settembre 25, 2011

Al peggio non c’è mai fine

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Walter Russel Mead risponde con ironia storica alle preoccupazioni di Andrew Sullivan.

«And so I say it again to all my many friends on the secular and religious left: relax. The Christianists aren’t coming to lock you up in camps. George W. Bush was the first president to choose a vice presidential running mate with an openly lesbian daughter; the dark night of fascism isn’t preparing to fall. The Left likely must resign itself to a long term trend of less compulsory social solidarity and more individual economic freedom; the right must accept that individuals in our society can only be compelled by their own consciences on an ever growing list of social and cultural issues. No one will be completely happy about the state of this society; Americans have been lamenting the downsides of American individualism for almost as long as we’ve been becoming more individualistic. And the less we can rely on external forces (laws and mores with as much binding power as law) to govern our behavior the more we as a people must learn to manage our liberty wisely».

Intanto l’ultimo sondaggio della Gallup rivela un dato significativo: per gli americani Bush non è stato il male assoluto e la famosa discontinuità di Obama è rimasta sulla carta.

giugno 20, 2011

Tagliando afghano

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In un’intervista rilasciata ieri a Newsweek, Robert Gates lo aveva preannunciato: l’abbandono della sua carica è legato, almeno in parte, al nuovo ruolo dell’America nel sistema di sicurezza collettiva.

A dire il vero, questo è uno dei tanti motivi che mi ha spinto ad andare in pensione, perché francamente non riesco a immaginare di essere parte di una nazione, parte di un governo che è costretto a ridimensionare drammaticamente il proprio impegno con il resto del mondo”.

Oggi il New York Times ha delineato gli scenari futuri, evidenziando un’ipotesi al tavolo dello Studio Ovale: l’idea è quella di ridurre il contingente delle truppe presenti in Afghanistan, al di là dei risultati ottenuti e dei pareri dei generali di stanza nella regione. Obama farebbe affidamento su un contingente di 68.000 uomini, rimpatriando circa 30.000 effettivi ed arginando così le manovre dell’opposizione repubblicana. Il Gop, infatti, non riuscirebbe a presentare il ridimensionamento come una sorta di ritiro annunciato: Obama potrebbe a quel punto sostenere che le unità dislocate sul territorio garantirebbero comunque il processo di costruzione della pace, essendo di gran lunga superiori a quelle impiegate da George W. Bush all’indomani dell’offensiva. Inoltre il leader democratico potrebbe virare sulla necessità di contrastare l’azione di Al Qaeda tramite operazioni di intelligence, azioni decisamente meno onerose, come dimostra il recente assassinio di Bin Laden.

maggio 3, 2011

L’idra colpita

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Contrariamente a quanto affermano alcuni organi di stampa a livello nazionale, la dottrina Obama c’è, esiste e segue un copione ben definito. Non è una forma illusoria e patinata di un’improvvisazione calata dall’alto. E’ piuttosto il prodotto delle diverse correnti presenti nell’amministrazione, una soluzione intermedia, temperata dal carisma e dalle scelte del leader. In tal senso, illuminante è stato l’articolo pubblicato da Ryan Lizza sulle colonne del New Yorker. Nel riassumere le sfide affrontate da Washington durante gli ultimi anni, l’editorialista statunitense ha dipinto perfettamente i blocchi esistenti in seno al governo democratico: le obiezioni e i veti del Dipartimento di Stato, le improvvise decisioni solitarie di Obama, il repentino cambio di programma sull’onda degli sconvolgimenti mediorientali, la contrarietà di alcuni segmenti importanti della sicurezza nazionale all’impegno in determinati teatri di guerra. Tutto questo ha alimentato in me una convinzione, ossia l’assoluta coerenza della strategia imposta dallo Studio Ovale. Una strategia basata sulle correzioni di rotta.

Il meccanismo è scientifico ed i riscontri in tal senso non mancano. Obama riteneva necessario disimpegnare il paese dalle zone di conflitto più pericolose, Iraq e Afghanistan, indipendentemente dal raggiungimento o meno dell’obiettivo nelle missioni. Quelle guerre non sono mai state percepite come indispensabili: di conseguenza alimentare una querelle a mezzo stampa dopo la palese contestazione delle ardite manovre estere dei repubblicani era del tutto controproducente per la nuova amministrazione. Bisognava allora rinsaldare i rapporti, riagganciare i legami, con quegli Stati che progressivamente erano stati ridotti a “paesi periferici”. Da qui il famoso discorso del Cairo e l’anacronistico distacco nei confronti dell’Onda verde, che aveva apertamente contestato, per la prima volta nella storia dai tempi di Ruhollah Khomeini, il regime degli ayatollah.

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