Il fascino del denaro sta distruggendo il calcio? Ipotesi possibile, forse anche realistica. Ma stasera non è il caso di discettare filosoficamente sulle ragioni della “depressione del pallone”, sulla deriva mercantilistica degli sport o sulla crisi economica non percepita dalle società calcistiche. In un mondo in cui i bilanci delle squadre sono dopati, esiste ancora qualcuno che è attaccato al valore della maglia, che sente la storia di un club come parte integrante della propria vita, qualcuno che è pronto a rinunciare a dieci milioni di euro annui pur di diventare, un domani, capitano del team più titolato al mondo. Grazie Ricardo, perché oltre ad essere un campione ed un professionista serio, sei prima di tutto un grande uomo.
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Capisco che la spropositata cifra di centocinquanta milioni di euro fa tremare le ginocchia alla dirigenza rossonera e comprendo, parimenti, che – a fronte di un incasso simile – la campagna acquisti della stagione successiva potrebbe essere sontuosa per l’Associazione Calcio Milan, cui – naturalmente – appartiene il mio cuore.
Resto però incerto sulle possibili implicazioni positive dell’operazione. Tecnicamente la squadra di Ancellotti perderebbe immediatamente il 60-70% della sua spinta propulsiva nelle scorribande offensive, mancando di incisività e rapidità, gli unici due elementi che – nelle ultime stagioni in chiaroscuro – hanno reso la snervante posizione in classifica più tollerabile. Basta guardare l’ultimo pareggio acciuffato all’Olimpico: un Kakà poco brillante ha inciso nelle azioni clou, servendo l’assist decisivo per la svolta del match e ripiegando in un lavoro di contegno che ha evidenziato, se mai ve ne fosse stato bisogno, il carattere umile del ragazzo.
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Signori, è un titolo mondiale, non la Coppa Italia.
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Due casi, due vite, due storie diverse intrecciate in una tragedia. Da un lato un funzionario di polizia, trentunenne, con dodici anni di servizio alle spalle. Un padre di famiglia che, secondo la ricostruzione dei colleghi, insegue la macchina in fuga di alcuni ultrà all’uscita di un autogrill aretino per identificarne il modello. Dall’altro un bravo ragazzo, un giovane tifoso biancoceleste, stanco per la serata in discoteca, desideroso di vedere la partita degli aquilotti in trasferta a Milano. Poi lo sparo, il punto di non ritorno. Una vita stroncata per sbaglio, l’altra distrutta da una distrazione.
Sullo sfondo la becera violenza di alcuni delinquenti invasati, trafitti nella loro mente dall’imbecillità collettiva che pervade le masse nei momenti di tensione. La caccia all’uomo in divisa, agli esponenti – spesso mal pagati – di quelle forze dell’ordine che difendono la collettività nel silenzio generale. Vince la prepotenza, perde l’ordine. A Bergamo una partita viene prontamente sospesa per la solerzia di quattro esaltati che definire cretini è al tempo stesso lusinghiero ed irrisorio. Pazzi mafiosi che sfogano le proprie frustrazioni al campo, prendendo spunto da una tragedia umana per perseguire biechi fini di criminalità organizzata. La scusante morale della vendetta a giustificare una circostanza assurda, caratterizzata da quel gelido termine, l’errore. Scrive Michele Brambilla sul fondo principale de il Giornale:
«Con tutta la pietà per il tifoso della Lazio ucciso, e con tutto lo sconcerto per il gravissimo comportamento del poliziotto che ha sparato, non possiamo chiudere gli occhi di fronte alla realtà e non vedere quale sia, nella demenziale giornata di ieri, il fatto più inquietante per il Paese. È la colossale caccia al poliziotto che si è scatenata in tutta Italia; gli assalti ai commissariati; gli incidenti su campi di calcio che nulla avevano a che fare con quanto accaduto; le partite rinviate o sospese per l’infame ricatto dei cosiddetti “ultrà”, lupi che per un giorno hanno preteso di vestire i panni dell’agnello».
Parole scolpite nella realtà concreta di quelle tragiche ore.
Sento già l’eco di alcune polemiche stupide, di chi vorrebbe i “celerini” senza armi in prima linea contro la marmaglia delle curve. E mi interrogo sull’utilità di un indulto che effettivamente ha giustificato l’aria di violenza collettiva che si è respirata proprio ieri, mentre le forze dell’ordine – svilite dal medesimo provvedimento – dovevano difendere il loro diritto ad essere l’organo posto a difesa del nostro ordinamento democratico. Sul caso si pronuncerà la magistratura competente. Noi rifiutiamo la logica politica degli opposti estremismi: ci limitiamo a ribadire la vicinanza alla famiglia del giovane Gabriele Sandri, senza negare la solidarietà agli agenti al centro di un fuoco incrociato.
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«I sogni si avverano: se non esistesse questa possibilità, la natura non ci spingerebbe a sognare». John Updike.
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In poche ore ha ottenuto: un articolo sul Corriere della Sera, il sostegno di un fan club e la candidatura nell’entourage bianconero da parte di un autorevole tifoso juventino. Complimenti, chiunque tu sia.[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=6X7uOBgFkwk[/youtube]
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