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Mi ritorni in mente

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Rudolph ci sta pensando.

«But pushed further, theformer Republican presidential candidate conceded that he is indeed “thinking about it”. “I don’t know if I’m at the point of seriously considering it,” he said. “It’s a little too early”»

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Esteri — Tag:, , — Giuseppe Lombardo @ 23:53

Sappiamo “cos’è” Obama, non “chi è”…

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Negli Stati Uniti, due settimane dopo il pronunciamento della nazione tramite verdetto elettorale, si riflette ancora sulle lezioni da trarre dal voto popolare. Capita così di imbattersi in un’analisi politologica di John Podhoretz, assai valida e completa sotto ogni punto di vista. Innanzitutto perché non vengono attenuate le responsabilità di McCain di fronte alla destra americana. Sembra un’ovvietà, ma il bon ton politico nei confronti di un leader che – giocoforza – dovrà abbandonare la scena principale, ha conculcato la capacità critica di parecchie coscienze repubblicane. Da più parti si è concentrata l’attenzione sulla viltà imbonitrice di Obama, sulla sua astuzia nel tessere una tela di relazioni coi poteri forti senza mai abbandonare la vocazione populistica dei suoi spot futuristici, sulla sua strisciante ambiguità in merito ai temi etici. In realtà folle sarebbe stato il contrario, giacché il “nemico”, da che mondo è mondo, non collabora mai per la realizzazione dei tuoi piani.

Podhoretz, invece, evidenzia il dato statisticamente più rilevante: quella del Gop, a prescindere dalle caratteristiche del nuovo inquilino della Casa Bianca, non è una sconfitta qualsiasi, ma un vero e proprio tracollo, un ripudio proveniente dalla base. A suffragio della sua tesi porta due dati emblematici: in primis la diminuzione sostanziale del cosiddetto “partito di identificazione”, quel movimento che a pelle abbraccia i valori repubblicani e conseguentemente le scelte del partito; in secondo luogo la perdita dell’Indiana, roccaforte della destra d’oltreoceano da più di dieci tornate elettorali.

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Esteri — Tag:, , , , — Giuseppe Lombardo @ 17:15

Non serve una pop star

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John McCain è parecchio apprezzato per la capacità felina di cadere sempre in piedi. La storia personale dell’ex leader dei repubblicani incarna per i conservatori europei il mito del sogno americano, l’idea di essere nati per servire la patria sia nei momenti felici, sia in quelli particolarmente difficili, con la stessa tempra e il medesimo vigore. Il senatore dell’Arizona è un eroe nel senso letterale del termine e merita tutto il rispetto che questa carica onorifica gli conferisce. Quando, però, un eroe decide di far politica, sceglie con coscienza di avventurarsi in un terreno pieno di insidie, ove la prima fondamentale regola è mettere in discussione quotidianamente la propria persona e le proprie convinzioni. Se poi quello stesso eroe compie la folle impresa di correre per la Casa Bianca, vincendo le primarie interne e sbaragliando avversari di un certo peso, sa già in partenza che i suoi atteggiamenti durante la battaglia elettorale verranno sezionati nei minimi dettagli da analisti e semplici elettori.

Ecco perché la difesa d’ufficio posta in atto da Newt Gingrich mi sembra eccessivamente accomodante. L’ex speaker della Camera ha sostanzialmente glissato sulle eventuali responsabilità della leadership, lasciando intuire che questa elezione fosse persa in partenza:

«It is pretty hard to say our losses were because of John McCain’s campaign. McCain performed way above plausibility compared to where the Republican president was in the polls. We have to look honestly at what went wrong».

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Attualità — Tag:, , , , — Giuseppe Lombardo @ 17:14

L’alba del giorno dopo Bush

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«In one corner, there are a large number of bright, mostly younger, self-styled reformers with a diverse – and often contradictory – set of proposals to win back middle-class voters and restore the GOP’s status as “the party of ideas” (as the late Daniel Patrick Moynihan put it). In another corner are self-proclaimed traditional conservatives and Reaganites, led most notably by Rush Limbaugh, who believe that the party desperately needs to get back to the basics: limited government, low taxes and strong defense. What is fascinating is that both camps seem implicitly to agree that the real challenge lurks in how to account for the Bush years. […] The irony is that both camps agree on a lot more than they disagree. The reformers are committed to market principles and reducing the size and role of government, and so are the back-to-basics crowd. The problem is that an elephant named George in the room is blocking each side from seeing what the other is all about. But hopefully not for much longer». Jonah Goldberg.

P.S. Anche la lettura di questo articolo è vivamente consigliata.

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Esteri — Tag:, , , — Giuseppe Lombardo @ 17:09

Su un altro pianeta

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«La mossa a sorpresa di McCain, che ha voluto la giovane e semisconosciuta governatrice dell’Alaska Sarah Palin nel tandem per la Casa Bianca, non è bastata a contrastare il primato detenuto da Obama in quasi tutti i sondaggi. […] Molti pensano che la scelta azzardata del senatore dell’Arizona si possa trasformare in un pericoloso boomerang».

Personalmente non conosco chi cura il sito del Partito democratico, né – tantomeno – il responsabile dei servizi esteri d’oltreoceano. Certo è che dichiarazioni come quella riportata precedentemente contrastano fortemente con l’andamento generale registrato dalla stampa americana e peccano di faziosità ideologica. Negare che Sarah Palin abbia monopolizzato, nelle ultime giornate di campagna elettorale, l’attenzione su di sé, è infantile; negare che nell’indice di gradimento McCain abbia risalito la china, fino a raggiungere il pareggio, è fuorviante; negare che gli emuli italiani del grande sogno targato Barack cerchino di scimmiottare la moda del momento per superare la sindrome di Zapatero è ingenuo. La verità è che l’armata veltroniana non ha coscienza dei propri mezzi e non ha una storia illustre alle spalle, se si esclude la tradizione comunista difficilmente spendibile nel marketing politico oggigiorno. Pertanto la classe dirigente cerca di rattoppare un’identità plausibile da itinerari radicalmente differenti. Per cultura, per storia, per approccio alla rappresentanza i post-democristiani e gli ex inquilini di Botteghe Oscure hanno davvero poco o nulla in comune con la sinistra newyorkese. Il discorso della lady d’Alaska, che correlo a questo post, è stato quasi unanimemente applaudito (il “quasi” riguarda le perplessità sollevate da Andrew Sullivan, che hanno comunque avuto scarsa risonanza). La Palin ha usato toni duri, forti, dimostrando fin da ora di essere all’altezza del ruolo assegnatole dal comandante in capo. Come ha scritto Peggy Noonan, per quello che rappresenta fisicamente e moralmente è quanto di più distante vi sia dalla sinistra radical-chic e, quindi, costituisce ad oggi la vera e principale minaccia per l’ascesa al potere di Obama.

(continua…)

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Sinistra — Tag:, , , , , — Giuseppe Lombardo @ 03:12
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