Un’analisi degna di nota, in merito alla drammatica strage che si è consumata ieri in due villaggi della provincia afghana di Kandahar, è stata elaborata da Marwan Bishara sulle colonne di Al Jazeera. Gli eventi sono ancora poco chiari: la versione ufficiale delle autorità statunitensi parla di un killer solitario, un militare che avrebbe subito il tracollo psicologico derivante dalla pressione del fronte e, perdendo il lume della ragione, avrebbe colpevolmente falciato circa sedici civili, prima di consegnarsi ai vertici del suo reggimento; altre voci, provenienti dal paese, hanno altresì fatto riferimento ad un gruppo di soldati in stato di ebrezza, quattro o cinque effettivi dell’esercito che avrebbero messo in atto, sotto i fumi dell’alcol, un massacro disumano a danno della popolazione civile afghana. Sia come sia, a mio modesto avviso, il dato cambia poco: i corpi stroncati rappresentano una vistosa ferita per il civilissimo Occidente che si prefigge la leadership dei diritti umani, in primo luogo per Washington, da anni impegnata nel tentativo di accreditare un’immagine di sé diversa rispetto allo stereotipo della potenza occupante. Questo evento, dopo Abu Ghraib, rappresenta forse il montante maggiore che lo zio Sam ha subito nella sfida al terrorismo globale.
Ciò detto, l’analisi di Bishara, sicuramente opinabile per molti versi (chi scrive, ad esempio, non condivide la cifra di fondo quasi per intero), ha centrato almeno un punto nevralgico del conflitto, che sovente viene tenuto in scarsa considerazione dagli analisti internazionali. L’episodio di ieri non è un caso sporadico all’interno di una missione di stabilizzazione regionale: è l’ordinarietà di una guerra, la routine del conflitto, la quale, per sua natura, supera ineluttabilmente la dimensione della operazione di polizia internazionale. Nella giusta condanna di quanto avvenuto, e nella sacrosanta pretesa che i responsabili siano puniti a dovere, consci che comunque qualsivoglia provvedimento non riporterà in vita le persone stroncate dalla pallottole impazzite, dovremmo sociologicamente indagare sul perché oggi si ritenga collettivamente il conflitto militare alla stregua di una nobile battaglia tra armature luccicanti. Parlare della pazzia del singolo “gendarme in divisa” è semplicemente patetico. C’è un richiamo alla cultura medievale, alimentato dai mezzi di comunicazione che spingono per un confronto di tipo manicheista? C’è la volontà, più o meno palese, di non affrontare lo sguardo della nostra violenza, di volgere altrove la nostra attenzione, magari a problemi di natura economica? O si tratta, forse, di una sorta di generalizzazione universale del mito “italiani, brava gente”?
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