Ho avuto modo di incontrare il ministro Meloni in un paio di occasioni, scambiando fugacemente qualche battuta tra un comizio ed un’assise in occasione di alcune manifestazioni politiche. Il suo itinerario è stato osservato attentamente da chi scrive e non poteva essere altrimenti, essendo stata la più giovane vicepresidente della Camera nella storia della Repubblica Italiana ed una colonna rappresentativa per la generazione che ha iniziato la propria militanza nel Fuan missino, predicando il valore della diversità nella continuità. Vecchi slogan, vecchi leitmotiv romantici di chi scelse fin dalla prima adolescenza la parte destra dello schieramento. La considero una figura di assoluto rispetto, che ha alle spalle un retroterra culturale degno di nota. Ecco perché sono rimasto stupito quando stamane, aprendo i quotidiani, sono venuto a conoscenza delle recenti esternazioni del ministro circa l’entrata in commercio della pillola Ru486.
Per chi non lo sapesse ci riferiamo alla Kill-pill, il farmaco abortivo che l’Aifa – l’agenzia italiana con autorità in materia – ha introdotto da ieri sera nel nostro Paese, tra boati di giubilo da parte della corrente radicale e nel tacito consenso dell’establishment di centrosinistra. Il ministro Meloni, anche da presidente del movimento giovanile di Alleanza Nazionale, ha sempre predicato la necessità di una politica a sostegno della vita e della libera scelta delle donne, cercando di formulare nuove strumentazioni per offrire supporto a quelle persone che ricorrono all’aborto nel timore di non poter sostenere le spese di una gravidanza. In piena coerenza con quanto detto, la Meloni ha pertanto ribadito al Corriere la necessità di inquadrare l’introduzione del farmaco nell’ambito del rispetto della legge 194 che regola i principi cardine in materia. Una legge, lo ricordiamo agli smemorati e agli opportunisti, che “tutela la maternità sociale” e non concede l’aborto selvaggio.
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Sul caso Marino il Foglio ha pubblicato nuovi dettagli interessanti. Mi riferisco, in particolare, a una lettera firmata da Paul Wood, responsabile delle pubbliche relazioni nonché vice presidente dell’Upmc.
«La lettera firmata dal Dr. Ignazio Marino il 6 settembre 2002 è la lettera finale e ufficiale delle dimissioni e non rappresenta né una bozza né un tipo di lettera standard di conclusione di rapporto. Le irregolarità nella gestione finanziaria furono portate alla luce dal servizio di audit di UPMC – e non dal Dr. Marino. Esse furono poste in essere in modo intenzionale e deliberato da parte del Dr. Marino, e questo accadde in modo ripetuto nell’arco di molti mesi e non si è limitato ad un singolo evento. La corrispondenza successiva con il Dr. Marino e i suoi rappresentanti legali semplicemente specificava come sarebbero state attuate le condizioni di fine rapporto. Successiva corrispondenza e lettere di referenze non hanno avuto alcun effetto in quanto il Dr. Marino aveva rinunciato a ogni privilegio legato alla sua posizione, forfait, salari, benefits, liquidazione e ogni altro futuro pagamento come parte dell’accordo di restituzione, incluso qualsiasi tipo di collaborazione professionale con UPMC e con le proprie affiliate. Qualunque preoccupazione il Dr. Marino possa aver avuto in merito alla Sicilia e alle proprie scelte di carriera, ciò non ha avuto alcun rilievo nella negoziazione. Ad oggi, nessun fatto o informazione ha modificato o invalidato il contenuto della lettera del 6 settembre 2002».
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La seconda puntata di “Palcoscenico di Vita” non può non essere dedicata a Giorgio Gaber. E’ un pegno, un tributo se volete, a uno degli artisti più duttili e strabilianti del secolo scorso, capace di tramandare alle giovani generazioni un messaggio destinato a non perdere valore di fronte agli insulti del tempo. Posta tale premessa, inizia l’opera più ambiziosa e complicata: selezionare nel panorama dell’autore un brano in particolare che sia capace di racchiudere la poetica dell’artista. Ho pensato subito al Dilemma, brano che evidenzia al tempo stesso una follia romantica rivoluzionaria e reazionaria, raccontando in strofe il lato più profondo della vita di ciascuno di noi.
