luglio 22, 2012

L’unico pacco è quello di Mion

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Sulle colonne di Libero Matteo Mion ha offerto ai lettori un contributo di dubbio gusto, ma di certo spessore politico sulla drammatica situazione economica nazionale. Allego il testo per intero, al fine di consentire ai medesimi di trarre le opportune valutazioni sulla profondità analitica di certe riflessioni.

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La tesi di fondo, in estrema sintesi, è questa: il Meridione è una rogna per il contribuente settentrionale, costretto a farsi carico di una popolazione che, in fin dei conti, con l’Italia non ha nulla da spartire. Quale sia il paese di cui vaneggia l’autore è altra questione: evidentemente anni di emigrazione e di impoverimento culturale per le regioni del Sud, a tutto vantaggio delle aree “produttive”, non sono stati storicamente decriptati dallo stimato avvocato; analogamente il contributo di sangue versato per l’unità nazionale prima, e per le due guerre mondiali successive poi, da migliaia di patrioti di Napoli, Catania, Messina e Reggio non è stato oggetto di alcuna approfondita riflessione. Ma tant’è, l’Italia di Cavour e Garibaldi ha lasciato il posto alla Padania scimmiottata dell’Alberto da Giussano, il tricolore di Mameli ha ceduto il passo alla politica dell’ampolla come offerta al Dio Po’. Se non apparisse eccessivamente ridondante, suggerirei la lettura di un saggio di Spadolini, “Gli uomini che fecero l’Italia”, un compendio utile per avere le idee un po’ più chiare. Spiace, tra l’altro, constatare che una simile ardita manovra di revisionismo maccheronico sia passata impunemente sotto l’occhio vigile di Maurizio Belpietro. Ma non è il caso di essere ingenerosi: una disamina storica fallace potrebbe persino essere ammissibile in un paese in cui l’esigenza di condividere banalità è diventata un precetto morale prima ancora che costituzionale. Ciò che risulta fastidiosamente incomprensibile è il senso di manipolazione dell’attualità: come scritto da Enzo Basso su Centonove, Luca Zaia ha bruciato quasi cinquanta milioni di euro in Buonitalia e Roberto Formigoni, nonostante il rinnovato guardaroba, non naviga in acque più tranquille. Ai vessati contribuenti del Nord e ad un avvocato di siffatto rigore morale l’accusa di corruzione non infastidisce?

marzo 25, 2012

Un medico in banca

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La nomina di Jim Yong Kim alla leadership della Banca Mondiale potrebbe essere la sfida più interessante che Barack Obama ha lanciato dal giorno del suo insediamento alla Casa Bianca. L’ultimo decennio è stato caratterizzato dall’esasperazione politica di un atteggiamento ben poco liberale, un riflesso isterico messo in atto, più o meno genuinamente, da quanti credevano e tuttora ribadiscono in maniera cieca la propria piena fiducia nella capacità del mercato di autoregolamentarsi.

Porre pertanto al vertice dell’istituto economico internazionale per eccellenza un medico antropologo è un’operazione indubbiamente rischiosa, tanto più se si considera la pletora dei pretendenti lasciati a bordo campo, nonostante i curricula e le legittime aspettative. Come ha sottolineato Mario Platero, l’uomo – lungi dall’essere un diplomatico o un esperto di titoli azionari – «ha vinto il premio della McArthur Foundation dedicato ai “geni”, ha diretto il dipartimento anti Aids dell’Organizzazione Mondiale per la Sanità, è il rettore di Dartmouth, ha fondato Partners for Health una non profit ammirevole per aiutare la lotta contro malattie infettive (Tbc in particolare) nei paesi più poveri». E’ questo il dato interessante dell’operazione politica messa in atto da Washington: «negli ultimi venti anni, il più grande cambiamento nel campo dello sviluppo economico e nella lotta per la riduzione della povertà è stata l’integrazione delle iniziative di salute pubblica con i programmi di prestito tradizionali». L’opzione Kim diventa così chiaramente simbolica, indica una rotta da seguire, un progetto in nuce da costruire nel tempo.

