Sono passati trentadue anni dalla strage di Acca Larentia. Il 7 gennaio del 1978 Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti, due giovani attivisti di destra, furono barbaramente uccisi, falciati nel quartiere Tuscolano di Roma, una volta abbandonata la sezione del Movimento Sociale locale. Poche ore dopo una manifestazione improvvisata sull’onda dell’indignazione innescò uno scontro con le forze dell’ordine e un’altra vittima non vide l’alba del giorno successivo: Stefano Recchioni.
L’accusa era puramente ideologica: si rinfacciava agli esponenti del Fuan la loro connivenza storica con un regime che non avevano nemmeno potuto supportare per una questione meramente anagrafica. Il volantinaggio di gruppi alternativi d’altronde era già una prova sufficiente per consumare un atto ignobile, due omicidi a sangue freddo compiuti in nome e per conto di una giustizia di classe, volta a punire coloro che incarnavano un’idea dissimile dal concetto di “democrazia proletaria” tanto in voga in quegli anni.
A distanza di tempo è forse possibile chiedersi perché la violenza raggiunse in quel contesto storico un livello impressionante, tanto da trasformare l’agone politico in una sorta di trincea in cui combattere perennemente una guerra civile tra fazioni.
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In politica spesso l’identità culturale viene strumentalizzata nel dibattito. In Italia è un fenomeno costante. Si pensi, nello schieramento parlamentare, alla presenza della Lega Nord, costituitasi negli anni ’90 in un clima d’emergenza nazionale attorno al mito dell’identità padana, letteralmente inventata in contrapposizione alle forze di “Roma ladrona”.
La questione svizzera sul divieto di edificare nuovi minareti ha alimentato un dibattito surreale. Due posizioni hanno particolarmente colpito la mia attenzione. La prima, quella espressa dall’onorevole Gasparri, si basa su un principio:
«Moschee o minareti spesso non sono solo simboli di culto, ma luoghi dove i predicatori di odio, nella loro lingua, infondono i dettami della violenza e dell’intolleranza. In pericolo non c’è solo la nostra identità cristiana, ma la nostra sicurezza».
Gasparri, è bene ricordarlo, è colui che ha recentemente posto una severa critica al presidente della Camera, specificando che certe idee così palesemente antitetiche al dettato del Pdl non solo non possono essere espresse pubblicamente, ma non dovrebbero neppure essere pensate. Ora, se Gasparri pensasse di più al di fuori della logica partitica, forse riuscirebbe a calarsi meglio in una realtà difficile qual è quella dell’integrazione, per il bene nazionale. Fa sorridere l’idea che l’Occidente, in nome del bagaglio culturale della tolleranza che detiene, debba diventare improvvisamente intollerante nei confronti della libertà spirituale altrui, inibendo ai musulmani la possibilità di recarsi in luoghi prestabiliti per celebrare la preghiera. Il tema caldo è ovviamente quello della sicurezza, così anziché imporre – ad esempio – di predicare i sermoni nella nostra lingua, si decide arbitrariamente di impedire la riunione stessa della comunità islamica. Si va a monte, conculcando l’espressione religiosa per evitare di confrontarsi domani con un’ipotetica minaccia terroristica. Non c’è che dire, è vero liberalismo.
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Quando se n’è presentata l’occasione, quando ho ritenuto corretto esercitare il diritto di critica nei confronti di una prospettiva poco chiara o di un cammino confuso e incerto, ho utilizzato toni forti nei confronti delle scelte politiche poste in atto dal presidente della Camera. Nessun tentennamento da parte mia: da uomo di destra mi aspetto il massimo, perché la destra deve essere all’altezza delle aspettative, almeno per il sottoscritto.
Ovviamente il termine può essere declinato con accezioni differenti e questo, talora, è servito a spiegare una radicale divergenza di vedute nell’ambito di una dialettica interna. Ho scritto, e lo ripeto senza remore, che Gianfranco Fini sta legittimamente perseguendo un disegno culturale diverso, distinto, differente rispetto a quello proprio della destra italiana dal dopoguerra in poi. A dispetto di quanto scritto sulla stampa bene, non è venuta meno la cifra fascista dei camerati, già ampiamente superata ai tempi della costituente di Almirante; è venuta meno la struttura etica di fondo, il modo di concepire la sfera pubblica e quella privata. Ovviamente non do giudizi nel merito: si possono apprezzare o ripudiare certe scelte. Prendo atto però che in nome del dio modernità, venerato per conto di una società nuova che richiede una strumentazione concettuale adeguata, gran parte del patrimonio storico del Movimento Sociale inerente la tradizione è stato sacrificato. Prova ne sia l’essenza del libro edito da Rizzoli, ove il richiamo alle generazioni post-Muro appare come un segnale di frattura rispetto ai giovani d’un tempo, un tana libera tutti.
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Il tempo è galantuomo, bisogna aspettare per vedere chi è nel giusto. Non occorreva essere pessimisti o profeti di iatture allorquando si evidenziavano i limiti strutturali di un bipartitismo dopato, retto sui muscoli, sulle diatribe verbali e sull’inconsistenza identitaria dei rispettivi elettorati. Di più: era perfino facile pronosticare l’allergia dell’italiano medio ad una democrazia d’epiteti offensivi. Eppure, all’indomani del Predellino, siamo stati canzonati come oracoli di sventura, relegati spesso ai margini della discussione come persone incapaci di apprendere lo spirito del tempo. “Guarda Walter, guarda Silvio”, dicevano i critici.
