settembre 24, 2012

Fiat: il senso del rigore

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Quando
nel 1861 si volle fare di Torino la prima capitale d’Italia, la Fiat – Deo
gratias – non esisteva. La città si prestava per altri motivi ad assurgere quel
ruolo, motivi squisitamente regali, e tanto bastava per l’amministrazione del
regno. Di dinastie vere e proprie, in seguito, questo sciagurato paese ne ha
avute ben poche: forse quella di Gianni Agnelli, laica e repubblicana, occulta
e malcelata al tempo stesso, è stata la più longeva, capace, a suo modo, d’incidere
nelle trasformazioni e nei costumi della società civile attraverso uno stile,
un marchio ed una serie di successi. Oggi la medesima fabbrica automobilistica
ha praticamente dismesso ogni impegno nei confronti del proprio tessuto sociale
originario e l’incontro congiunto fra Marchionne e Monti ha confermato questo mesto
andazzo.

Il
comunicato stampa con cui il governo ha pubblicamente reso conto dell’incontro appare,
a tratti, un capolavoro neorealista di vuota retorica: “Il gruppo ha manifestato piena disponibilità
a valorizzare le competenze e le professionalità peculiari delle proprie
strutture italiane, quali ad esempio l’attività di ricerca e innovazione
”. Piena
disponibilità, sì, ma a titolo gratuito. Il progetto Fabbrica Italia è stato
accantonato venti miliardi di volte, senza un necessario consulto con le forze
sociali o con i responsabili nazionali della politica industriale. Gli
investimenti, di conseguenza, sono stati ridotti ad una quota prossima allo
zero e non si capisce sulla base di quale garanzia oggi la Fiat possa
promettere per l’immediato futuro un rinnovato impegno, tanto più nei processi
d’innovazione intrinsecamente onerosi. O meglio, si capisce fin troppo bene: è
l’ennesimo annuncio fine a se stesso, la penultima promessa da consegnare ai
posteri in attesa di smentita.

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settembre 17, 2012

Il minuetto di Marchionne

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Sergio_marchionneSta facendo discutere, in queste ore, la
scellerata decisione della Fiat di sospendere gli investimenti nella produzione,
investimenti che erano stati precedentemente promessi prima al Governo Monti e
poi alle parti sociali. Un dato va rammentato come monito politico: in
concomitanza con la promozione del progetto in questione, sulla base di una
meticolosa valutazione a trecentosessanta gradi circa la strategia aziendale nel lungo
periodo, Uil e Cisl presero le debite distanze dalla Cgil, presentando le
inconsistenti e strenue resistenze della sigla guidata dalla Camusso come “obiezioni di sorta”, faziosità
anacronistiche e controproducenti. Dopo la sovraesposizione mediatica, Bonanni
ed Angeletti si trovano oggi a fare i conti con un danno d’immagine imponente
poiché il piano semplicemente non esiste più: accantonato, sospeso o naufragato
poco cambia. Il progetto Fabbrica Italia, secondo la felice denominazione adottata
in principio da Marchionne, avrebbe dovuto consentire lo stanziamento di 20
miliardi di euro destinati alla produzione di 1,4 milioni di auto nel 2014, venti
nuovi modelli e sei restyling per i marchi Fiat, Alfa e Lancia. Ma la crisi del
settore automobilistico non ha concesso sconti né tregue ai dirigenti della
casa torinese: la “demotorizzazione
si è inquadrata nell’ambito più ampio della crisi economica che ha attanagliato
il nostro sistema, una crisi che sta distruggendo, giorno dopo giorno, le piccole
e medie realtà produttive, già vessate da uno Stato eccessivamente invasivo. Di
fronte allo sfacelo della finanza, l’amministratore delegato dell’impresa ha
ritenuto proficuo tagliare i costi ed eliminare promesse considerate
improvvisamente irrealizzabili. Torna così di moda un vecchio adagio, quello
che vuole la Fiat come una realtà economica solerte nel socializzare i debiti e
poco incline ai compromessi quando si tratta di redistribuire i profitti.

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settembre 8, 2012

Un’Europa precaria

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602-0-20120907_051033_295459E3Non chiederti
cosa l’Esecutivo Monti abbia fatto per te, chiediti piuttosto cosa puoi fare tu
per il Governo. Potrebbe essere questo, in prospettiva, il motto di
un’eventuale lista del premier in occasione della prossima campagna elettorale,
il leitmotiv di un bel partito di centro capace di racchiudere in
un’ottica sistemica le resistenze dei ceti medio-alti a concedere nuovamente
fiducia alla classe politica.

Per un curioso
gioco del destino, mentre negli Stati Uniti d’America inizia una serrata lotta
per la conquista della Casa Bianca con la fine della convention democratica,
l’uomo forte di Palazzo Chigi, dopo essersi autoproclamato salvatore
dell’Italia e dell’Europa a Bari in occasione della Fiera del Levante, ha
ricevuto parallelamente la benedizione dei banchieri a Cernobbio. Lavori in
corso per l’ubiquità. Benedizione ovviamente respinta al mittente, perché così
vuole la prassi: Monti non è (ancora) una figura politica in senso stretto. Pur
esercitando la carica di premier, allo stato attuale egli presiede un Gabinetto
composto da tecnici e da esperti di settore, posti al vertice di una
maggioranza fragile e variegata come mai. Ciò ha posto dei limiti oggettivi.

