Obama: «Il cambiamento è una fede». Ma si può credere al messia anche quando le sue profezie non si avverano?
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A dieci anni dalla morte, la memoria di Bettino Craxi continua a lacerare il paese, spaccato in due tra quanti sostengono la necessità di riconoscere i meriti storici dell’uomo pubblico e quanti, con particolare riferimento alle ultime vicende giudiziarie, rimproverano all’ex presidente del Consiglio una condotta immorale e illegale.
La capacità di frammentazione da parte della società civile nell’elaborazione d’una memoria storica, scissa ancora tra guelfi e ghibellini, rappresenta, di volta in volta, un fenomeno curioso, che meriterebbe analisi approfondite. Ogni dibattito è capace di innescare dei tic psicologici nell’opinione pubblica, pronta a vestire celermente magliette e calzoncini di diverso colore, nell’esigenza, quasi antropologica, di creare una tifoseria da stadio. Di più: si instaurano degli ideali etici in virtù del logoramento politico odierno. Perché davvero l’accanimento contro la memoria del compianto leader socialista non avrebbe alcun senso, se non fosse letto in un’ottica (deleteria) di antiberlusconismo.
Con tutta la stima e l’affetto che provo per i cari di Bettino e per le battaglie solitarie di Stefania, condotte in nome e per conto di uno straordinario e rispettosissimo segno di dignità familiare, non credo che nessuno nell’agone parlamentare proponga oggi una canonizzazione del leader. Tranne Tommaso Moro, di Santi in circolazione in certi ambienti ve ne sono davvero pochi e perfino le proverbiali dita della mano risultano nello specifico superflue. Epperò si chiede alla coscienza pubblica di valutare le azioni del segretario in chiave storica, riconoscendo meriti e demeriti della sua azione legislativa. Perché Craxi, è bene ricordarlo, non fu uno sprovveduto o un fenomeno di passaggio nell’Italia primo-repubblicana. Fu il motore di un profondo cambiamento, di un rinnovamento sostanziale del dibattito. Si ricorda spesso la battaglia sulla scala mobile o la decisione di contrastare il potente alleato americano a Sigonella, operazioni compiute nel segno del valore storico di quegli atti, ma Craxi fu molto più di questo: fu la capacità di progettare un socialismo dissidente rispetto al modello egemone sovietico; fu la consapevolezza dottrinale dell’importanza liberale di una filosofia socialdemocratica; fu la decisione di sfatare un tabù primordiale, legato ai valori della Resistenza, con una necessaria riforma costituzionale. Fu cioè uno straordinario innovatore, le cui idee – ancor oggi – appaiono conquiste per l’intero asse riformista.
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Su queste colonne lo abbiamo ripetuto spesso: una crisi può dirsi conclusa soltanto quando i margini di crescita ritornano agli standard medi del periodo precedente. Un editoriale del New York Times affronta approfonditamente le problematiche di Atene e Dublino in una prospettiva d’ampio respiro, paventando la possibilità di un’uscita delle due rispettive realtà nazionali dalla zona della moneta comune, posta la loro indebolita competitività internazionale.
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McGroarty ha perfettamente ragione: le elezioni in Ucraina segnano un punto di svolta nella riaffermazione del primato della Russia.
«When the Orange Revolution flashes Red, what sort of signal does this send to the other Color Revolutions in Russia’s near abroad? And what sort of support can they expect from a Europe enervated even before the current economic distress, and an America preoccupied with two wars and a terror threat at home?»
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Il Guardian offre una puntuale analisi di Nabila Ramdani sull’integrazione delle minoranze islamiche in Francia. Ancora una volta finisce sotto i riflettori il capitolo “velo”, con le discutibili politiche adottate da Nicolas Sarkozy.
«Under such circumstances the real issue raised by Sarkozy’s burqa ban – and especially the watered down version – is not the freedom of the handful of few women who wear full veils (less than 2000 and most of them confined to isolated housing estates, according to all reliable estimates), but the very place of Islam in modern France. By targeting his tokenistic policies and soundbites at a harmless minority, Sarkozy and his cronies succeed in linking Islam with everything from sexism to national security threats. If these associations are genuine, then they should be dealt with in a manner which is honest and unambiguous. Anything less results in weak compromises engendering nothing but fear and suspicion, often without anybody really understanding why».
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Provate a immaginare di vivere in un paese monarchico, con un’opinione pubblica perlopiù ideologizzata, in cui la successione al trono viene arbitrariamente stabilita dal sovrano in carica, senza consultazioni né colloqui di rito. Provate poi a pensare ad un lento rovesciamento della situazione,
ad una progressiva presa di coscienza delle masse dopo anni di torpore intellettuale. Cosa succederebbe se, ad esempio, in un dato momento la popolazione non soltanto criticasse l’erede designato, ma addirittura mettesse in discussione lo stesso principio assolutistico di legittimità che giustifica l’ordine costituito? Probabilmente una rivoluzione, certamente una sommossa, dipende dal grado di coinvolgimento popolare. E’ questo il timore vissuto nell’ultimo mese dall’establishment iraniano, stretto da un lato dalla morsa politica dell’onda verde, che costringe l’autorità a reagire con la violenza per sedare le proteste, e – per altro verso – schiacciato dalla pressione dei media internazionali, insolitamente solerti nel registrare il mutamento d’equilibri in atto.
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