gennaio 10, 2012

I tagli alla difesa non convincono la stampa americana

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La nuova strategia adottata a Washington per la riduzione della spesa, con un contenimento dei fondi destinati alla Difesa, non fa impazzire alcune penne prestigiose della stampa americana. Dall’Heritage Foundation, Mackenzie Eaglen manifesta le proprie perplessità sulla cifra di fondo dell’operazione, sul carattere e sull’impostazione delle priorità avanzate dalla Casa Bianca.

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gennaio 5, 2012

L’America è più piccola

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Avremo forze armate più snelle, agili, con un esercito di terra più contenuto”. Con queste parole Barack Obama ha presentato il piano di tagli alla difesa previsto dalla Casa Bianca per il prossimo decennio, un piano che dovrebbe portare nelle casse dell’erario pubblico circa 450 miliardi di dollari, almeno stando alle previsioni della leadership democratica. Il presidente ha infatti spiegato, senza troppi giri di parole, le ragioni che hanno animato tale scelta: “Dobbiamo rinnovare la nostra economia; qui è il fondamento della nostra forza nel mondo e sono obbligatorie riduzioni alla spesa”. Un piano diverso rispetto alla dottrina Krugman, che avevamo presentato di recente sulle colonne di questo blog.

Ciò detto, ridurre il peso militare dell’America vuol dire abiurare il ruolo di nazione-guida nel sistema internazionale? Ovviamente no, per quanto un forte ridimensionamento degli effettivi dell’esercito potrà produrre un naturale riposizionamento dello Zio Sam in diversi scenari. L’esempio libico ha probabilmente destato particolare impressione dalle parti dello Studio Ovale, facendo maturare la convinzione che se proprio l’Europa vuole iniziare una strategia geopolitica sotto l’egida della Nato, può anche farlo, a patto che essa sappia gestire oculatamente tensioni e costi nell’interesse del blocco occidentale. Sulle modalità dei tagli, l’Amministrazione non ha ancora sciolto le proprie riserve, ma diversi funzionari hanno confessato alla Reuters che sarà un’operazione da vagliare con la massima cura. Uno su tutti, il portavoce della Casa Bianca Jay Carney, ha ricordato come sia necessario “uno sguardo in profondità rispetto a tutte le spese destinate alla difesa, al fine di garantire tagli chirurgici nella piena soddisfazione delle nostre priorità”.

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gennaio 3, 2012

La crisi nella crisi

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Il mito reaganiano della “città splendente in cima alla collina” ha perso il suo appeal. Il movimento giovanile repubblicano s’interroga oggi sui profondi mutamenti che hanno attraversato i campus, modificando il dna stesso della struttura di partito. Star Parker è netta nella sua disamina: “Il materialismo ed il relativismo morale, frutto della cultura di sinistra, stanno infettando la nostra gioventù”. I termini forti servono a sottolineare, in maniera piuttosto cruda, la perentorietà di una denuncia. L’ala conservatrice del G.O.P. teme una svolta tecnica, teme cioè di disperdere l’attivismo legato ai valori e alle grandi battaglie (aborto, eutanasia, matrimonio) in nome e per conto dell’efficienza nella programmazione economica.

Contro la politica dei ragionieri, se vogliamo usare questa espressione, si è battuto, su un altro versante, Paul Krugman. L’editorialista del New York Times ha voluto sfatare il tabù del debito, ricordando come, nei momenti di crisi, l’instabilità congiunturale possa essere superata soltanto con la progettazione di nuovi investimenti, e non brutalizzando la spesa pubblica. Viene in mente una frase di Schmitt, rammentata di recente da Alain De Benoist: “È sovrano chi decide dello stato di eccezione”.