agosto 15, 2012

Addio Unto

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Prima o poi dovremo destarci dall’oblio, dovremo fare i conti con l’eredità pesante di questi anni e dovremo ammettere, almeno con noi stessi, che si è chiusa una parentesi importante e non proprio edificante della nostra esperienza storica nazionale: è finita la stagione degli uomini soli al comando, degli unti del Signore, dei salvatori della Patria. E’ finita l’era dei miracolati, dei profeti mandati dalla Provvidenza, dei signori della Verità. E’ finita, in altri termini, l’epoca del superomismo in salsa governativa, del ghe pensi mi come approccio esistenziale ai problemi, un atteggiamento discutibile posto in atto da chi ha disegnato al paese improbabili scenari, assumendo compiti assurdi sulla propria schiena in virtù della forza mistica concessa dal Destino o dall’Onnipotente.

Nell’intravedere tale deriva il più acuto fra tutti fu Rino Gaetano, con uno splendido affresco dell’Italia di quegli anni. Preannunciando l’arrivo del leader di turno nella sezione di partito del paese, col brano Capofortuna il cantautore evidenziava il clima di festa quasi mitologica che accompagnava l’allora segretario in “tournée”: «dimentica i tuoi problemi imbarca i tuoi remi lui pensa per te/ inaugura mostre e congressi autostrade e cessi ferrovie e metrò/ sorride ai presenti commosso se punta sul rosso sa che vincerà».

Ora, è di lunedì la notizia dell’incremento del debito, dato fornito in anteprima dal Supplemento al Bollettino statistico della Banca d'Italia dedicato alla Finanza pubblica. Su Repubblica abbiamo letto come “Le maggiori entrate tributarie dei primi sei mesi dell'anno non sono state in grado di intaccare nemmeno di una virgola la montagna dei debiti che incombe sulla testa degli italiani. L'Imu e l'aumento delle accise sulla benzina sono state subito assorbite”. Praticamente i sacrifici e gli sforzi profusi in questi mesi dalla collettività sono stati vanificati con un colpo di spugna. Spariti, come una bolla di sapone, in vista di qualche altro provvedimento sconsiderato, magari sull’Iva. In altro contesto, avremmo parlato ragionevolmente di un trionfo conclamato dell’incompetenza, ma oggi, assuefatti a questo grigio clima di tecnica compromissione morale e di consociativismo politico, non riusciamo nemmeno a porre in discussione l’azione del Governo, a chiedere chiarezza sugli obiettivi nel medio-lungo periodo che il Gabinetto Monti intende perseguire.

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marzo 13, 2012

L’indulgenza della stampa e la miopia di Washington

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Qualcosa non torna. Bisogna essere onesti e guardare ai fatti del mondo con il giusto disincanto per vantare un minimo di obiettività. Le notizie che vengono dall’Afghanistan le abbiamo già presentate e le pagine di cronaca internazionale dei giornali non lesinano osservazioni su quanto accaduto. Ricostruzioni e conseguenze sono analizzate minuziosamente. Ciò che manca, però, è la condanna politica. Fermiamo i giochi e riflettiamo: l’atto efferato, perpetrato da uno o più militari – diamo per buone entrambe le ipotesi – a danno dei civili, viene presentato per ciò che esso effettivamente rappresenta, vale a dire un abominio, un qualcosa di folle e irrazionale che ha compromesso la sicurezza delle truppe dislocate sul territorio. Tutto giusto, per carità, sebbene quella follia sia insita nelle dinamiche della guerra combattuta sul campo. Il passaggio successivo però non viene tenuto in debita considerazione. Il presidente degli Stati Uniti, lungi dal chiedere scusa per quanto avvenuto, ha espresso il proprio dolore e parimenti il proprio sconcerto, sottolineando che il tracollo psicologico di un uomo in divisa “non rappresenta lo straordinario carattere dell’esercito americano ed il profondo rispetto degli Stati Uniti nei confronti del popolo afgano”. Amen.

Di per sé l’obiezione è impeccabile, eppure qualcosa non quadra. Dopo Abu Ghraib il Pentagono ed il Dipartimento della Difesa furono messi all’indice dalla grande stampa, proprio in virtù delle loro responsabilità morali. L’accusa, che andava indirettamente a colpire il predecessore di Barack Obama, George W. Bush, era quella di non aver vigilato a sufficienza per impedire una simile catastrofe, un atto che trasfigurava l’immagine dell’esercito statunitense, presentando la missione come l’ennesimo atto di un imperialismo strisciante. Oggi si soprassiede, si valuta l’evento in maniera circostanziale, isolandolo dal contesto. O, peggio, si ripropone una valutazione più ampia sullo scopo e sulla necessità del conflitto, si batte cioè in ritirata, senza soffermarsi su una exit strategy che sia condivisa con le forze rappresentative della società. L’ho scritto in passato e lo ripeto ora, conscio dello scarso valore che tale contributo può avere: la pace si costruisce in due, amici da un lato e nemici dall’altro. Se puntualmente ci troviamo ad escludere una forza, quella talebana, dal tavolo delle trattative, non so davvero con quale pretesa si possa pensare anche solo lontanamente di risolvere quel guazzabuglio chiamato Kabul.

