Altri due brillanti risultati conseguiti da Obama.
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Su queste colonne lo abbiamo ripetuto spesso: una crisi può dirsi conclusa soltanto quando i margini di crescita ritornano agli standard medi del periodo precedente. Un editoriale del New York Times affronta approfonditamente le problematiche di Atene e Dublino in una prospettiva d’ampio respiro, paventando la possibilità di un’uscita delle due rispettive realtà nazionali dalla zona della moneta comune, posta la loro indebolita competitività internazionale.
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Secondo gli esperti del Sole24ore non ci sono dubbi: Giulio Tremonti è l’uomo dell’anno. Grazie a lui l’Italia può “guardare con fiducia al 2010“.
«Il ministro dell’Economia ha tenuto fermo il timone italiano nella tempesta della crisi. Nato a Sondrio nel 1947, professore all’università di Pavia, autore di best seller critici sulla globalizzazione e il “mercatismo”, capace di passare le notti sui saggi della New York Review of Books, discutere a brutto muso alla Bocconi con gli economisti Monti e Tabellini, amato, rispettato, criticato, temuto ma alla fine eletto al quinto posto dei ministri economici europei dal Financial Times. Nella crisi più grave dal ‘29 Tremonti ha accentrato nelle sue mani il timone economico, spesso scontrandosi con i colleghi di governo. Recuperando circa 95 miliardi di euro con lo scudo fiscale (coadiuvato dall’inesauribile direttore delle entrate Attilio Befera), misura lodata da Le Monde, blindando la Finanziaria, non cedendo sulle richieste di spesa, Tremonti ha dato, nel caos politico, almeno un punto di riferimento chiaro. Il suo stile alla Mourinho può non piacere, troppo solitario, la competenza screziata dal narcisismo, qualche litigio superfluo: ma amici e nemici sanno sempre qual è la direzione e, in un’Italia che non sta guadagnando punti nel mondo, Tremonti è rispettato dai colleghi europei e americani. Aver fatto doppiare il capo più insidioso della crisi mondiale al nostro paese gli merita la nostra scelta di uomo del 2009. Nel 2010 lo attendono nuove sfide, politiche e personali. Contribuire in prima persona al clima di dialogo che inneschi le cruciali riforme economiche. Passare dal rigore ferreo del 2009 a una linea di sviluppo, sostegno, innovazione e investimenti per le aziende che, concordata in una pax bancaria e istituzionale vera, possa avviare per l’Italia l’uscita dalla crisi sì, ma anche dal formidabile ristagno del passato. Un Tremonti maturato al ruolo di statista, capace di ascoltare le critiche non come polemica sterile ma come dibattito intellettuale, il Tremonti che sa presiedere, per esempio, con eccellenza l’Istituto Aspen, senza più attriti, può ridare fiducia ai marchi, velocizzare le start up, creare con le istituzioni, le banche, i laboratori, le imprese e le università un network italiano che recuperi il passo perduto nella crisi e confermi il nostro paese leader nel XXI secolo. È questo il nostro augurio 2010, complimentandoci intanto con Giulio Tremonti».
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Domani mi aspetto di leggere la traduzione di questo focus su Repubblica.
«All in all, the outlook for the Italian economy is nowhere near as bleak as it was at the start of the century. Economists at Goldman Sachs expect the Italian economy to grow 1.6% next year —”solid by historic standards…. With a savings rate slightly above 14% and mortgage debt that is a modest fraction of real disposable income, Italian households remain among the least leveraged of the euro zone…” That should allow the household sector to contribute to a robust recovery. The economists also note that the increase in the unit value of Italy’s exports—”the Gucci effect”— might enable Italy to avoid competing with China and other low-labor-cost countries. Believe it or not, government policy is also seen as a plus. Outstanding public debt is being kept on “a manageable path,” Goldman Sachs says. But because annual growth is projected to be in the modest 1.2% range, the health of public finances will depend heavily on reining in spending and actually collecting taxes, rather than on rapid economic growth».
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L’ultimo pezzo di Michael Barone ci offre la possibilità di cogliere due spunti di riflessione utili sulla politica di Obama. Nella prima parte dell’editoriale, l’opinionista si dedica alla strategia economica adottata dalla Casa Bianca nell’ambito del processo di rilancio del sistema statunitense. L’aumento della spesa pubblica coincide con l’incremento della pressione fiscale e ciò non sembra essere frutto di una “misura-tampone” dovuta alla crisi congiunturale, quanto piuttosto di una decisione culturale sulla base di riflessioni concernenti la natura strutturale stessa del sistema.
«This is apparent in the budget he has presented for the next fiscal year and its projections for the years to come. Government spending is scheduled to rise as a percentage of the economy. This will be accomplished by raising taxes and, even more, by borrowing that will double the national debt in five years and nearly triple it in 10 years. This trajectory can be altered in the future, but much of it is set in stone by the $3 trillion-plus deficit that will, give or take a few hundred billion, be produced by the budget voted this year».
In secondo luogo, Barone si sofferma sulla politica estera democratica, solo apparentemente più europea.
«Abroad, Obama has eschewed American “arrogance” and embraced the European model of diplomatic engagement and avoidance of confrontation. He argues that if we show “persistence” in apologizing for America’s past and willingness to negotiate with Mahmoud Ahmedinejad and shake hands with Hugo Chavez, they will come to recognize our good will and make concessions they would otherwise refuse. Perhaps. But one recalls that this was the European response to the genocide in its own back yard by Serbia’s Slobodan Milosevic and that he was brought to justice only by the force of American arms. That lesson has not been lost on Obama who, for all his rhetoric, has ordered troop increases in Afghanistan despite the refusal of Europeans to do more».
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Il palese sostegno dell’Unione Europea alle posizioni espresse dal Governo in merito al caso Sky chiude parzialmente la contesa. Ciononostante resta l’amaro in bocca: l’eliminazione delle agevolazioni di cui l’emittente satellitare beneficiava graveranno inevitabilmente sui cittadini/consumatori e, per quanto la gravosità possa essere marginale, restano i dubbi sulla necessità di incrementare gli oneri fiscali in un momento di crisi.
Non è una questione di spiccioli, è un problema strategico, esteso alla visione d’insieme della sfera economico-politica. Non vorrei che proprio all’interno delle fila del centrodestra, in un contesto di cupa stagnazione, crescesse una coscienza populistica che aspira a fantasie redistributive. Se la riabilitazione di Keynes può sembrare inquietante, la consacrazione di Marx appare insensata e fuori luogo. Il dubbio è sorto principalmente in relazione alle dichiarazioni rilasciate da diversi esponenti della maggioranza, pronti a sferrare un attacco al Pd cercando di trafugare i temi storici del vecchio partito operaio.
(continua…)
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