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Scrivo questo breve spunto rivolgendomi direttamente all’onorevole Marino per avere alcune delucidazioni in merito a uno scoop trascurato dalla grande stampa. In passato, onorevole, Lei ha pubblicamente richiamato la necessità di sollevare una nuova questione morale nel Partito Democratico e, ad ampio respiro, nel contesto nazionale. Scelta, a mio avviso, saggia e sensata. Lo ha fatto a più riprese e su più fronti, esplicitando in molteplici occasioni il sogno di confrontarsi con un “Parlamento pulito”. Ora, chiedere ai governanti di non avere pendenze giudiziarie a proprio carico, a dispetto della morale imperante, non mi sembra un’idea balzana, sebbene il protagonismo di una certa corrente della magistratura sia ormai parte del dna della nostra storia patria, fatto di cui è impossibile non tenere conto.
Questa battaglia di rigore Le ha procurato consensi nel Paese e la mia personale e istintiva simpatia. Il perché è presto detto: chiedere trasparenza all’indomani della nascita di un movimento politico è un’operazione di buon senso che va salutata con un plauso generale, quali che siano le motivazioni di fondo dell’operazione, visibilità o semplice candore.
Oggi però la Sua figura è messa in discussione da una rivelazione trapelata sulle colonne del Foglio di Ferrara. Poiché, in occasione delle primarie del partito, Lei ha deciso legittimamente di giocare un ruolo più marcato, offrendo agli italiani la possibilità di scegliere una piattaforma diversa rispetto a quella dei suoi contendenti, ebbene credo che soffermarsi sulle parole riportate dal quotidiano conservatore sia indispensabile per Lei e per i suoi eventuali elettori.
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Di Pietro ha tanti difetti: è un estremista, interpreta la politica secondo logiche carcerarie, reputa Travaglio un mentore della libertà civile – una sorta di Robespierre moderno – e mastica in malo modo l’italiano. A fronte di tutti questi peccati veniali, su cui parte dell’opinione pubblica è evidentemente disposta a chiudere un occhio, vanta tuttavia un pregio non indifferente: ha nella coerenza uno dei suoi punti di forza, tanto da essere consequenziale nei suoi ragionamenti. Lo ha scritto, in altri termini, sulle colonne del Riformista l’onorevole Follini:
«Se la lotta è tra il bene e il male, se la sua parte veste i panni della virtù e l’altra parte indossa l’armatura dei soldati delle tenebre, non c’è posto per niente che stia nel mezzo. Non esistono istituzioni, dialogo, compromesso, misura. Tutto è per così dire militarizzato».
Questo scenario post-tolkeniano è incentrato su una forma di manicheismo di maniera che divide non già lo scacchiere politico, ma l’intero paese in due parti: o stai con la legalità dell’Italia dei Valori o – ipso facto – sei contro di essa e quindi sei un mercenario al soldo di un criminale, di un “magnaccia”, di un corruttore, di un essere immondo. Da qui la polemica che investe non solo gli organi di garanzia, ma anche una parte della stampa non incline all’accondiscendenza nei confronti dell’establishment di centrosinistra.
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Contrariamente a quanto sostenuto dai principali media conservatori del paese, io auspico seriamente che Obama metta mano sul sistema sanitario statunitense, le cui falle mi sembrano evidenti. Certo, spero che lo faccia in maniera equilibrata, senza colpi di mano, con senno, senza anatemi ideologici, ma so che una riforma organica è necessaria. Magari partendo da un punto fermo: il rispetto della vita umana in tutte le sue forme, così come invocato dal vescovo William Francis Murphy.
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Oggi Europa pubblica un pezzo molto severo sullo stato del dibattito interno al Partito Democratico. I termini sembrano studiati nel dettaglio per liquidare come un fallimento l’esperienza fin qui maturata dal progetto unitario.
«L’amara verità è che quella funzione [la funzione maggioritaria del Pd, n.d.r.] è andata perduta comunque – non sappiamo se definitivamente – nel fallimento veltroniano, nel basso profilo del congresso, nell’incapacità di tutti i candidati di slanciarsi oltre l’obiettivo della segreteria delineando i contorni di una grande operazione alternativa alla destra. Più in là del bricolage coalizionale fra Casini e Vendola qui non va nessuno, e forse non è neanche giusto pretenderlo: già il bricolage sarà uno sforzo titanico».
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