Chiunque abbia letto e apprezzato un libro di Pamuk può facilmente richiamare alla memoria letteraria l’immagine del Bosforo imbiancato: una coltre di neve soffice, pulita, pungente, destinata a coprire il territorio turco, ad isolarlo in un glaciale abbraccio; un lenzuolo vellutato per uno scenario malinconico, uno specchio accecante destinato a riflettere al tempo stesso storie e anime di un popolo. Ma per volgere lo sguardo alle miserie della politica internazionale contemporanea, abbandonando questo quadro deamicisiano, possiamo intravedere dietro la lucida prosa di un grande letterato istanze meno nobili. Ed il freddo induce a riflettere su un problema nitidamente definito: il fabbisogno energetico.
Ankara importa attualmente il 58% delle forniture di gas direttamente da Mosca, il convitato di pietra del vicino oriente, mai del tutto amato, fin dai tempi della Sublime Porta. Un’interessante analisi condotta, come spesso accade, dal gruppo Stratfor, mostra la significativa evoluzione dei piani di espansione economica elaborati dal Cremlino. Le direttive imposte da Putin ambiscono a varare una linea di condotta duplice: il paese deve tornare ai fasti della Grande Russia ed in tal senso il controllo dei gasdotti può avvenire o tramite la stipulazione di contratti ventennali a tassi agevolati coi paesi che soffrono particolarmente l’emergenza (procurando di fatto una dipendenza economica dalla ex superpotenza), o tramite l’acquisto di impianti di stoccaggio delle riserve di gas naturale dislocate direttamente in loco. Un abbraccio, quello tra Erdogan e Putin, che potrebbe compromettere ancora di più l’interesse strategico europeo nella regione di riferimento.


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