Mahmud Vahidnia è stato dipinto come un brillante studente iraniano della Sharif University, capace di contestare il governo con piglio e autorevolezza, dimostrando carattere e forza d’animo. Punto. Notizia relegata a pagina 12 o giù di lì.
Non è così, o almeno non più. Da quattro giorni Vahidnia è diventato il simbolo, l’emblema di un paese che resiste o, per meglio dire, di una società civile, che non accetta con acquiescenza l’arroganza di un potere teocratico inusitatamente violento, perpetrato da trent’anni a questa parte sulla testa delle persone, senza una reale partecipazione democratica, al di là delle tornate elettorali di facciata. Il 28 ottobre, in occasione della Terza conferenza nazionale delle Giovani elite, nell’aula magna dell’Università di Teheran, il vincitore delle Olimpiadi di Matematica ha preso la parola nel consesso pubblico e in appena venti minuti ha scattato un’istantanea impietosa del regime e del pessimo clima totalitario che viene alimentato in tutto il paese dalle forze dell’Esecutivo di Ahmadinejad. Lo ha fatto parlando di situazioni concrete, scendendo nel particolare e criticando con dovizia «le tv e la radio di stato, il clima poliziesco che circonda la stampa, l’impossibilità di esprimere critiche alla Guida Suprema e la struttura di potere nel Paese incarnata dal Consiglio dei Guardiani e dall’Assemblea degli Esperti».
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La tesi che in questa sede intendo supportare è molto semplice e parte da un assunto di fondo. Si può nutrire qualsivoglia idea sullo smarcamento politico del presidente della Camera dei Deputati dai capisaldi tradizionali del berlusconismo. Si possono condividere o rifiutare aprioristicamente le obiezioni che la Fondazione Fare Futuro solleva, si può appoggiare o criticare la linea editoriale dettata da Montecitorio al Secolo d’Italia, si può parlare di una positiva evoluzione laica del gruppo dirigente di Via della Scrofa o di una pericolosa involuzione anticlericale, volgare e bieca in quanto condizionata da esigenze politiche; ciò che appare difficilmente sostenibile nell’alveo delle opinioni sensate è l’idea secondo cui Fini si muoverebbe, o meglio incarnerebbe egli stesso, la via italiana verso la direttrice della destra europea.
Nell’affrontare questo punto permettetemi però di aprire un’incisa sulla vita interna di Alleanza Nazionale, prima e dopo Fiuggi, una parentesi doverosa per i lettori che non hanno acquisito con gli anni la dimestichezza necessaria per manovrare gli aspetti più marcatamente politologici del “polo escluso”. Chi ha conosciuto la vita del vecchio Movimento Sociale Italiano, in presa diretta o per lo studio delle diverse mozioni congressuali contenute nella lodevole bibliografia stampata durante gli anni ’90, ben rammenta il peso e le opinioni delle diverse fazioni negli equilibri interni. Non si poteva parlare naturalmente di correnti, giacché il potere da dividere era davvero poca cosa (tanto a livello territoriale quanto a livello centrale), ma si poteva tranquillamente parlare di differenti modi di concepire la politica e il ruolo del partito nella società italiana. C’erano i movimentisti, i futuristi, i nostalgici, i fautori dello sfondamento a sinistra, i sessantottini, i conservatori. Romualdi, ad esempio, col senno di poi, merita il giusto riconoscimento che Luciano Lanna ha voluto tributargli: è stato un uomo di lungimiranza evidente, capace di dare un substrato intellettuale alle sue battaglie culturali, in una prospettiva ghibellina rispettosa dell’autorità ecclesiastica; Pino Rauti, fra le mille ombre che avvolsero il suo itinerario sulla scena pubblica, fu l’autentico ideologo di un superamento progressista della propaganda “operaia” diffusa dall’Avanti e dall’Unità. Il vecchio Fronte Popolare, per dirla in termini più riduttivi, fu scavalcato sulla riva gauche dai neofascisti, capaci di mettere ai vertici dell’agenda temi quali la questione sociale, l’assegnazione di un riconoscimento economico alla maternità, la partecipazione agli utili d’azienda da parte dei lavoratori (oggi tornata in auge nell’establishment sindacale). Roba da far spellare le mani alle feste del Pd.
