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	<title>PeppeLombardo.com &#187; anni di piombo</title>
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	<description>I miei quaderni, i miei taccuini, i miei appunti, i miei post-it</description>
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		<title>Io non dimentico Acca Larentia</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Jan 2010 14:38:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Lombardo</dc:creator>
				<category><![CDATA[accadde oggi]]></category>
		<category><![CDATA[anni di piombo]]></category>
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		<description><![CDATA[Sono passati trentadue anni dalla strage di Acca Larentia. Il 7 gennaio del 1978 Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti, due giovani attivisti di destra, furono barbaramente uccisi, falciati nel quartiere Tuscolano di Roma, una volta abbandonata la sezione del Movimento Sociale locale. Poche ore dopo una manifestazione improvvisata sull’onda dell’indignazione innescò uno scontro con le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><font face="Georgia"><span style="font-size: 11pt">Sono passati trentadue anni dalla strage di Acca Larentia. Il 7 gennaio del 1978 Francesco Ciavatta e Franco Bigonzetti, due giovani attivisti di destra, furono barbaramente uccisi, falciati nel quartiere Tuscolano di Roma, una volta abbandonata la sezione del Movimento Sociale locale. Poche ore dopo una manifestazione improvvisata sull’onda dell’indignazione innescò uno scontro con le forze dell’ordine e un’altra vittima non vide l’alba del giorno successivo: Stefano Recchioni.</span></font></p>
<p> <img style="margin: 5px 10px 5px 0px; display: inline" align="left" src="http://farm5.static.flickr.com/4054/4253365065_919d888c80_m.jpg" />
<p align="justify"><font face="Georgia"><span style="font-size: 11pt">L’accusa era puramente ideologica: si rinfacciava agli esponenti del Fuan la loro connivenza storica con un regime che non avevano nemmeno potuto supportare per una questione meramente anagrafica. Il volantinaggio di gruppi alternativi d’altronde era già una prova sufficiente per consumare un atto ignobile, due omicidi a sangue freddo compiuti in nome e per conto di una giustizia di classe, volta a punire coloro che incarnavano un’idea dissimile dal concetto di “democrazia proletaria” tanto in voga in quegli anni.</span></font></p>
<p align="justify"><font face="Georgia"><span style="font-size: 11pt">A distanza di tempo è forse possibile chiedersi perché la violenza raggiunse in quel contesto storico un livello impressionante, tanto da trasformare l’agone politico in una sorta di trincea in cui combattere perennemente una guerra civile tra fazioni.</span></font></p>
<p> <span id="more-1855"></span>
<p align="justify"><font face="Georgia"><span style="font-size: 11pt">Durante la commemorazione <a href="http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=86783&amp;sez=HOME_ROMA" target="_blank">odierna</a>, il sindaco di Roma Gianni Alemanno ha tenuto a rammentare come su quei drammatici giorni la magistratura non sia riuscita a far luce. «Quel momento fu l&#8217;inizio del periodo più buio degli anni di piombo, di una spirale di violenza durata per dieci anni. Questo ci deve insegnare a non dimenticare soprattutto perché ancora non è stata fatta giustizia nonostante la mitraglietta Skorpion usata ad Acca Larentia abbia segnato altri omicidi delle Br. Ciò dimostra che le indagini non furono fatte con la dovuta attenzione».</span></font></p>
<p align="justify"><font face="Georgia"><span style="font-size: 11pt">I colpi esplosi dai Nuclei armati di contropotere territoriale furono uno spartiacque per gli Anni di Piombo. Molto tempo dopo, nella sua autobiografia, il terrorista nero Giusva Fioravanti ammise che Acca Larentia segnò un punto di svolta in seno alle frange più estreme del movimento giovanile: in troppi si sentirono esposti ad una cieca violenza ed iniziarono a girare armati. Era il prologo di un capitolo infame che avrebbe stuprato la nostra recente storia patria. Di lì a poco sarebbero cominciate le ritorsioni, le auto incendiate, i furti per sostenere la clandestinità e gli omicidi multipli. La lotta tra rossi e neri si trasformò presto in un assalto organizzato allo Stato, da rovesciare per diverse aspirazioni, in base a differenti utopistici disegni. Si sarebbe così lentamente delineato lo scenario di fondo che comportò lacrime di sangue per un’intera nazione, dilaniata dalla sofferenza ma sorda, ancora oggi, agli appelli delle vittime.  <b>Sorda</b>, perché di quegli anni non è stata fatta alcuna lezione, se certi esponenti politici tuttora ironizzano o giustificano la violenza quando colpisce il leader della parte avversa;  <b>sorda</b>, perché quanti all’epoca sostenevano vigorosamente la formula “uccidere un fascista non è reato” sono ancora in prima linea sulla stampa bene e non hanno professato, nella maggior parte dei casi, alcun mea culpa;  <b>sorda</b>, perché esistono collaboratori, financo del servizio pubblico, che rivendicano il diritto di odiare altri uomini poiché essi incarnano un’idea politica o sociale diversa dalla propria.</span></font></p>
