settembre 6, 2011

Conto alla rovescia

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L’editoriale del New York Times di stamane rappresenta un duro monito per la Casa Bianca. Non essendo stato firmato, esso è ascrivibile alla direzione e, di conseguenza, riporta la linea ufficiale che la testata intende adottare. Valutando nei dettagli la situazione di Kabul, le promesse infrante e la scarsa credibilità di Karzai, il fondo manifesta un certo scetticismo “sul fatto che l’amministrazione abbia una strategia globale per costruire un governo per cui gli afghani siano disposti a lottare”. Pur riconoscendo la necessità di programmare un ritiro dopo dieci anni di guerra, 1700 vittime statunitensi e un onere economico da 450 miliardi di dollari, Washington non avrebbe fatto granché sul fronte sociale, non essendo ancora “in grado di fornire servizi di base e di sicurezza minimi” o standard di libertà sufficienti a contemplare anche solo la partecipazione femminile alla vita politica del paese. Da qui il piano per la riconciliazione, che passa necessariamente per il coinvolgimento dei talebani: “Washington dovrebbe prendere in considerazione e sostenere la nomina di un mediatore internazionale che potrebbe essere in grado di portare i gruppi di insorti al tavolo delle trattative”. Come garantire i diritti delle donne, firmando parimenti un accordo con quanti considerano il “gentil sesso” legittima proprietà del “capofamiglia”, questo il fondo non lo dice.

maggio 16, 2011

Roma-Baghdad

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In Iraq vogliono esportare la democrazia. Italiana. Adesso tutto ha più senso.

«Iraq today has many of the same conditions that troubled Italy in 1946. Saddam’s Baath party had a socialist economic ideology, with a centrally planned economy relying heavily on the oil sector. Nearly all major sectors have been, and continue to be, in state hands. While the private sector has made key inroads, particularly in the banking industry, a 2008 New York Times survey suggests that the Iraqi government directly or indirectly employs some 2.4 million people, or over 35 percent of the country’s workforce. Security work creates the most jobs, with the Defense and Interior Ministries the two leading employers in Iraq. As in postwar Italy, Iraq’s ministries are largely controlled along political and sectarian lines, with even the lowest-level employees needing to prove their loyalties».

aprile 22, 2011

Dopo Gheddafi

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Sulle colonne del Washington Post, Michael Chertoff, ex segretario della Sicurezza Nazionale, e Michael V. Hayden, ex direttore della Cia, hanno analizzato con scetticismo lo scenario libico.

«Se Gheddafi cadrà, sarà perché il suo esercito e tutte le altre istituzioni esistenti a livello nazionale – corrotte come potrebbero essere – saranno state abbattute. E a questo punto, risulta difficile immaginare come le superstite istituzioni potranno gestire una transizione di governo in Libia. Potremmo dire che la cacciata di Gheddafi concluderà la nostra missione. Gli ottimisti possono puntare sul fatto che la Libia è più omogenea etnicamente e religiosamente rispetto, ad esempio, all’Iraq, ma è anche una delle società arabe più tribali. […] Gli Stati Uniti possono affermare che la dicotomia dominante oggi, quella dei democratici contro l’oppressore, continuerà dopo e non sarà superata da quelle apparentemente in secondo piano, come tribù contro tribù, ricchi contro poveri o, peggio, islamici contro “crociati”?».

aprile 18, 2011

Sotto Teheran

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Max Boot ha spiegato all’opinione pubblica americana perché un ritiro anzitempo da Baghdad equivarrebbe, per gli Stati Uniti, ad una sonora sconfitta.

«In altre parole, l’Iraq è quasi indifeso. Ciò lo rende una facile preda per l’Iran, tradizionale rivale storico. Questo non significa che un’invasione iraniana sia probabile. Tuttavia, le provocazioni e l’influenza persiana stanno ormai crescendo da tempo, e se l’Iraq non potrà difendere da solo i propri confini, Teheran avrà presto una leva coercitiva in più. In tali circostanze, lasciare del tutto l’Iraq sarebbe un atto di follia. Siamo ancora in Kosovo, in Corea del Sud e in altre zone post-conflitto che risultano molto più stabili. Abbiamo bisogno di restare anche in Iraq. Non abbiamo bisogno di mantenere 50.000 effettivi in loco, ma una costante presenza di 20.000 soldati […] sarebbe il minimo indispensabile per garantire il progresso nel paese».