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Silvio Berlusconi ha ormai quattordici anni di esperienza politica alle spalle, un curriculum vitae di tutto rispetto e un’esperienza istituzionale di gran lunga superiore a quella dei principali antagonisti dello schieramento avversario. Per un selfmademan, un imprenditore prestato alla politica che denuncia i sepolcri imbiancati che hanno fatto della militanza la loro unica ragion d’essere, non è poco.
Qualche giorno fa la creatura politica del Cavaliere è stata soppressa in via arbitraria, senza congressi né dibattiti interni: per carità è giusto così, Forza Italia è sempre stata la proiezione politica della poliedrica personalità di Berlusconi. Sennonché lo stesso capo del Governo ha tenuto a precisare che, in barba ai cambiamenti globali e ai mutati scenari internazionali, lo spirito che determinerà il codice genetico del nuovo Popolo delle Libertà, soggetto in cui Forza Italia andrà a confluire, sarà identico a quello originario della macchina di Via dell’Umiltà.
Non male. In qualsiasi altro paese d’Europa la “stampa amica”, a maggior ragione se conservatrice, si sarebbe interrogata parecchio sul senso d’una vocazione unitaria di mera apparenza, sulla necessità di abbandonare le strutture tradizionali per dare una verniciata alle pareti di casa. Qui da noi no: soggetti sorti con lo scopo di difendere culture politiche estranee alla tradizione europea vengono accolti come unica risorsa, e pazienza se defraudano l’elettore della preferenza e della possibilità di avere una sana alternanza: sono i costi della governabilità.
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In qualsiasi ordinamento democratico ispirato ai valori liberali, l’idea di togliere al popolo la possibilità di eleggere i propri rappresentanti, verrebbe cassata con un coro di polemiche ed etichettata come indegna e irrispettosa delle libertà basilari. Probabilmente qualcuno, per scuotere la coscienza civile, introdurrebbe trame golpistiche o richiami alla costituzionalità.
In Italia no. Il presidente del Consiglio può tranquillamente avanzare proposte di legge che mettano in discussione l’impostazione di fondo del sistema, senza che nessuno – all’interno del suo partito – manifesti stupore o perlomeno perplessità per determinate prese di posizione. Si può serenamente sostenere sulla televisione pubblica che gli italiani debbano sacrificare il loro diritto di selezionare la classe dirigente in maniera diretta, tramite il consenso espresso nei confronti dei singoli individui, alla stabilità del sistema, per evitare il rischio di probabili pratiche clientelistiche. Si può, cioè, svuotare di significato il senso stesso della politica.
Una simile prospettiva è già stata attuata in una presunta situazione d’emergenza in prossimità delle consultazioni nazionali del 2006: ne venne fuori una norma che ha prodotto risultati significativi, come l’estromissione dalle aule parlamentari dei gruppuscoli insignificanti, ma che ha anche implicitamente comportato l’espropriazione del diritto di ciascuno di noi alla rappresentanza. Si occulta pertanto, nell’ambito dell’odierno dibattito, un piccolissimo particolare: se siffatte misure dovessero entrare in vigore, le segreterie dei partiti che già oggi hanno una vocazione leaderistica, assumerebbero di fatto un potere immenso, tale da mutare l’essenza stessa del quadro politico italiano. Non è un azzardo, né una forzatura: se un ordinamento muta i propri caratteri fondanti, consegnando il potere in mano a pochi, il termine “democrazia” deve essere sostituito da un lemma più appropriato: “oligarchia”, potere indebito in mano ad una minoranza che può fare il bello e il cattivo tempo in barba alla volontà nazionale.
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