra per impedire un’escalation di violenza: la flessibilità nell’applicazione delle sanzioni potrebbe essere il pretesto utile per riallacciare i rapporti diplomatici. Intanto l’Europa, particolarmente coinvolta visto l’intensità di scambi con la Repubblica teocratica, misteriosamente tace.