aprile 3, 2009

Dall’equilibrio dei valori all’equilibrismo relativista

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L’ossequio rispettoso che si nutre nei confronti dei principi cardine della Costituzione non dovrebbe mai degenerare nella sacralizzazione del testo come unica base possibile di convivenza civile. La Carta è stata scritta all’indomani di un conflitto bellico devastante, da una classe dirigente che aveva il pregio dell’onestà e il difetto di vivere conformemente allo spirito del tempo, con scarsa lungimiranza. La necessità immediata di creare armonia nello Stivale, dopo una sanguinosa faida che aveva spaccato in due il Paese con l’esistenza e il consolidamento sia pur breve di due Stati fantoccio controllati da potenze straniere, portò dopo un’ampia discussione all’adozione di un testo di pregevole fattura, ma pur sempre farraginoso perfino nella sua originaria impostazione.

Facciamo un esempio di meccanica istituzionale: il Parlamento elegge il Presidente della Repubblica e può, a livello teorico, in presenza di gravi circostanze, metterlo in stato d’accusa; a sua volta il Presidente può sciogliere anticipatamente le Camere, inficiando il potere poc’anzi indicato, e nominare un nucleo di giudici alla Corte costituzionale, cioè insediare un gruppo di esperti del diritto presso lo stesso organismo che dovrebbe pronunciarsi sulle accuse promosse contro il Presidente medesimo. E’ lapalissiana la confusione. Gli interpreti togati, in quest’ottica, andrebbero giudicati sulla base della coerenza dei loro pronunciamenti con l’impatto sociale delle norme e non per le doti da oracolo decantate da certuni.

La Carta del 1948 è pertanto una traccia, una sorta di manifesto, all’interno della quale vengono elencate le linee guida per la condivisione minima di alcuni valori di fondo nell’ambito della comunità nazionale, partendo dal necessario e sacrosanto rispetto per le diverse culture e identità dei singoli e abbracciando il principio di democrazia che affida al Parlamento il ruolo di organo sovrano, in quanto diretta espressione della volontà popolare. Questo è il nocciolo del nostro sistema.

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novembre 4, 2008

In mezzo alle macerie

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Forse sono io ad essere bigotto. Forse non intuisco a pelle lo spirito del tempo. Forse sono un reazionario incallito, ossessivamente legato alla logica kantiana del rispetto della natura umana. Quella stessa logica che impone a ciascuno di noi l’obbligo morale di considerare l’uomo come fine e mai come mezzo. Fine: cioè obiettivo ultimo, soggetto da tutelare, da custodire, da preservare.

In questo scorcio finale dell’anno 2008 mi tocca assistere ad un revival di selezione eugenetica, una sparata pubblica degna del Terzo Reich, caduta nel silenzio aberrante della grande stampa, troppo intenta a soffermarsi sulla depressione economica di Wall Street per affrontare temi secondari come la dignità della vita.

«I feti, i neonati, gli infanti, i ritardati mentali gravi e coloro che sono in uno stato vegetativo permanente costituiscono esempi di non-persone umane».

E’ una frase terribile, di una brutalità inaudita, una bomba ad orologeria che presuppone l’onnipotenza dell’uomo sui suoi simili. E’ una frase che va oltre l’eutanasia, oltre le battaglie a tutela della presunta libertà d’arbitrio, oltre l’autodeterminazione, per sfociare nell’inquietante operazione di selezione della razza. A pronunciarla è stata Gianfranco Vazzoler, pediatra pentito divenuto bioeticista, mestiere che evidentemente implica l’assunzione di qualità divine, giacché si discetta allegramente su cosa sia la persona umana e, soprattutto, su cosa essa non sia. Perché perdere tempo affrontando una disputa filosofica sull’essenza stessa del genere umano, sul senso della presenza di ciascuno di noi su questa terra, diversamente abili compresi? Meglio ossequiare la logica abortista e modernista, meglio arbitrariamente schierarsi dalla parte dei sani, dei clinicamente puri, arrogandosi il diritto di giudicare come non-persone i soggetti deboli, maggiormente bisognosi di sostegno. E’ un film già visto, un copione indecente che ritenevamo (a torto) superato con il crollo del nazionalsocialismo e la scoperta dei gulag bolscevichi. Invece siamo qui, a discutere su una razza ariana di persone in salute e una razza “ebrea” di ritardati, di feti, di handicappati. Forse è per questo che, parafrasando Pound, ancor’oggi mi sento formica solitaria d’ un formicaio distrutto.