agosto 31, 2012

Salvare capre e cavoli

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Ingroia1Una
serie macroscopica di grossolani strafalcioni: solo con questa generosa
definizione possiamo commentare l’editoriale firmato da Ezio Mauro sulle
presunte intercettazioni pubblicate da Panorama,
sprezzantemente definito il “settimanale
ideologico della destra berlusconiana
” in quanto edito dal gruppo Mondadori.
Chissà cosa direbbe, il direttore di Repubblica,
se si guardasse al suo giornale non come il frutto di una linea editoriale concordata
da una valida redazione, bensì come il prodotto strumentale di una grigia
servilità a Carlo De Benedetti: in un simile scenario ogni suo pezzo andrebbe
valutato retrospettivamente, anche quello di stamane, e su di lui, giocoforza, regnerebbe
l’ombra di una prostituzione intellettuale di mourinhana memoria, il sospetto
di essere di fronte al mecenatismo, a chi scrive su commissione. Ad ogni modo, conoscendo
il personaggio, ciò inorridisce ma non sorprende. Simili valutazioni le
lasciamo a chi cura la rubrica dell’oroscopo.

Stupisce,
invece, l’improvviso richiamo al “ricatto” nei confronti del Colle, un ricatto
che sarebbe stato posto in essere non già dalla procura di Palermo, che
attraverso il Procuratore Ingroia non manca mai – in qualsivoglia assise
mediatica – di far sentire il proprio peso e la propria presenza, ma dalle
redazioni della destra più becera, dai giornalisti trinariciuti e politicamente
orientati intenti ad accelerare il processo di discussione per l’approvazione parlamentare
di un eventuale bavaglio sulle intercettazioni. Ohibò, verrebbe da dire:
chiedere che le intercettazioni penalmente irrilevanti non siano mai divulgate
sembra quasi una colpa in questo strano paese, mentre lo sputtanamento di
Stato, lungi dall’essere deontologicamente censurabile ed eticamente scorretto,
diventa per paradosso una sorta di sport nazionale, idiota come il cricket, ma
accettabile in quanto unico modo per istituzionalizzare l’antiparlamentarismo,
per presentarlo con una certa civetteria moralista.

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agosto 26, 2012

La verginità perduta

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Ezio_mauroSu
una cosa Marco Travaglio ha ragione. Il confino dall’area progressista imposto
da Mauro alla combriccola del Fatto Quotidiano è un’operazione vecchia di
cinquant’anni, fumosa e apparentemente priva di una logica sensata. Siamo
lontani dalle espulsioni del Partito Comunista, dagli anni dell’infame esilio
nei confronti di Pier Paolo Pasolini, ma non siamo poi così distanti da quel
pruriginoso atteggiamento di snobismo culturale tipicamente azionista, quel
senso di superiorità manifesta che cela piccole esigenze di bottega, la
necessità di vendere una copia in più o il monopolio culturale esclusivo
rispetto all’area politica di riferimento.

L'
onda anomala del berlusconismo ha spinto nella nostra metà del campo (che noi
chiamiamo sinistra) forze, linguaggi, comportamenti e pulsioni che sono
oggettivamente di destra. Una destra diversa dal berlusconismo, evidentemente,
ma sempre destra (…) con una delega alle Procure non per la giustizia ma per la
redenzione della politica, considerata tutta da buttare, come una cosa sporca
”.

In
poche parole, il direttore di Repubblica ha cercato di prendere le distanze da
un modus operandi nell’informazione
che è stato alimentato ed è cresciuto sotto il suo sguardo vigile.