Chi scrive, invece, ha preferito volgere l’attenzione sulle incognite già presenti due anni addietro nello scacchiere politico italiano: eravamo di fronte a soggetti non rappresentativi, pronti ad esercitare funzioni di governo sulla base di programmi economici poco chiari, destinati a implodere naturalmente. Un’implosione ovvia, oggi lo possiamo affermare senza remore, perché le idee e le concezioni politiche erano e restano troppo differenti a danno di una corretta democrazia interna. Si è tentato di inglobare la coalizione in un partito quando non vi è amalgama sociale tra i ceti produttivi di riferimento e spesso e volentieri le diatribe personali fra esponenti di culture differenti procurano scissioni e strappi a volontà. L’uscita di Rutelli, co-fondatore del Partito Democratico e primo attore dell’esperimento unitario, insieme alla logorante discussione tra il presidente della Camera ed il titolare di Palazzo Chigi testimoniano le difficoltà intrinseche al sistema. Testimoniano, cioè, quanto sia difficile calare il modello americano nel contesto tendenzialmente proporzionale e frazionato del nostro universo politico.
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Premessa di carattere generale. Chi scrive sostiene da sempre la necessità d’interagire col mondo musulmano. L’islam, come abbiamo avuto modo di dire in passato, non è un blocco monolitico a sé stante, riottoso e chiuso nella propria tradizione integralista. E’, piuttosto, un universo variegato, ove l’assenza di una riconosciuta classe sacerdotale porta il messaggio religioso a essere interpretato, di volta in volta, secondo chiavi di lettura differenti. Uno scambio, una contaminazione reciproca nel rispetto della diversità e della libertà di culto è dunque possibile. L’integrazione però deve poggiarsi su basi solide, costituite nell’essenza da un dibattito interculturale, necessario all’interno di uno Stato laico che predica la tolleranza come valore aggiunto. Sottolineo la caratura culturale del processo, perché il confronto spirituale, tra portatori di alternative verità, in primo luogo non mi convince (e non convince fondamentalmente neppure le gerarchie ecclesiastiche) e in seconda battuta non spetta a chi gestisce la sfera pubblica.
Questi spunti non possono però confondere le diverse prospettive presenti. Un torto imperdonabile, in materia, consiste nel voler procedere nella disamina dei problemi secondo giudizi sommari. Sbagliava la sinistra, a suo tempo, ad aprire le frontiere del paese ad un’immigrazione selvaggia, incontrollata, potenzialmente rovinosa; sbaglia tuttora la destra della Santanché, quando, in modo arbitrario, tenta di strappare il velo dal volto delle donne nei pressi delle moschee. Esiste però un altro errore che la destra italiana compie, uguale e contrario, nel tentativo di riabilitarsi rispetto alle frange estreme con tendenze radicali: è quello che concerne un’integrazione a tappe forzate. In quest’ottica possiamo prendere in analisi diverse misure proposte dalla corrente finiana del Popolo delle Libertà.
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In seno al Popolo delle Libertà c’è tanta, forse troppa, voglia di litigare. Lo si avverte, sorprendentemente, non nella prassi di governo, ove la linearità delle scelte non è mai stata messa in discussione, ma nel movimento stesso, nelle sue correnti e nelle ramificazioni territoriali.
Non è un caso, se le principali problematiche emerse nel dibattito parlamentare sono provenute prevalentemente dalle frange più diverse del partito: la lettera di Fare Futuro sull’uso spregiudicato delle veline, l’idea di accelerare il processo di cittadinanza per gli immigrati, le questioni etiche e quelle finanziarie, conducono sempre alla stessa riflessione: la democrazia interna conculcata per un quindicennio dall’egemonica leadership del premier ha perso smalto, in concomitanza con la progressiva eclisse dell’opposizione di sinistra. La sintesi politica attuata dal Cavaliere tra le diverse anime della coalizione appare oggi superflua all’interno del partito unitario, un unico soggetto in cui nessuno si sente estraneo, epperò tutti si sentono minacciati. L’assenza di meccanismi decisionali regolativi ha prodotto una sorta di “tana libera tutti”, una guerra intestina in cui ciascuna fazione si cura esclusivamente della tutela della propria posizione acquisita, senza sentire come imprescindibile la necessità di dialogo. Per questo, durante la fase costituente, proprio dalle colonne di questa testata, indicai le evidenti contraddizioni presenti nell’assetto statutario: la riprovevole elezione della presidenza per alzata di mano era ed è un limite invalicabile che rende il soggetto stesso populista più che popolare.
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Con la morte di Kristol se ne va uno degli intellettuali più lucidi d’oltreoceano, capace di provocare gli ascoltatori, di finanziare ogni progetto meritevole per creare una vera e alternativa cultura di destra negli Stati Uniti. Si è guadagnato sul campo i galloni che lo hanno reso innovatore fra i conservatori. Questo sito non potrà dimenticarlo.
«So it was with Irving the mentor. There are people throughout the United States, writers and editors and academics and thinkers and speechwriters and policymakers, who owe their careers and the shape of their lives to Irving and his direct efforts on their behalf—giving them counsel, writing them letters, finding them employment. He was a human job bank». John Podhoretz.
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