Il cuore non ha retto. La progressiva riduzione di alimentazione e idratazione ha condannato il corpo e lo spirito di Eluana Englaro ad un sonno profondo, eterno. Un sonno che avrebbe dovuto, almeno teoricamente, scuotere le nostre coscienze civili e spingere le menti più razionali del paese, di questa nostra società comune, a porre interrogativi sul senso profondo dell’esistenza. Non vogliamo un’assise, per carità, rifulgiamo gli arzigogoli e le parole vane. Come scrisse William Shakespeare, è ben provato che con un’aria devota e un’azione pia inzuccheriamo lo stesso diavolo. Ma quello di Eluana è un sonno che dovrebbe indurci a riflettere sul metro di giudizio con cui approssimativamente, nel 2009, calcoliamo il valore della vita di un soggetto. Invece niente, si chiede il silenzio come premonizione dell’oblio, nell’attesa che la ruggine del tempo crei il precedente giuridico cui appellarsi, si chiede cioè di spegnere la ragione, perché il sonno genera mostri che non permettono di concentrarsi sulla straordinaria vittoria conseguita in ossequio al feticcio del rispetto del principio di autodeterminazione.
Molti hanno pianto per questa donna diventata inconsciamente un “caso”, alcuni hanno tirato un sospiro di sollievo, troppi hanno voluto impartire lezioni: Eluana se n’è andata prima dell’approvazione di quel decreto che l’avrebbe “costretta” a vivere, che l’avrebbe “condannata” ad esistere. Strano metro di giudizio, quello per cui si plaude a una sentenza di morte direttamente emanata da uno scranno della Corte di Cassazione per pia misericordia pubblica (sic!), salvo poi rivendicare come merito nazionale l’approvazione di una moratoria internazionale per le sentenze capitali. Eppure in Italia, in Occidente, avviene anche questo. Si invertono i ruoli: si processa un governo che ha agito per una volta senza guardare il tornaconto elettorale, nel tentativo folle – ma di quella lucida e stupenda follia che ciascun uomo dovrebbe rivendicare – di porre in atto la massima kantiana di utilizzare l’uomo come fine e mai come mezzo. Fine, cioè senso ultimo, corpo sacro su cui non è possibile speculare o fare esperimenti. Paradossalmente innanzi al dolore che ha indubbiamente colpito il padre, ma anche, in misura differente, le suore misericordine della clinica Beato Talomoni di Lecco che per diciassette anni si sono prese cura della Englaro, ebbene di fronte a questa situazione angusta è possibile criminalizzare l’Esecutivo e qualche esponente della maggioranza che ha parlato di assassinio e non di dolce morte.



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