gennaio 3, 2011

Altro muro, altra vergogna

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«Per passare da Israele nei Territori bisogna imbattersi nel Muro che sigilla i palestinesi nel loro “apartheid” e sfregia la Terra santa e la stessa Gerusalemme». Così Raniero La Valle, il 5 febbraio dell’anno passato, censurava allo stesso tempo la decisione del governo israeliano di issare fisicamente una barriera ed i silenzi compiacenti dell’Esecutivo italiano, troppo intento «a rovesciare la politica estera che ha intessuto legami e gettato ponti in tutto il Medio Oriente». Stante questa forte presa di coscienza contro una politica segregazionista in nome della dignità dei popoli, mi sarei aspettato stamane di leggere una nota dolente su Repubblica. Non pretendevo un editoriale di Eugenio Scalfari, per carità, ma quantomeno un piccolo fondo, un richiamo, un ammonimento sugli ultimi sviluppi ai confini dell’Europa. Invece nulla. Nessuno ha speso una sola parola sulla decisione del governo greco di issare un muro lungo 206 chilometri sul confine con la Turchia, al fine di arrestare l’eventuale nuova ondata di immigrazione clandestina.

La Grecia, un paese in gravi difficoltà economiche che pertanto necessità più di ogni altro dell’aiuto dell’intera comunità europea, ha deciso di imporre il proprio giro di vite. Così, arbitrariamente, non curandosi degli sgradevoli effetti indesiderati. «La società greca non ne può più, ha raggiunto i suoi limiti», ha chiosato il responsabile degli affari sull’immigrazione Christos Papoutsis durante la presentazione del progetto. Pazienza per quei rifugiati pakistani, afghani o iracheni che cercano uno Stato ove siano rispettati i diritti inalienabili dell’uomo, sistematicamente violati nei territori di guerra; la Grecia deve rialzarsi, non ha tempo da perdere con gli ultimi. E la stampa può tacere: in fondo Ankara non è mica Lampedusa.

novembre 14, 2010

La fine del multiculturalismo

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Il caso dell’Ayatollah di Tottenham, tornato in questi giorni sulle prime pagine dei giornali internazionali, dovrebbe indurre alla riflessione i Soloni dell’approccio multiculturale. Gli attentati di Londra avevano già compromesso l’immagine di stabilità che per anni il Regno Unito aveva saputo mostrare; la latitanza di Bakri, tuttavia, conduce all’inevitabile conseguenza di un ripensamento sistemico del processo d’integrazione. Il multiculturalismo ha fallito, è un retaggio del secolo scorso, stantìo, un palazzo logorato nelle fondamenta. Esso si è configurato nel tempo come uno spezzettamento delle diverse comunità nazionali in sottoinsiemi chiusi ed omogenei. Anziché stemperare le diversità, sono state alimentate differenze e diffidenze all’interno di una società aperta a più identità in grado di coesistere senza fondersi. Si è inceppato il meccanismo, però, non avendo altre risposte plausibili, si è tergiversato attorno alla domanda cruciale posta dai flussi migratori internazionali: è possibile concepire un altro modello?

novembre 5, 2010

Un popolo, una lingua

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«Tutto lo sviluppo di un popolo dipende dalla natura della lingua da lui parlata: la lingua assiste ogni uomo nel suo pensare e nel suo volere, lo accompagna nelle più recondite profondità del suo spirito, lo limita o gli dà ali, secondo i casi: la lingua unisce tutti gli uomini che la parlano e ne fa un solo e comune intelletto: la lingua è il punto di contatto tra il mondo dei sensi e il mondo dello spirito, anzi ne fonde i due capi in maniera da renderli indistinguibili». J.Gottlieb Fichte, I discorsi alla nazione tedesca.

