Gli elettori irlandesi il 2 ottobre saranno chiamati alle urne per ratificare il Trattato di Lisbona, già respinto in prima battuta durante un referendum tenuto a giugno dell’anno passato. In quell’occasione la linea euroscettica dimostrò la propria consistenza nella società civile, raggiungendo il
53,4% dei consensi e ponendo, pertanto, una seria riflessione sul funzionamento delle istituzioni comunitarie e sulla corretta impostazione del processo integrativo. Come evidenziato da più parti, gli elettori europei non hanno preso pienamente coscienza della propria identità, poiché di fronte alle consultazioni elettorali reagiscono sempre allo stesso modo: manifestando col voto le proprie perplessità sulla burocrazia sovranazionale. La seconda tornata è stata decisa dalle autorità locali sulla base della volontà politica manifestata da Bruxelles: la strategia dall’alto, in altri termini, mira ad evitare l’impasse dei ventisette paesi dell’Unione, per ridare smalto in sede internazionale alla capacità diplomatica del Vecchio Continente.
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Una riflessione accurata sul trasformismo serviva proprio. Confido, adesso, in una lectio magistralis sulla democrazia.
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Ancora una volta la doppiezza del regime di Teheran è emersa all’attenzione della comunità internazionale: a New York, durante la vigilia della sessione dell’Assemblea generale dell’ONU, il presidente iraniano ha ribadito la disponibilità del paese a collaborare con i delegati occidentali per risolvere le preoccupazioni di Washington e del nuovo corso della Casa Bianca. Accolta come un’insolita apertura dalla stampa liberal, nonostante la successiva sortita antisemita a carico del governo di Israele che ha spinto i rappresentanti del blocco atlantico ad abbandonare la sala, la posizione espressa da Ahmadinejad tutto era in realtà, fuorché un passo avanti lungo la linea delle cordiali relazioni diplomatiche.
Col senno di poi, appare piuttosto come l’edificazione politico-retorica di un odierno cavallo di Troia. La successiva riunione dei venti grandi della terra è stata, infatti, brutalmente scossa da una notifica dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, la quale ha rilevato la presenza di una costruzione segreta per l’arricchimento dell’uranio all’interno della repubblica islamica. L’Iran ha inizialmente negato l’esistenza di una simile struttura, salvo poi tornare indietro e ammettere l’evidenza di fronte alle prove ormai in possesso dell’intelligence americana. Un atteggiamento già visto in sede internazionale durante la crisi della Baia dei Porci. All’epoca, l’idea di installare basi missilistiche – partorita da un gruppo ristretto di esponenti del Presidium sovietico – mirò a portare a L’Avana 45.000 militari, tecnicamente equipaggiati in grado di installare sull’isola cinque reggimenti specialistici pronti a lanciare sul suolo statunitense missili SS-5. L’Urss negò formalmente le accuse del Dipartimento di Stato, ma dovette cedere alla metà di Ottobre di fronte ai rilievi fotografici portati da Robert Kennedy a testimonianza dell’avanzamento dei lavori. Oggi, in un contesto assai diverso, una situazione analoga si è riproposta, secondo i dettami della dottrina vichiana sui ricorsi storici. Sembra un pedaggio alla filosofia neoconservatrice, in auge qualche mese fa, allorquando gli strateghi del Gop indicavano evidenti similitudini tra l’Impero del Male di Mosca (definizione reaganiana) e il primo pilastro dell’Asse del Male denunciato da George W. Bush.
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Domani, su queste colonne, troverete un focus sulla situazione iraniana e sugli ultimi sviluppi in ambito internazionale dopo le rivelazioni dell’Aiea. Per questa settimana, pertanto, anticipiamo a sabato l’impegno col teatro, pubblicando un pezzo a me particolarmente caro: l’ultimo canto del Paradiso di Dante, recitato da Roberto Benigni.
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“Cari amici, dove eravamo rimasti?”. Chissà se questo registro informale, un po’ abbottonato, è stato utilizzato dal direttore del Fatto, quarantotto ore addietro, per inaugurare la nuova iniziativa editoriale. E’ un dubbio che mi è sovvenuto ieri, scorgendo il giornale e intuendo, nelle linee di fondo, una palese continuità con l’impostazione stilistica ricercata per anni alla guida dell’Unità diessina. Sì, perché chi ha vissuto quell’esperienza indimenticabile che ha portato in breve tempo il giornale di Gramsci a nuova vita, non può dimenticare i colori, le sfumature soft e le velleità diplomatiche, combaciate con l’ossessiva ricerca della pacatezza istituzionale, imposta dai due condottieri del più grande organo militante: Colombo e Padellaro.
Da giornalisti di razza, in occasione dell’approvazione parlamentare della Bossi-Fini, ad esempio, i nostri eroi promossero una prima pagina che raffigurava il mare in tempesta e una barca d’immigrati clandestini capovolta dalle onde. Il titolo, posto in alto, non lasciava margini di dubbio sull’identificazione del colpevole: la nuova disposizione normativa non ancora in vigore. Una boutade, un escamotage per aizzare la polemica, una provocazione gratuita indecente atta a conquistare visibilità nella speranza di un incremento delle vendite. Strategia di marketing sublime o killeraggio, non spetta a me dirlo, sebbene una certa visione deontologica dell’informazione mi porta a maturare giudizi più che severi su simili offensive propagandistiche. Noto però, col passare del tempo, che il vino invecchia e migliora, pertanto tolgo il cappello di fronte alle più antiche tradizioni popolari. Il Fatto non ha disatteso le aspettative. La prima pagina di Mercoledì è stata dedicata quasi interamente allo scandalo di un’indagine contro il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. Pazienza se è stata pressoché immediatamente smentita da Palazzo Chigi, documenti alla mano: la calunnia è un venticello, sosteneva Rossini, un’auretta assai gentile che insensibile, sottile, leggermente, dolcemente, incomincia a sussurrar.
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Caro direttore, poiché Daniela Santanché invita a parlare di fatti e non di teorie, mi adeguo al suo registro e mi limito a porre una serie di constatazioni. Primo, ciarlare di velo islamico in generale non ha senso, poiché l’hijab – il copricapo posto sui capelli – non è in contrasto con alcuna norma costituzionale, a meno che non si vogliano bandire berretti e bandane con una nuova disposizione legislativa (in questo caso non ditelo al premier). Secondo, le trasformazioni delle culture ancestrali che avvengono dall’interno delle civiltà hanno sempre una rilevanza differente rispetto a quelle imposte dall’esterno. Anziché educare le masse a suon di manifestazioni di partito in cerca di visibilità, sarebbe più opportuno riflettere sulla necessità di trovare punti di convergenza su cui discutere. Terzo, nonostante la condizione femminile nei paesi arabi non sia certo rosea, non è vero che le donne sono stroncate dall’immobilità collettiva: qualche anno fa in Arabia Saudita un movimento civico promosse una petizione per abolire le restrizioni poste alle donne per la visita al santuario della Mecca e ottenne una straordinaria vittoria. Le semplificazioni banali non portano da nessuna parte.

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Marino da un lato querela Ferrara, dall’altro propone di schedare i parlamentari per evitare future questioni morali. Però, che riformista.
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