Scusate, abbiamo scherzato. Sembra essere questa la frase ricorrente presentata dalle autorità iraniane alla comunità internazionale di fronte allo spinoso dossier nucleare. Ogni qualvolta appare possibile fare un passo avanti senza le minacce o l’uso delle armi, puntualmente il regime teocratico contraddice lo spirito di buona volontà declamato e viene meno ogni possibile bozza d’intesa. Dopo l’accordo di Ginevra, Teheran ha avuto tutto il tempo di riflettere e ponderare l’allettante offerta siglata sotto la supervisione di El Baradei – non esattamente un pericoloso falco dell’era Bush – ma ha deciso nuovamente di rispondere picche e di rispedire al mittente un patto che avrebbe potuto costituire davvero la svolta nei rapporti bilaterali fra Washington ed i mullah.
Stavolta, però, il rifiuto è coinciso con l’adozione di una tattica più sofisticata. L’accordo di massima tra le grandi potenze partiva dalle obiezioni manifestate dall’Esecutivo ultraconservatore. Partiva, cioè, dalla necessità di tutelare il diritto della cittadinanza ad utilizzare e sviluppare energia nucleare per fini pacifici, specie nel campo della tecnologia medica. Come riuscire in questo intento dopo la scoperta del sito di Qom, uno stabilimento occulto che perseguiva evidentemente diverse finalità? E’ servito un lungo e complesso colloquio tra Cina, Stati Uniti e Russia per dipanare la matassa in vista di una exit strategy.
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[Via Simone]
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Il nostro corpo è un involucro prezioso, ma in fondo la vita non ha molto senso se in nome di paure e dubbi non riusciamo ad affrontare le minacce esterne. Al di là dei martiri cristiani dei secoli scorsi e del valore spirituale delle loro gesta, vive – ancora oggi nella memoria di molti – la testimonianza politica fornita da Jan Palach, simbolo cecoslovacco della resistenza anti-sovietica. Nel 1969 le sue azioni eroiche ebbero l’effetto di una bomba scagliata contro il cielo di Mosca, superpotenza di ferro nell’ambito della guerra fredda. Il senso di quel rogo di fronte ai gendarmi russi risultò semplice: non provateci; non provate a sporcare questa terra con gulag e persecuzioni in nome di un paradiso terrestre utopico e irrealizzabile; non provate a calpestare i diritti di molti per giustificare il dominio di pochi; non provate a derubare le speranze delle giovani generazioni, imponendo un’ideologia disumana e totalitaria.
Chissà se oggi a Teheran il movimento verde percepisce nitidamente la svolta posta in essere all’indomani delle elezioni. Perché, non v’è dubbio, è in atto un cambiamento epocale in quella regione ed esso trascende la cronaca della sezione esteri di un giornale per finire di diritto nei saggi storici dell’età contemporanea. Qualche mese fa raccontavamo sulle colonne di questa testata la realtà nazionale di un regime stabile, certo non onnipotente, ma capace comunque di conculcare i diritti umani e di ricattare la comunità mondiale attraverso uno spregiudicato programma di sviluppo dell’energia nucleare. Oggi non è più così per un insieme di fattori.
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«In addition, both candidates were merely acting as placeholders in their previous positions. The political career of the 62-year-old Herman Van Rompuy was already on the decline when, almost a year ago, he stepped in as interim prime minister to sort out the political chaos in Belgium. And the only reason that Ashton, 53, became the EU’s trade commissioner in 2008 was because her predecessor Peter Mandelson was desperately needed in London to save the Labour government. It’s no wonder, then, that the news disappointed many observers. The two new posts were originally intended to raise the EU’s international profile. Europe was supposed to gain new weight on the global stage and to exude unity and self-confidence. Instead, the bloc’s leaders have now chosen two nobodies to represent the EU. The new top duo will first have to struggle to raise their own profiles». Carsten Volkery.
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Il tempo è galantuomo, bisogna aspettare per vedere chi è nel giusto. Non occorreva essere pessimisti o profeti di iatture allorquando si evidenziavano i limiti strutturali di un bipartitismo dopato, retto sui muscoli, sulle diatribe verbali e sull’inconsistenza identitaria dei rispettivi elettorati. Di più: era perfino facile pronosticare l’allergia dell’italiano medio ad una democrazia d’epiteti offensivi. Eppure, all’indomani del Predellino, siamo stati canzonati come oracoli di sventura, relegati spesso ai margini della discussione come persone incapaci di apprendere lo spirito del tempo. “Guarda Walter, guarda Silvio”, dicevano i critici.
Chi scrive, invece, ha preferito volgere l’attenzione sulle incognite già presenti due anni addietro nello scacchiere politico italiano: eravamo di fronte a soggetti non rappresentativi, pronti ad esercitare funzioni di governo sulla base di programmi economici poco chiari, destinati a implodere naturalmente. Un’implosione ovvia, oggi lo possiamo affermare senza remore, perché le idee e le concezioni politiche erano e restano troppo differenti a danno di una corretta democrazia interna. Si è tentato di inglobare la coalizione in un partito quando non vi è amalgama sociale tra i ceti produttivi di riferimento e spesso e volentieri le diatribe personali fra esponenti di culture differenti procurano scissioni e strappi a volontà. L’uscita di Rutelli, co-fondatore del Partito Democratico e primo attore dell’esperimento unitario, insieme alla logorante discussione tra il presidente della Camera ed il titolare di Palazzo Chigi testimoniano le difficoltà intrinseche al sistema. Testimoniano, cioè, quanto sia difficile calare il modello americano nel contesto tendenzialmente proporzionale e frazionato del nostro universo politico.
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Il presidente latita, così ci pensa il New York Times a dettare le linee di politica estera.
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C’è qualcosa di moralmente inaccettabile nelle espressioni usate da Daniela Santanchè contro il profeta Maometto. C’è uno spirito di intolleranza nei confronti del diverso che rasenta i toni più brutali di una destra estrema e radicale, la cui anima oltranzista risulta oggi anacronistica e ridicola. Ma c’è anche dell’altro: c’è il riflesso di una debolezza interpretativa nel concepire il ruolo dell’Occidente, la manifestazione più evidente di una scarsa propensione all’elaborazione culturale dei processi di integrazione, e il rischio di una guerra senza frontiere nei confronti della nostra diplomazia.
Riassumiamo i fatti: domenica pomeriggio, su Canale 5, la trasmissione di approfondimento condotta dalla D’Urso si è trasformata nell’ennesima crociata messa in atto dal leader del Mpi. Parlando della questione sollevata in ambito europeo sulla possibilità di rimuovere i nostri crocifissi dalle aule, Daniela Santanchè non si è trattenuta, accusando la controparte islamica – guidata, nello specifico, da Ali Abu Schwaima – a prescindere dalla palese contrarietà dell’imam in studio rispetto alle conclusioni della Corte dei diritti dell’uomo. Una frase si è distinta tra le urla: «Maometto era poligamo, aveva nove mogli, l’ultima delle quali aveva nove anni, quindi era pedofilo, pe-do-fi-lo. E’ la storia». Espressione, quest’ultima, pronunciata a più riprese. Scatta la pausa pubblicitaria e la Santanchè corregge il tiro, precisando che non era sua intenzione offendere gli uomini di fede coranica e affermando, anzi, con una certa noncuranza, di avere dietro di sé la quasi totalità dell’Islam moderato.
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