marzo 12, 2012

Il rifiuto della violenza

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Un’analisi degna di nota, in merito alla drammatica strage che si è consumata ieri in due villaggi della provincia afghana di Kandahar, è stata elaborata da Marwan Bishara sulle colonne di Al Jazeera. Gli eventi sono ancora poco chiari: la versione ufficiale delle autorità statunitensi parla di un killer solitario, un militare che avrebbe subito il tracollo psicologico derivante dalla pressione del fronte e, perdendo il lume della ragione, avrebbe colpevolmente falciato circa sedici civili, prima di consegnarsi ai vertici del suo reggimento; altre voci, provenienti dal paese, hanno altresì fatto riferimento ad un gruppo di soldati in stato di ebrezza, quattro o cinque effettivi dell’esercito che avrebbero messo in atto, sotto i fumi dell’alcol, un massacro disumano a danno della popolazione civile afghana. Sia come sia, a mio modesto avviso, il dato cambia poco: i corpi stroncati rappresentano una vistosa ferita per il civilissimo Occidente che si prefigge la leadership dei diritti umani, in primo luogo per Washington, da anni impegnata nel tentativo di accreditare un’immagine di sé diversa rispetto allo stereotipo della potenza occupante. Questo evento, dopo Abu Ghraib, rappresenta forse il montante maggiore che lo zio Sam ha subito nella sfida al terrorismo globale.

Ciò detto, l’analisi di Bishara, sicuramente opinabile per molti versi (chi scrive, ad esempio, non condivide la cifra di fondo quasi per intero), ha centrato almeno un punto nevralgico del conflitto, che sovente viene tenuto in scarsa considerazione dagli analisti internazionali. L’episodio di ieri non è un caso sporadico all’interno di una missione di stabilizzazione regionale: è l’ordinarietà di una guerra, la routine del conflitto, la quale, per sua natura, supera ineluttabilmente la dimensione della operazione di polizia internazionale. Nella giusta condanna di quanto avvenuto, e nella sacrosanta pretesa che i responsabili siano puniti a dovere, consci che comunque qualsivoglia provvedimento non riporterà in vita le persone stroncate dalla pallottole impazzite, dovremmo sociologicamente indagare sul perché oggi si ritenga collettivamente il conflitto militare alla stregua di una nobile battaglia tra armature luccicanti. Parlare della pazzia del singolo “gendarme in divisa” è semplicemente patetico. C’è un richiamo alla cultura medievale, alimentato dai mezzi di comunicazione che spingono per un confronto di tipo manicheista? C’è la volontà, più o meno palese, di non affrontare lo sguardo della nostra violenza, di volgere altrove la nostra attenzione, magari a problemi di natura economica? O si tratta, forse, di una sorta di generalizzazione universale del mito “italiani, brava gente”?

settembre 6, 2011

Conto alla rovescia

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L’editoriale del New York Times di stamane rappresenta un duro monito per la Casa Bianca. Non essendo stato firmato, esso è ascrivibile alla direzione e, di conseguenza, riporta la linea ufficiale che la testata intende adottare. Valutando nei dettagli la situazione di Kabul, le promesse infrante e la scarsa credibilità di Karzai, il fondo manifesta un certo scetticismo “sul fatto che l’amministrazione abbia una strategia globale per costruire un governo per cui gli afghani siano disposti a lottare”. Pur riconoscendo la necessità di programmare un ritiro dopo dieci anni di guerra, 1700 vittime statunitensi e un onere economico da 450 miliardi di dollari, Washington non avrebbe fatto granché sul fronte sociale, non essendo ancora “in grado di fornire servizi di base e di sicurezza minimi” o standard di libertà sufficienti a contemplare anche solo la partecipazione femminile alla vita politica del paese. Da qui il piano per la riconciliazione, che passa necessariamente per il coinvolgimento dei talebani: “Washington dovrebbe prendere in considerazione e sostenere la nomina di un mediatore internazionale che potrebbe essere in grado di portare i gruppi di insorti al tavolo delle trattative”. Come garantire i diritti delle donne, firmando parimenti un accordo con quanti considerano il “gentil sesso” legittima proprietà del “capofamiglia”, questo il fondo non lo dice.

giugno 23, 2011

Tagliando afghano/2

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Le reazioni al discorso di Obama non sono state delle migliori. Glenn Thrush ha interpretato le parole del presidente come una sorta di ripensamento generale sulla missione: avendo distrutto una base d’appoggio ai terroristi ed avendo decapitato il vertice di Al Qaeda, ormai sulla strada della disfatta stando a quanto espresso dal leader democratico, la guerra in Afghanistan dovrebbe considerarsi conclusa in quanto, allo stato attuale, come operazione militare non appare più strettamente necessaria. Robert Kagan, autorevole opinionista conservatore e consigliere dell’ex candidato Mc Cain sui temi di politica estera, ha sottolineato come la decisione “sia di carattere politico, non militare”, giacché – come evidenziato ieri dal Guardian – è nota l’opposizione al progetto dei vertici dell’esercito americano. In merito Ben Smith ha notato la cura utilizzata dal presidente per evitare di menzionare il generale Petraeus, che si troverà nell’ingrato compito di essere al vertice di una struttura preposta a giudicare in prospettiva i risultati conseguiti dalla strategia militare da lui fortemente voluta. Michael Crowley ha posto invece l’accento sull’ineluttabilità di una decisione simile, una decisione su cui Obama avrà riflettuto a lungo, poiché il messaggio implicito è comunque il ridimensionamento del potere americano.

Update: Camillo completa il quadro.