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Non basta una strada

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Per me Scalfari è svenuto.

«L´intuizione storica di una riconquista di uno spazio autonomo del Psi, succubo fino al ‘76 della preminenza comunista, avvalorata dal consociativismo berlingueriano con la sinistra dc, era una necessità per l´Italia. Anche la dilatazione del deficit pubblico fu spinta dal consociativismo e dalla invadenza sindacale che ne derivava. Senza autonomia e peso autonomo del Psi nel governo di centro-sinistra, non ci sarebbe stata la svolta storica della scala mobile e l´inversione di una inflazione devastante, così come non ci sarebbe stata una scelta europeista epocale, quando Craxi, al Vertice di Milano dell´85 impose il voto a maggioranza contro la Thatcher per passare al Mercato unico; così come fu decisivo il suo intervento per permettere contro il Pci, l´installazione degli euromissili in Italia a fronte di quelli installati da Breznev, puntati sull´Europa per ricattarla. Per far questo occorreva un partito dotato anche di autonomia economica. Di qui la scelta rovinosa delle tangenti, gli arricchimenti, gli scandali nel clima di cinismo realpolitik inalberato dal Capo. Il giudizio, però, si è squilibrato da una parte sola: tutta la vita italiana era condizionata dai costi “impropri” della democrazia: la Dc imponeva tangenti pubbliche, il Pci riceveva i soldi prima dall´Urss e poi delle cooperative. Ma il marchio dell´immoralità è finito solo su Craxi. Il codardo insulto sfiorò persino i “miglioristi” del Pci, accusati di “filo-craxismo”. Una ingiustizia storica che duole ancora». Mario Pirani.

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Giustizia, Politica, Sinistra — Tag:, , — Giuseppe Lombardo @ 23:49

Toghe rosso sangue

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Lo so, quando si parla di eutanasia occorrerebbe la massima diplomazia possibile, l’uso del galateo politico e del bon ton necessari per il rispetto delle decisioni e delle sofferenze dei terzi. Ma io non ce la faccio, mi spiace, non riesco a essere felpato in un contesto così deprimente, di fronte all’annientamento del potere legislativo per sentenza. Quanti, tra i lettori, sono intolleranti alle obiezioni di merito possono benissimo fermarsi qui ed interrompere il prosieguo della lettura. Non gliene farò una colpa.

La decisione presa dalle sezioni unite della Cassazione è stata letteralmente un pugno nello stomaco alla coscienza civile di questo paese, al sistema dei pesi e contrappesi instaurato con l’avvento della Costituzione del ‘48, la dimostrazione assai evidente dell’espropriazione del potere legislativo da parte della magistratura.

Nel nostro ordinamento costituisce reato la condotta di chi determina ad altri il suicidio o la condotta di chi cagiona la morte di un terzo, seppure con il di lui consenso. L’ipotesi dell’eutanasia risulta vietata. E’ concesso, per inverso, che i fattori causali presenti nell’organismo sviluppino i loro effetti. In altri termini: se il paziente in prima persona, dotato di capacità legale e naturale di agire, rifiuta consapevolmente interventi terapeutici che ne ritarderebbero la morte, l’omessa azione curativa è legittima.

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Il paese dei Travaglio

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Domani non ci saranno titoli a nove colonne da parte della grande editoria. Nel paese dei Travaglio la stampa funziona così: ha una vocazione unilaterale al linciaggio, una propensione ontologica all’inquisizione. Se all’interno di un’inchiesta le boutade della magistratura si rivelano tali, basta un trafiletto fra le pagine di cronaca politica, non serve una riflessione seria sulla credibilità perduta, né – tantomeno – un pubblico mea culpa da parte degli imbonitori dell’etica per riparare il danno d’immagine. E’ il gioco delle parti: si punta tutto sull’oblio dei lettori, nella certezza che non ci saranno rompiscatole pronti a rivelare la nudità del re.

Né Repubblica, né Corriere riportano sui rispettivi domini online l’archiviazione della richiesta a procedere contro il Cavaliere in merito alla vicenda sulla presunta compravendita di senatori. O almeno non trascrivono il tutto in prima. E’ un classico: se parte un’indagine, il lettore deve essere minuziosamente al corrente dei dettagli ignoti persino alla difesa; se la medesima si arena, la grande informazione ha altro a cui pensare. Si può obiettare: magari ci sono stati talmente tanti eventi significativi nella giornata odierna, che oggettivamente porre in risalto la notizia sarebbe stata impresa ardua. Eppure le preferenze fisiche della Canalis verso i neri e il suggerimento di usare gli antibiotici solo quando servono hanno trovato la propria ragion d’essere (non sia mai che qualcuno voglia brindare con un bicchiere di Bactrim). E’ il tic della stampa bene, il riflesso condizionato del giustizialismo, perché battere al computer un pezzo con in sottofondo il tintinnio di manette è decisamente più allettante.