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luglio 29, 2012

La cultura del sospetto

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ResizerNello Neppi non ha il pericoloso curriculum vitae di un togato di regime: non è mai stato berlusconiano; non ha avallato – neanche implicitamente – i provvedimenti normativi ad personam che negli anni sono stati elaborati in Parlamento a tutela di imputati illustri; non ha nemmeno lesinato critiche alle ingerenze degli Esecutivi che negli anni si sono succeduti, annunciando principi di riforma a suo dire esecrabili. Nello Neppi, fra l’altro, proviene dalle fila di Magistratura Democratica, la corrente interna alle toghe nata nel 1964 all’ombra del centro-sinistra e che ha sviluppato poi negli anni le critiche più dure, talora caustiche, agli esponenti dei partiti politici posti sull’altro versante dello scacchiere nazionale. Insomma, se volessimo usare un linguaggio benevolo nei suoi confronti, potremmo dire un progressista di specchiata fede; per estremo opposto, un bolscevico in doppiopetto. Nell’Italia di oggi però tanto non basta per dimostrare la propria terzietà a fronte dello scontro politico ispirato al massacro che ha coinvolto, nelle ultime settimane, il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, in uno scandalo che ha i colori ed i confini tipici della farsa all’italiana.

Prima di procedere, ricostruiamo la vicenda in sé: Nicola Mancino viene coinvolto in una brutta pagina della storia d’Italia, quella che indugia sui rapporti esistenti fra Stato e mafia nel periodo delle stragi degli anni ’90. Il procedimento che lo interessa è aperto da tre procure, ma soltanto una di esse – quella di Palermo – intende indagarlo per la sua posizione “compromissoria”. Mancino, figura politica di spicco della prima repubblica e membro dei governi di centro-sinistra dopo il crollo del muro di Berlino, chiama il Colle per informare degli ultimi risvolti il Capo dello Stato. Lo chiama con una certa preoccupazione e Napolitano, per interposta persona o in presa diretta non è dato saperlo, non lesina rassicurazioni. D’altronde i due si conoscono da tempo, hanno un rapporto umano consolidato e Napolitano ritiene doveroso sollecitare le procure affinché vi sia un coordinamento in materia: se due pubblici ministeri ritengono Mancino una persona informata dei fatti ed un altro pm, nell’esercizio delle sue funzioni, lo ritiene al contrario parte di un’azione criminosa perpetrata dai vertici dello Stato, beh forse è il caso di incrociare le carte e fare chiarezza. Da questo scenario, grossolanamente familistico, è emerso lo scandalo del Fatto Quotidiano, che ha cavalcato il tema dell’opportuna trasparenza sulle stragi in maniera impetuosa, come di consueto, trascinando santi e diavoli in un solo calderone inquisitorio. E qui bisognerebbe riflettere sul duplice atteggiamento tenuto dal suddetto organo di stampa, perché se nel riportare gli eventi la cronaca è stata asciutta, ispirata ad uno sterile racconto dei fatti sulla base delle informazioni pervenute in redazione, altrettanto non si può dire delle ricostruzioni editoriali che hanno accompagnato il tutto. Ma lo stile è quello, ormai lo conosciamo e ci limitiamo alle spallucce.

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luglio 14, 2010

Doppiopesismo

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Il fatto è questo: Dell’Utri ha incontrato Flavio Carboni in un bar della capitale. L’Espresso li ha pedinati, ha pubblicato le foto e ha posto all’opinione pubblica un grande quesito: cosa si saranno mai detti l’esponente del Pdl e il faccendiere?

Domanda legittima. Tuttavia anch’io nutro qualche dubbio in merito. Ad esempio, perché pedinare il giudice Mesiano è un atto ignobile, mentre pedinare l’onorevole Dell’Utri è cosa buona e giusta, nonché legittimo diritto d’informazione? Se si cerca lo scoop, a livello teorico, l’atto identico non dovrebbe subire un diverso giudizio di valore. Sono entrambi personaggi pubblici, l’uno per competenze rappresentative, l’altro per le luci della ribalta acquisite nella cronaca giudiziaria con una sentenza quantomeno discutibile. Dov’è finito Franceschini? A rammendare calzini turchesi? Inoltre, il gruppo Espresso come è entrato in possesso delle immagini di sicurezza provenienti dal circuito chiuso di un Autogrill?

Parafrasando Polito, non è soltanto un «problema della privacy. C’è anche una garanzia processuale da assicurare agli imputati: quella di non subire la pena accessoria della gogna pubblica nella fase delle indagini preliminari, visto che può anche succedere che poi il processo li assolva».