<p align="justify"><font face="Georgia"><span style="font-size: 11pt">Oggi è più triste essere italiani.  </span></font></p>
<p align="justify"><a href="http://www.dissonanze.info/index.php?id=1337" target="_blank"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3054/3058738562_47d981fbd6_o.jpg" /></a></p>



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		<title>I falsi alibi</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Sep 2008 14:58:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«L’articolo del leader di Lotta Continua è solo il più eclatante di una serie di episodi tendenti a riaccreditare politicamente e culturalmente i terroristi degli Anni 70-80. Siamo alla vigilia di altri articoli, libri, interviste che verranno a rinforzare queste tesi dei &#34;bravi ragazzi&#34;, che si ritenevano &#8211; e si ritengono &#8211; mossi da ideali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p align="justify"><font face="Georgia" size="2">«L’articolo del leader di Lotta Continua è solo il più eclatante di una serie di episodi tendenti a riaccreditare politicamente e culturalmente i terroristi degli Anni 70-80. Siamo alla vigilia di altri articoli, libri, interviste che verranno a rinforzare queste tesi dei &quot;bravi ragazzi&quot;, che si ritenevano &#8211; e si ritengono &#8211; mossi da ideali giusti malamente indirizzati verso atti (forse) riprovevoli. Abbiamo questa amara certezza perché tutti costoro, assassini e mandanti, non erano soli. Erano dei criminali con obiettivi di prospettiva ed erano sospinti, appoggiati e protetti da una nutrita avanguardia di intellettuali e militanti politici: l’humus che nutrì l’eversione criminale. Questi uomini di cultura non sono svaniti nel nulla, molti occupano oggi posizioni di rilievo, ma pochi hanno ritenuto di rinnegare o riconsiderare criticamente gli estremismi del passato».</font></p>
</blockquote>
<p align="justify"><font face="Georgia" size="2">Da notare come i toni della <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&amp;ID_articolo=5041&amp;ID_sezione=&amp;sezione=" target="_blank">lettera</a> dell’Aiviter coincidano, a grandi linee, con la riflessione <a href="http://www.peppelombardo.com/archives/1110" target="_blank">qui</a> pubblicata qualche giorno fa. E’ un sentire diffuso, una manifestazione di disagio, non mero buonismo. Serve tempo per metabolizzare quanto accaduto e, frattanto, occorrerebbe bandire i facili perdonismi. </font></p>



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		<title>Sofri e le vittime degli anni di piombo</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Sep 2008 15:54:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giuseppe Lombardo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Indro Montanelli sosteneva che la storia fosse semplicemente un racconto, una narrazione da tramandare di generazione in generazione. Il problema dell’insegnamento storico è legato, a mio giudizio, alla questione di sapere quali strumenti porre nelle mani del ricercatore. L’obiettivo dovrebbe essere rendere l’apprendimento degli eventi concettualmente problematico, anziché informativo, abituando i cervelli dei lettori e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><font face="Georgia" size="2">Indro Montanelli sosteneva che la storia fosse semplicemente un racconto, una narrazione da tramandare di generazione in generazione. Il problema dell’insegnamento storico è legato, a mio giudizio, alla questione di sapere quali strumenti porre nelle mani del ricercatore. L’obiettivo dovrebbe essere rendere l’apprendimento degli eventi concettualmente problematico, anziché informativo, abituando i cervelli dei lettori e dei dotti a confrontarsi con domande tacite e inespresse, a interrogarsi sui nodi irrisolti per ricostruire il senso profondo degli avvenimenti. Poiché le fonti sono importanti, e poiché nell’ambito storico la rilevanza delle tensioni politiche è decisamente prevalente, assume vitale importanza porre l’accento sulle cronache giornalistiche. E’ per questo che la contro-storia sull’omicidio Calabresi inevitabilmente porta con sé una sorta di disagio; poco incide l’anomalia di vivere in un paese che rifiuta ogni forma di revisionismo sul Ventennio e sull’esperienza fascista dopo mezzo secolo di storia, ma è già pronto a “rivedere le sentenze” degli anni di piombo. Perché la storia la possono scrivere i vincitori solo quando essi stanno da una parte.</font></p>
<p align="justify"><font face="Georgia" size="2">Allora sgombriamo il campo da alcune irritanti ipocrisie.</font></p>