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Sofri e le vittime degli anni di piombo

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Indro Montanelli sosteneva che la storia fosse semplicemente un racconto, una narrazione da tramandare di generazione in generazione. Il problema dell’insegnamento storico è legato, a mio giudizio, alla questione di sapere quali strumenti porre nelle mani del ricercatore. L’obiettivo dovrebbe essere rendere l’apprendimento degli eventi concettualmente problematico, anziché informativo, abituando i cervelli dei lettori e dei dotti a confrontarsi con domande tacite e inespresse, a interrogarsi sui nodi irrisolti per ricostruire il senso profondo degli avvenimenti. Poiché le fonti sono importanti, e poiché nell’ambito storico la rilevanza delle tensioni politiche è decisamente prevalente, assume vitale importanza porre l’accento sulle cronache giornalistiche. E’ per questo che la contro-storia sull’omicidio Calabresi inevitabilmente porta con sé una sorta di disagio; poco incide l’anomalia di vivere in un paese che rifiuta ogni forma di revisionismo sul Ventennio e sull’esperienza fascista dopo mezzo secolo di storia, ma è già pronto a “rivedere le sentenze” degli anni di piombo. Perché la storia la possono scrivere i vincitori solo quando essi stanno da una parte.

Allora sgombriamo il campo da alcune irritanti ipocrisie.

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Quoque tu Piero

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«Trovo inconcepibile che La Repubblica pubblichi una notizia del tutto falsa senza neanche verificarne non dico la fondatezza, ma la minima attendibilità. Non si invochi il diritto di cronaca o la libertà di stampa, che non c’entrano niente. Qui si sputtana una persona onesta e pulita ledendone la onorabilità e la dignità. E questo è inaccettabile». Piero Fassino.

Noi lo ripetiamo da tempo.

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E’ omicidio

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La premessa è fondamentale: il dramma di Eluana Englaro merita rispetto umano, puntualità dottrinale e onestà intellettuale. Sono tre caratteristiche fondamentali da cui non si può prescindere nel momento in cui si affrontano temi delicati come il principio o la fine della vita.

La sentenza della Corte di Cassazione attesta e approva un inequivocabile caso di eutanasia, pratica attualmente proibita dalla legislazione italiana. Non capisco quali possano essere le ragioni di diritto positivo che hanno portato le toghe a esprimere questa presa di posizione. L’articolo 579 del Codice di Procedura Penale statuisce al comma uno che “chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui è punito con la reclusione da sei a quindici anni”. Il 580 rafforza il concetto con termini ancora più chiari: “chiunque determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito di suicidio, ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, è punito, se il suicidio avviene, con la reclusione da cinque a dodici anni”. In altre parole: costituisce reato la condotta di chi determina ad altri il suicidio o la condotta di chi cagiona la morte di altri, seppure con il di lui consenso. Si prescinde, a legislazione vigente, dalla volontà eventualmente espressa dalla persona.

Forse un domani verrà varata la legge sul testamento biologico, forse verrà concessa l’eutanasia tout-court, ma oggi le norme che disciplinano la materia proibiscono in maniera inequivocabile la pratica della presunta “dolce morte”. Confesso che chi scrive è alquanto irato dal parere espresso dalla giurisprudenza, un parere eversivo che rappresenta un ulteriore strappo del tessuto costituzionale: troppo spesso, a mio avviso, ci si è concentrati sul diritto alla morte e non su quello alla vita, diritto costituzionalmente garantito e posto a presidio dell’esistenza fisica. Troppo spesso la magistratura ha manipolato i frammenti dell’ordinamento per interpretare discutibilmente la correttezza dell’impostazione dettata dall’organo legislativo. Va urgentemente ristabilito il confine dell’autonomia interpretativa: la magistratura è e resta libera di muoversi nel rispetto dell’ordinamento e nell’ambito dei limiti imposti dalla legge. La dottoressa Maria Gabriella Luccioli e i suoi colleghi non possono far prevalere le proprie vedute ideologiche, religiose, morali o meramente politiche. Devono attenersi a quanto stabilito dal Parlamento.

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Giustizia — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 15:41

Nuvole e lenzuola

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Il caso Carfagna, se può essere definito tale, ha natura surreale. Partiamo dal presupposto che la libera stampa, nell’attesa del decreto sulle intercettazioni, ha deciso di aggirare preventivamente il provvedimento ed infangare in maniera subdola le persone. In altri termini, cambia la regola generale, ma non la sostanza di fondo: anziché propinare pagine e pagine di testi contenenti discussioni riservate di privati cittadini, si insinua l’esistenza di colloqui informali e telefonici di cui nessuno è venuto a conoscenza. Un processo sommario legato ad un evento futuro ed incerto. Già questo mi pare rilevante.

Il capo d’imputazione poi lascia presagire l’oculatezza dei notisti afflitti dalla sindrome del Grande Fratello: Berlusconi avrebbe rivelato in un’intercettazione di aver condiviso momenti d’intimità sessuale con una giovane donna che, successivamente, sarebbe diventata ministro. Apriti cielo e scova la colpevole. Attualmente ricoprono incarichi istituzionali quattro donne, nell’ordine: Maria Stella Gelmini all’Istruzione, Stefania Prestigiacomo all’Ambiente, Giorgia Meloni alle Politiche Giovanili e Mara Carfagna alle Pari Opportunità. Dato il curriculum politico delle prime tre, i giornalai, pardon giornalisti, dei quotidiani di tutta Italia hanno incentrato la propria attenzione sull’ex showgirl televisiva. Perché una donna che lavora nel piccolo schermo, che posa per alcuni calendari e insegna danza ad Unomattina nell’immaginario collettivo è zoccola per definizione. Mi spiace citare su questo dominio esponenti del mondo girotondino, ma la sintesi più grossolana – e, in quanto tale, efficace – l’ha elaborata Sabina Guzzanti, scrivendo:

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