Eppure
l’indicazione degli istituti di credito è stata chiara, cristallina e ha
lasciato pochi margini di dubbio circa la possibilità di riscontrare letture
difformi per il futuro dell’Italia: «Non solo la ritengo fondamentale – afferma Enrico Cucchiani,
consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, in merito all’eventuale conferma della
leadership di Monti – ma anche estremamente probabile, nel senso che le
soluzioni alternative potrebbero comportare grossi rischi per il Paese
».

Ecco la formula
magica che permette di commissariare una democrazia sul modello greco: è l’Europa
che impone il sacrificio di rinnegare i cardini del nostro modello
costituzionale per abbracciare una depoliticizzazione di aree un tempo parti
esclusive della competenza del governo nazionale. Il perché è presto detto:
rientriamo nei paesi peccatori, nella black-list dei poco virtuosi. Abbiamo
speso più di quanto abbiamo prodotto, beneficiando di uno stile di vita ben al
di là delle nostre effettive possibilità concesse dal sistema economico. E
allora vige la pena dantesca del contrappasso: non serve cambiare modello di
sviluppo o produrre in misura più oculata, bisogna pagare dazio così come
impone Berlino.

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luglio 22, 2012

L’unico pacco è quello di Mion

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Sulle colonne di Libero Matteo Mion ha offerto ai lettori un contributo di dubbio gusto, ma di certo spessore politico sulla drammatica situazione economica nazionale. Allego il testo per intero, al fine di consentire ai medesimi di trarre le opportune valutazioni sulla profondità analitica di certe riflessioni.

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La tesi di fondo, in estrema sintesi, è questa: il Meridione è una rogna per il contribuente settentrionale, costretto a farsi carico di una popolazione che, in fin dei conti, con l’Italia non ha nulla da spartire. Quale sia il paese di cui vaneggia l’autore è altra questione: evidentemente anni di emigrazione e di impoverimento culturale per le regioni del Sud, a tutto vantaggio delle aree “produttive”, non sono stati storicamente decriptati dallo stimato avvocato; analogamente il contributo di sangue versato per l’unità nazionale prima, e per le due guerre mondiali successive poi, da migliaia di patrioti di Napoli, Catania, Messina e Reggio non è stato oggetto di alcuna approfondita riflessione. Ma tant’è, l’Italia di Cavour e Garibaldi ha lasciato il posto alla Padania scimmiottata dell’Alberto da Giussano, il tricolore di Mameli ha ceduto il passo alla politica dell’ampolla come offerta al Dio Po’. Se non apparisse eccessivamente ridondante, suggerirei la lettura di un saggio di Spadolini, “Gli uomini che fecero l’Italia”, un compendio utile per avere le idee un po’ più chiare. Spiace, tra l’altro, constatare che una simile ardita manovra di revisionismo maccheronico sia passata impunemente sotto l’occhio vigile di Maurizio Belpietro. Ma non è il caso di essere ingenerosi: una disamina storica fallace potrebbe persino essere ammissibile in un paese in cui l’esigenza di condividere banalità è diventata un precetto morale prima ancora che costituzionale. Ciò che risulta fastidiosamente incomprensibile è il senso di manipolazione dell’attualità: come scritto da Enzo Basso su Centonove, Luca Zaia ha bruciato quasi cinquanta milioni di euro in Buonitalia e Roberto Formigoni, nonostante il rinnovato guardaroba, non naviga in acque più tranquille. Ai vessati contribuenti del Nord e ad un avvocato di siffatto rigore morale l’accusa di corruzione non infastidisce?

luglio 21, 2012

Crisi genera crisi

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Alcuni opinionisti scrivono stamane di un’ondata speculativa che, sotto il profilo economico, si è inesorabilmente abbattuta su Spagna ed Italia. Le oscillazioni folli dello spread e le perdite consistenti degli istituti di credito (ieri Monte Paschi ha chiuso a -8,55%, seguito da Unicredit a -7,24%) sembrano avallare questa valutazione. Altri analisti economici, tuttavia, hanno specificato che la stessa struttura debitoria dei due paesi ha esposto ed espone le rispettive economie nazionali a fluttuazioni negative talmente imponenti. In mezzo a queste scuole di pensiero vi è il partito montiano, che garantisce circa la salute dei nostri conti pubblici all’interno di un processo più ampio e austero di recupero della credibilità, indicando per Roma gli unici rischi concreti nella politica lasciva e nel “contagio”. Il premier ha qualificato quest’ultimo come una forma di “disagio che attraverso i mercati colpisce, con una maggiore incertezza ed una minore fiducia sull’irreversibilità dell’euro, i paesi che sono sullo stesso carro e che per ragioni storiche e strutturali non sono seduti sulla panca centrale solida”. Una metafora abbastanza incisiva, non tale da raffigurare pienamente il profilo della crisi.

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