«Per passare da Israele nei Territori bisogna imbattersi nel Muro che sigilla i palestinesi nel loro “apartheid” e sfregia la Terra santa e la stessa Gerusalemme». Così Raniero La Valle, il 5 febbraio dell’anno passato, censurava
allo stesso tempo la decisione del governo israeliano di issare fisicamente una barriera ed i silenzi compiacenti dell’Esecutivo italiano, troppo intento «a rovesciare la politica estera che ha intessuto legami e gettato ponti in tutto il Medio Oriente». Stante questa forte presa di coscienza contro una politica segregazionista in nome della dignità dei popoli, mi sarei aspettato stamane di leggere una nota dolente su Repubblica. Non pretendevo un editoriale di Eugenio Scalfari, per carità, ma quantomeno un piccolo fondo, un richiamo, un ammonimento sugli ultimi sviluppi ai confini dell’Europa. Invece nulla. Nessuno ha speso una sola parola sulla decisione del governo greco di issare un muro lungo 206 chilometri sul confine con la Turchia, al fine di arrestare l’eventuale nuova ondata di immigrazione clandestina.
La Grecia, un paese in gravi difficoltà economiche che pertanto necessità più di ogni altro dell’aiuto dell’intera comunità europea, ha deciso di imporre il proprio giro di vite. Così, arbitrariamente, non curandosi degli sgradevoli effetti indesiderati. «La società greca non ne può più, ha raggiunto i suoi limiti», ha chiosato il responsabile degli affari sull’immigrazione Christos Papoutsis durante la presentazione del progetto. Pazienza per quei rifugiati pakistani, afghani o iracheni che cercano uno Stato ove siano rispettati i diritti inalienabili dell’uomo, sistematicamente violati nei territori di guerra; la Grecia deve rialzarsi, non ha tempo da perdere con gli ultimi. E la stampa può tacere: in fondo Ankara non è mica Lampedusa.


Follow me on Social Media