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Scorgendo le prime pagine dei principali quotidiani internazionali mi capita sempre più spesso di interrogarmi, con malcelato scetticismo, sul “grande cambiamento” promesso da Barack Obama. Nessuna opposizione preconcetta, sia chiaro, solo una disamina attenta del buonismo dei media. L’attuale inquilino della Casa Bianca dovrebbe essere esposto a critiche più aspre in virtù del clima quasi plebiscitario con cui è stata accolta la sua liberatoria elezione. Uso questi termini in maniera chirurgica: l’addio di George W. Bush, infatti, è stato salutato in Occidente da una standing ovation strabiliante, un’ovazione incondizionata, come se – da un giorno all’altro – un tiranno fosse stato abbattuto, un pericoloso dittatore nato nel cielo di Washington avesse improvvisamente perso le redini di un paese che teneva sotto scacco. In realtà non è andata esattamente così: l’America ha rispettato i confini della democrazia, sancendo una successione (teoricamente) diversa in virtù della contingenza storica. Bush, dopo due mandati, ha visto tramontare il suo appeal politico e ha deciso di non far pesare i voti di famiglia nella successiva tornata interna al GOP, accettando con rassegnazione la candidatura di McCain. Chi, come il sottoscritto, non ha mai odiato aprioristicamente George W., ha il diritto e il dovere di riflettere approfonditamente oggi sulla presunta discontinuità del successore.

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Esteri, giornalismo — Tag:, , , , , , , , — Giuseppe Lombardo @ 22:47

Obamacon

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Quando Bush parlava del “male” in politica, per la stampa italiana commetteva un abominio, una rozza azione deprecabile. Obama, invece, è un illuminato, nonostante le posizioni nettamente neoconservatrici.

«However, by invoking evil in his peace speech, he has obligated himself to a more decisive course of action and perhaps a new moral seriousness. For there is a deeper neoconservative concern that serves as the foundation upon which the architecture of democracy promotion and hawkishness are built. This is the belief in good and evil, reality’s parting gift to the mugged. Sometimes thought of as a quaint and outdated proposal, the assertion that virtue and wickedness are real is at the heart of neoconservative support for American power in the world. The Taliban — which beheads innocents, chops off voters’ hands, and subjects women to lives of brutal servitude — is evil. So, too, are Iran’s mullahs, who sentence teenagers to hangings for the “crime” of homosexuality. Defeating these parties is its own reward. As evil is now part of Barack Obama’s war lexicon, he must make this point, and he must speak of victory. For once evil is invoked, compromise is off the table. Evil demands defeat». Abe Greenwald.

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Esteri — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 17:24

Una figuraccia internazionale

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Una terribile figuraccia sotto il profilo internazionale, che inficia l’immagine dell’Italia come partner responsabile per ciò che concerne la sicurezza globale. Questo è il dato politico che emerge dalla sentenza sul sequestro di Abu Omar. Il giudice milanese Oscar Magi, al termine dei lavori, ha disposto il non luogo a procedere, per effetto del segreto di Stato invocato dal governo Prodi, nei confronti dei funzionari del Sismi Niccolò Pollari e Marco Mancini, con buona pace di Repubblica e Unità, sponsor occulti di questa guerra insensata. Al tempo stesso è stata definita la condanna a otto anni di reclusione per l’ex capo della stazione della Cia a Milano, Robert Seldon Lady, e per altri 22 agenti dei servizi segreti statunitensi. In altri termini, fuori dalla logica penale, è stata compiuta una colossale operazione di autolesionismo su scala mondiale, attuata in pompa magna dalla stampa e da un tribunale della Repubblica Italiana.

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Giustizia, Politica — Tag:, , , , , — Giuseppe Lombardo @ 01:48

L’Europa oltre la Nato

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Caro Direttore, La situazione in Afghanistan è sempre più complessa. Una miope strategia militare ha fatto sì che i talebani, relegati originariamente in una striscia di terra dall’offensiva vera e propria, riacquisissero lentamente forza e vigore, grazie alla vigliaccheria della strategia terrorista. Ora, se è vero che il continuo ricorso ai kamikaze dimostra la debolezza di un fronte militare avverso ormai palesemente disorganizzato, è altresì innegabile che la vietnamizzazione del conflitto attraverso una perenne azione di guerriglia rischia di ingabbiare le forze presenti in loco. Non voglio essere artefice di un frettoloso ritiro “alla spagnola” su una missione che ha il crisma della comunità internazionale, però dai greci ai macedoni, dai russi agli americani, tutti hanno storicamente riscontrato delle difficoltà in quel pezzo di terra. Come ha scritto John Feffer, «l’Afghanistan è stato spesso il cimitero dei grandi imperi», non occorre negarlo. Questa impostazione potrebbe essere lo spunto per riflettere nuovamente, in sede comunitaria, non sul significato della missione, bensì su quello della Nato: l’identità europea, di un continente che si vuole autonomo politicamente e militarmente, deve essere oggetto di dibattito, se si vuole dare a Washington un alleato credibile e un partner dotato di serietà.

Nota a margine: questa lettera è stata inviata alla redazione del quotidiano prima della tragedia che si è abbattuta sulla mia città. Lo scrivo per correttezza: ieri non sarei riuscito a pensare alla dimensione internazionale.

