«La nostra vita politica ormai si avvia verso il fascismo degli antifascisti, cioè un fascismo ritardato, più bonario ma inconcludente, un fascismo senza nicotina in borghese, spoglio di miti e debole, ma condannato, di giorno in giorno, a prendere il potere».
Questa breve citazione di Leo Longanesi sembra estratta da un interminabile dibattito sulle recenti dichiarazioni di Fini, eppure è di gran lunga antecedente nel tempo. Le parole del presidente della Camera alla festa giovanile del partito hanno riacceso parecchi malumori nelle fila di Alleanza Nazionale. Polemiche mai spente, guerre intestine mai sedate, tutto riemerge per uno scorcio di riflessione storica sull’esperienza della Repubblica Sociale.
La domanda da porsi è: perché? Forse la destra è tuttora ancorata alle radici populistiche del Ventennio? O forse la base elettorale vive un revival di emozioni littorie? Senza voler fare un torto a nessuno, queste prospettive – demagogicamente citate dal mondo dei giornali – ci sembrano surreali.
Chi è nato dopo il 1980, come il sottoscritto, ha conosciuto il fascismo solo per indiretta testimonianza, sui libri di testo o grazie a quella stupenda esperienza umana che è il ricordo tramandato per generazioni. La reale consistenza della querelle è allora un’altra, diversa e marcatamente politica.
Quando il Movimento Sociale Italiano si sciolse, gli eredi del partito accettarono lo schema bipolare e condannarono il periodo delle camicie nere al giudizio della Storia. L’obiettivo era dare voce agli esuli in patria, ai tanti ragazzi morti ammazzati durante gli anni di piombo, di cui gran parte della stampa – per lungo tempo – ha colpevolmente ignorato l’esistenza. Badate l’uso della terminologia, perché non voglio solleticare lacrime salate sui visi dei lettori. Consegnare un’esperienza storica che ha lacerato il paese al giudizio dei libri di testo, vuol dire superare quella fase, entrare di diritto in una prospettiva nuova e diversa, con l’autorevolezza necessaria per affrontare i dibattiti sulle intenzioni progettuali. La svolta democratica, che in realtà era stata compiuta molto prima da Giorgio Almirante con la costituente della “Destra Nazionale”, ha trovato compimento a Fiuggi, attraverso l’implicita negazione della vecchia dottrina del “non rinnegare, né restaurare”. Chi ha vissuto la propria militanza in Alleanza Nazionale, è cresciuto con una diversa impostazione culturale: ha maturato, secondo i percorsi personali, la propria idea di res publica e di dimensione storica, smarcandosi agilmente dall’esperienza criminale e drammatica del regime e condannando perfino gli eccessi (anche solo verbali) del clima infuocato spesse volte cercato dal Cavaliere. Pacatezza e moderazione, lemmi ironicamente accostati al lessico veltroniano, hanno trovato dimora effettiva nella dimensione politica della nuova destra. Come mai, allora, fanno male quelle frasi di Fini? Politologicamente, ad un tale quesito, non corrisponde una risposta logica efficace. In altri termini, dal punto di vista razionale questa è una domanda che è destinata a rimanere elusa. Le motivazioni del dissenso, in questa occasione, sono antropologiche.
(continua…)
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