Ventiquattro partite in dieci mesi. Premio Nobel al fancazzismo.
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Il cauto ottimismo manifestato qualche giorno fa dal Dipartimento di Stato, in merito al dossier nucleare iraniano, è stato immediatamente accantonato dal governo di Teheran, piuttosto scettico sulle direttive pervenute dall’incontro di Vienna. Dopo aver stilato un accordo tra Washington, Londra, Parigi, Mosca, Pechino e Berlino, ossia tra gli Stati più potenti della comunità globale, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica – nella persona di Mohammed El Baradei – è pronta ad incassare l’indisponibilità di Ahmadinejad per il prosieguo della trattativa.
In base all’accordo formulato, la Repubblica islamica dovrebbe inviare il 75% delle riserve complessive di uranio possedute su tutto il territorio nazionale in Russia, per ottenere un arricchimento del 19,75%, dato determinato secondo criteri esclusivamente scientifici, onde evitare eventuali sviluppi militari della fonte energetica menzionata. In un primo momento questa trattativa sembrava poter attrarre il repentino consenso dell’Esecutivo ultraconservatore; in un sol colpo, infatti, Teheran potrebbe ottenere alla luce del sole sia il favore dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, per i passi avanti intrapresi nella distensione mediorientale, sia un rapporto diretto con Putin a testimonianza del ruolo chiave della “nuova” Russia. Non è un caso se il Leone di Persia ha ritenuto necessario procrastinare i tempi per valutare attentamente le conseguenze dell’accordo: da sempre gli ayatollah mirano a creare una sorta di partnership strategica col Cremlino, con buona pace dell’incompatibilità ideologica di fondo tra la fede musulmana (secondo i dettami fondamentalisti) e la tradizione imperiale di Mosca. L’idea di sganciarsi progressivamente dal controllo americano, disponendo di una sorta di immunità garantita nel consesso mondiale dalla collaborazione con l’ex nemico dell’Est, affascina parecchio le alte sfere di potere, tanto più che in prospettiva una simile situazione potrebbe trovare la propria naturale evoluzione in un appoggio più o meno ufficiale al processo di cooperazione nucleare, atto che consacrerebbe il ruolo di potenza egemone della regione.
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Naturalmente, boutade a parte, il pezzo del giorno è quello di Ferrara, di cui condivido ampiamente le perplessità.
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Lo scrivo da cattolico cristiano, ratzingeriano e abbastanza rigido sulle questioni dottrinali; lo scrivo con una certa idea dell’Europa, per usare una felice espressione di De Gaulle, ancorata alle radici della cultura ellenica e del libero arbitrio: se fossi cittadino turco, sarei comprensibilmente irritato con l’Unione. Il no ad oltranza verso qualsiasi apertura nell’ambito di una prospettiva comunitaria, ribadito puntualmente da venticinque anni a questa parte nei colloqui con la diplomazia di Ankara, è figlio di uno scetticismo sociale che si basa esclusivamente sul pregiudizio religioso, ossia sulla ferma convinzione che settanta milioni di cittadini musulmani non potrebbero mai integrarsi nel Vecchio Continente, quale che sia il retroterra culturale del paese d’origine e l’impostazione mentale dei singoli individui. Non importa quanti passi avanti faccia Erdogan con il suo Esecutivo sulla questione armena o sui diritti umani, non importa se la regione risulterà più stabile nel lungo termine grazie all’oculata politica della Mezzaluna. Tutto ciò, per i capi di Stato dei paesi che contano, non serve a nulla o se preferite – ricorrendo ad una formula tradizionale – “non offre sufficienti garanzie”. Ankara resta fuori perché incarna uno spirito diverso da quello comune in cui tutti noi facilmente possiamo identificarci. Ankara, cioè, manifesta per sua natura uno stereotipo differente che non ci appartiene. Nel progetto costitutivo di un’identità culturale non possiamo confrontarci con un simile così dissimile. Bisognerebbe allora avere il coraggio di dirlo nelle sedi opportune, per evitare ipocrisie di fondo che sempre più cinicamente offendono i sentimenti di un popolo fermamente occidentale (e la partecipazione alle missioni Nato sta lì a testimoniarlo).
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Premessa di carattere generale. Chi scrive sostiene da sempre la necessità d’interagire col mondo musulmano. L’islam, come abbiamo avuto modo di dire in passato, non è un blocco monolitico a sé stante, riottoso e chiuso nella propria tradizione integralista. E’, piuttosto, un universo variegato, ove l’assenza di una riconosciuta classe sacerdotale porta il messaggio religioso a essere interpretato, di volta in volta, secondo chiavi di lettura differenti. Uno scambio, una contaminazione reciproca nel rispetto della diversità e della libertà di culto è dunque possibile. L’integrazione però deve poggiarsi su basi solide, costituite nell’essenza da un dibattito interculturale, necessario all’interno di uno Stato laico che predica la tolleranza come valore aggiunto. Sottolineo la caratura culturale del processo, perché il confronto spirituale, tra portatori di alternative verità, in primo luogo non mi convince (e non convince fondamentalmente neppure le gerarchie ecclesiastiche) e in seconda battuta non spetta a chi gestisce la sfera pubblica.
Questi spunti non possono però confondere le diverse prospettive presenti. Un torto imperdonabile, in materia, consiste nel voler procedere nella disamina dei problemi secondo giudizi sommari. Sbagliava la sinistra, a suo tempo, ad aprire le frontiere del paese ad un’immigrazione selvaggia, incontrollata, potenzialmente rovinosa; sbaglia tuttora la destra della Santanché, quando, in modo arbitrario, tenta di strappare il velo dal volto delle donne nei pressi delle moschee. Esiste però un altro errore che la destra italiana compie, uguale e contrario, nel tentativo di riabilitarsi rispetto alle frange estreme con tendenze radicali: è quello che concerne un’integrazione a tappe forzate. In quest’ottica possiamo prendere in analisi diverse misure proposte dalla corrente finiana del Popolo delle Libertà.
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