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Esteri — Tag:, , , , , — Giuseppe Lombardo @ 12:59

Tra Di Pietro e Bossi, il destino dell’Afghanistan

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Molte parole sono state spese sul dramma dei ragazzi della Folgore e, anche in questa triste occasione, quasi tutti i luoghi comuni sono stati tirati fuori dai cassetti delle redazioni giornalistiche. Si è detto, o peggio scritto, che la missione internazionale è tecnicamente fallita, sputando sul coraggio di uomini come Lal Mohammed, il contadino della provincia di Uruzgan che ha perso naso e orecchie pur di esercitare il proprio diritto al voto, diventando vivente testimonianza del dolore di un popolo soggiogato dalla violenza di pochi ignobili assassini. Poteva essere un messaggio all’Occidente, una sorta di grido della speranza, una dimostrazione che il sangue dei nostri militari non è stato versato invano. Invece lo abbiamo lasciato solo nel momento del dolore ed ora qualcuno vorrebbe abbandonarlo definitivamente ai suoi carnefici, legittimando la forza di questi ultimi nel quadro geopolitico locale. Sì, perché il coro di voci a favore del ritiro è stato più tenue rispetto al passato, ma ugualmente fastidioso. Di Pietro ha accusato frontalmente il governo, usando in un contesto di emergenza toni cruenti da bega politica incivile, paragonando il nostro premier all’ex dittatore di Baghdad, quel Saddam Hussein che – detto per inciso – sarebbe stato ancora tranquillamente al potere se il suo destino politico fosse dipeso dall’Italia dei Valori e non dall’azione, sia pur discutibile, di George W. Bush.

Si è detto, o peggio scritto, che l’Italia, dopo un periodo così lungo di permanenza nella regione, ha la necessità fisiologica di ritirare le proprie truppe da un fronte bellico potenzialmente esplosivo. L’affondo in questione è venuto dalla Lega e non è un caso. Come potrebbe il ministro Bossi concepire l’importanza del paese nello scenario internazionale e la forza morale di uomini pronti a morire per la patria, quando la sua iniziativa politica più significativa negli ultimi mesi è coincisa col tentativo di sottrarre risorse alle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia? Come potrebbero le correnti secessioniste comprendere a pieno lo strazio e l’orgoglio nel vedere quelle bare avvolte dal tricolore, tornare a casa senza pretese, se si eccettua quella di aver servito la Repubblica?

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Esteri — Tag:, , — Giuseppe Lombardo @ 20:03

Quella strana schizofrenia

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«But reality was far different from rhetoric. America, after all, was still safe in a manner that no one envisioned after the 9/11 attacks — and perhaps for a reason as well. So if Barack Obama and his supporters once damned tribunals, wiretaps and email surveillance, renditions, and Predator assassinations, now in power they strangely began to approve of, or at least tolerate, most of them.The detention facility at Guantanamo is deemed abhorrent, but its continued presence suggests that even its critics acknowledge a certain utility. Iraq was written off as “lost” by opponents, but over 130,000 Americans still shepherd its fragile democracy. The “good” and older war in Afghanistan is now more violent and more controversial than the relatively quiet “bad” conflict in Iraq. Apparently, eight years of the Bush policies in reaction to 9/11 are as silently ratified as they are publicly condemned — an Orwellian moment in which “Bush did it” has become a public slur, while a privately appreciated fact». Victor Davis Hanson.

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Esteri — Tag:, , , , — Giuseppe Lombardo @ 23:02

La guerra di Obama

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La cacciata di McKiernan forse non è il segnale del grande cambiamento che la sinistra liberal di tutto il mondo si aspettava. Certo, un dato di fatto è difficilmente contestabile: da questo momento la presenza militare americana in Afghanistan segue una strategia marcatamente democratica, tanto che qualcuno ha già cominciato a parlare della “guerra di Obama”. Non a torto.

«When a Cabinet officer asks for a subordinate’s resignation, it means that he’s firing the guy. This doesn’t happen very often in the U.S. military. McKiernan had another year to go as commander. (When Gen. George Casey’s strategy clearly wasn’t working in Iraq, President George W. Bush let him serve out his term, then promoted him to Army chief of staff.) Gates also made it clear he wasn’t acting on a personal whim. He said that he took the step after consulting with Gen. David Petraeus, commander of U.S. Central Command; Adm. Mike Mullen, chairman of the Joint Chiefs of Staff; and President Barack Obama. According to one senior official, Gates went over to Afghanistan last week for the sole purpose of giving McKiernan the news face-to-face».

Ritenere tuttavia che gli alti comandi, dopo l’addio di George W. Bush, rispondessero ancora, sia pur indirettamente, alle istruzioni della vecchia amministrazione, rea perfino dell’onda lunga di violenza con la strage di Farah, vuol dire peccare nell’analisi degli eventi di una grossolana superficialità: non si può considerare Obama un supereroe custode di un messaggio profetico e di pace per poi, al tempo stesso, reputare il medesimo presidente talmente stupido da non aver nemmeno ragionato con l’establishment militare dislocato negli avamposti bellici. Certi blog, affezionati allo spoil system unilaterale, colgono ogni occasione per attaccare il cuore del vecchio governo, ignorando il senso della parola “fatalità”, per quanto crudele esso possa essere.

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Esteri — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 17:56
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