<p><span id="more-1110"></span>
<p align="justify"><font face="Georgia" size="2"><img style="margin: 5px 0px 0px 10px" src="http://farm4.static.flickr.com/3049/2882699216_8e95f7f43e_o.jpg" align="right" /> Primo, in Italia non vi fu una guerra civile, non vi fu un conflitto strisciante tra “rossi” e “neri” che destabilizzavano il sistema: questa è una visione romantica di chi quegli anni li ha vissuti e ora tende ad esaltarli, giustificazionista degli eccessi posti in essere da ambo le parti. La nostra patria non era la terra di nessuno: vi erano funzionari di Stato che giorno dopo giorno adempivano al proprio dovere, mentre le strutture centrali venivano colpite al cuore da attentati e omicidi politici, operazioni messe in atto da soggetti che vivevano fuori o ai margini della legalità. Secondo, l’eskimo in redazione non era un evento strano, un mito dei ragazzi del Fronte della Gioventù perennemente pronti a piangersi addosso. Non era neanche una leggenda metropolitana del pentapartito per infangare i militanti del principale soggetto d’opposizione. No, era la norma. Borghesi compiacenti, intellettuali estasiati dai miti rivoluzionari e una buona fetta di stampa perbenista ebbero un ruolo fondamentale nella diffusione del seme d’odio che rese quegli anni “formidabili” solo nell’esperienza di vita propria dei superstiti. Per rendere l’idea, basta scorgere le firme in calce al manifesto di condanna dell’operato di Luigi Calabresi, definito “Commissario Torturatore” e “responsabile della fine di Pinelli”. Si trovano nomi altisonanti del dibattito culturale italiano, quali Norberto Bobbio, Fellini, Soldati, Carlo Levi, Moravia, Primo Levi, Giorgio Bocca, Eugenio Scalfari e Carlo Ripa di Meana. Parafrasando ancora Montanelli, nessuno dell’intellighenzia di sinistra volle mancare all’appello. Terzo, il fenomeno della lotta armata non può essere astrattamente condannabile. Esiste, infatti, una mentalità diffusa, secondo cui oggi è possibile leggere in chiaroscuro i tragici eventi che si susseguirono in quegli anni. C’è una certa accademia di maitre-a-pensier che sostiene apertamente le posizioni di Sofri secondo cui l’omicidio del Commissario Calabresi non fu frutto di un piano terroristico studiato a tavolino, bensì di una reazione logica dettata dall’istinto, magari aberrante ma pur sempre logica, in relazione alle strane circostanze della morte dell’anarchico Pinelli. Sembra di ripercorrere fisicamente la strada tortuosa di distinzioni e sottigliezze che portò alla nozione di giustizia proletaria. Nozione che venne vagamente messa in risalto dalla stessa Lotta Continua all’alba del drammatico evento:</font></p>
<blockquote><p align="justify"><font face="Georgia" size="2">«</font><font face="Georgia" size="2">Calabresi era un assassino, e ogni discorso sulla spirale di violenza, da qualunque parte provenga, è un discorso ignobile e vigliacco, utile solo a sostenere la violenza criminale di chi vive sfruttando e opprimendo… Non possiamo accettare un giudizio opportunista che fa di ogni azione diretta il risultato della provocazione e dell’infiltrazione del nemico di classe. L’uccisione di Calabresi è un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia».</font></p>
</blockquote>
<p align="justify"><font face="Georgia" size="2">Una cosa deve essere ben chiara: non è nelle intenzioni di chi scrive la volontà di riaprire ferite e processi, per scrutare i minimi dettagli. Condivido l’originaria impostazione di Sciascia ispirata alla necessità di metabolizzare quegli anni. Ma metabolizzare non può voler dire dimenticare. Contrariamente a quanto sostiene Ferrara, non è facile processare una penna elegante qual è indiscutibilmente quella di Adriano Sofri. E’ una battaglia difficile, che porta chi indugia a perdersi nelle vie delle molteplici sentenze dallo spessore enciclopedico. Eppur tuttavia non si può assistere tacitamente alla mistificazione su quanto è avvenuto: non è accettabile che coloro che ieri indugiavano vivendo il rapporto con la politica come una lotta personale, oggi si incarichino dalle colonne della carta stampata di assolvere Sofri e i suoi teoremi circa il processo. Relegare un passato così recente nelle maglie della damnatio memoriae equivarrebbe a uno sputo sull’integrità di chi, in quegli anni, stava coscientemente dalla parte giusta, dalla parte della legalità e dello Stato. Non posso accettare l’idea che Adriano Sofri sia vittima di un sistema giudiziario che ha garantito a lui la possibilità di prendere le proprie difese in ogni sede e in ogni luogo, con tanto di copertura mediatica. Possibilità che a uomini onesti, di elevato spessore morale, non fu mai data proprio dai “compagni che sbagliano”, quei tanti ex estremisti che ora chiedono alla comunità di relegare gli errori di gioventù nell’oblio collettivo. </font></p>



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