Duecentotre anni dopo non è cambiato poi molto nell’approccio.

gennaio 10, 2010

La rivolta degli schiavi

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Per comprendere pienamente la questione di Rosarno, bisognerebbe valutare la realtà in analisi sotto una duplice prospettiva: politica e sociologica. Purtroppo, spesso e volentieri, questi due piani distinti vengono separati arbitrariamente nel dibattito, inficiando il giudizio complessivo sulle vicende d’attualità. Naturalmente questa sorta di “guerriglia incivile”, che il paese calabro vive ormai ininterrottamente da tre giorni a questa parte, è stata presa in considerazione dai media nazionali in virtù di un quesito di fondo: chi sono i responsabili? Ora, la ricerca dell’originario colpevole di una sommossa popolare che distingue due etnie, due culture, “noi” e “loro”, è un esercizio tanto futile quanto sconsiderato e conduce presto o tardi alla logica del sospetto, agli umori più meschini che costituiscono il prologo del fenomeno razzista.

Un partito responsabile, d’opposizione o di governo poco cambia, dovrebbe ergersi a difesa della legalità, valore base per una civile convivenza stabilita sulla rigorosa applicazione delle norme del nostro ordinamento. Le dichiarazioni del ministro Maroni circa le evidenti responsabilità politiche di quanti negli anni hanno gestito il tema dell’integrazione sono perciò soltanto in parte veritiere: sì, chi ha ignorato – volutamente o meno – la possibilità dell’apertura del vaso di Pandora ha evidentemente avuto un ruolo non marginale nella creazione di certe tensioni; e tuttavia invocare la legalità come uno strumento contundente da accompagnare alle espulsioni per quegli immigrati clandestini che hanno partecipato alla rivolta non risolve, bensì aggira il problema, con l’aggravante dell’ipocrisia. Perché lo Stato non può mostrare il volto ligio alle regole dell’ordine esclusivamente quando si tratta di punire i soggetti deboli. Gli stessi immigrati, infatti, sono stati per decenni oggetto di un abuso vergognoso e illegale qual è la pratica del caporalato, ancora diffusa in tutto il Bel Paese.

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ottobre 23, 2009

Islam: i due errori della destra

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Premessa di carattere generale. Chi scrive sostiene da sempre la necessità d’interagire col mondo musulmano. L’islam, come abbiamo avuto modo di dire in passato, non è un blocco monolitico a sé stante, riottoso e chiuso nella propria tradizione integralista. E’, piuttosto, un universo variegato, ove l’assenza di una riconosciuta classe sacerdotale porta il messaggio religioso a essere interpretato, di volta in volta, secondo chiavi di lettura differenti. Uno scambio, una contaminazione reciproca nel rispetto della diversità e della libertà di culto è dunque possibile. L’integrazione però deve poggiarsi su basi solide, costituite nell’essenza da un dibattito interculturale, necessario all’interno di uno Stato laico che predica la tolleranza come valore aggiunto. Sottolineo la caratura culturale del processo, perché il confronto spirituale, tra portatori di alternative verità, in primo luogo non mi convince (e non convince fondamentalmente neppure le gerarchie ecclesiastiche) e in seconda battuta non spetta a chi gestisce la sfera pubblica.

Questi spunti non possono però confondere le diverse prospettive presenti. Un torto imperdonabile, in materia, consiste nel voler procedere nella disamina dei problemi secondo giudizi sommari. Sbagliava la sinistra, a suo tempo, ad aprire le frontiere del paese ad un’immigrazione selvaggia, incontrollata, potenzialmente rovinosa; sbaglia tuttora la destra della Santanché, quando, in modo arbitrario, tenta di strappare il velo dal volto delle donne nei pressi delle moschee. Esiste però un altro errore che la destra italiana compie, uguale e contrario, nel tentativo di riabilitarsi rispetto alle frange estreme con tendenze radicali: è quello che concerne un’integrazione a tappe forzate. In quest’ottica possiamo prendere in analisi diverse misure proposte dalla corrente finiana del Popolo delle Libertà.

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