Gli eventi drammatici di Viareggio non sono riconducibili ad un errore umano. Lo ha sostenuto Mauro Moretti, amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, nel corso della conferenza stampa con il sottosegretario Guido Bertolaso. «Dalle prime evidenze i macchinisti non hanno fatto errori». E’ una magra consolazione, una frase destinata inevitabilmente ad arrestare sul nascere qualsivoglia speculazione, qualsiasi ricerca ossessiva del capro espiatorio.
Tuttavia, è giusto evidenziare che se il cedimento strutturale di un asse può provocare una simile tragedia, ebbene sarebbe il caso di riflettere da un lato sulla necessità di effettuare opportuni controlli appropriati ai mezzi che circolano lungo le nostre linee ferroviarie (stiamo parlando di un treno merci carico di gpl), dall’altro sull’ammodernamento delle stesse strutture di base. In un paese in cui ogni forza politica, specie il principale soggetto di governo, predica in misura più o meno maggiore la necessità di costruire infrastrutture all’avanguardia in Occidente, diventa imprescindibile necessità per gli italiani godere quantomeno delle funzioni di base prima di procedere all’edificazione della classiche cattedrali nel deserto.
«But pushed further, theformer Republican presidential candidate conceded that he is indeed “thinking about it”. “I don’t know if I’m at the point of seriously considering it,” he said. “It’s a little too early”»
Otto dipendenti dell’ambasciata britannica sono stati arrestati a Teheran con l’accusa di aver partecipato alle proteste di questi giorni. Ahmadinejad rilancia, di fronte ai media nazionali, la matrice occidentale alla base della sommossa. Sull’altra sponda dell’oceano la stampa americana, e in particolare Jack Kelly dalle colonne del Pittsburgh Post-Gazette, mostra per la prima volta una certa perplessità nei confronti delle capacità di leadership di Obama. Con valide argomentazioni.
«There are arguments for negotiating with brutal regimes. But to socialize with the butchers while they are killing their own people is obscene. (After a day of criticism, Press Secretary Robert Gibbs said Wednesday, “Those invitations no longer will be extended.”) At least some protesters in Iran think Mr. Obama’s equivocation is a tacit endorsement of the regime. “The people of Iran will not forgive Barack Obama for siding with the evil regime,” Kianoosh Sanjari, an exiled student protest leader, said in an interview last week. […] “Obama likes to execute long-range strategies but suffers from cognitive dissonance when new facts render them inappropriate,” Mr. Barone said».
E’ incredibile notare come la grande stampa, colpita dagli intrighi di Villa Certosa, stia progressivamente cedendo spazio e colonne alle rivelazioni maliziose di una escort, trascurando sul piano internazionale quella fenomenale rivoluzione iraniana che sta mettendo a soqquadro l’opinione pubblica mediorientale. Ciò rivela, se mai ve ne fosse stato bisogno, il provincialismo di un certo modo di concepire l’informazione, a prescindere dai giudizi più o meno positivi che si possono dare sulle inchieste dei grandi gruppi editoriali.
L’otto novembre di cinque anni addietro, l’autore di questo articolo intervistò una blogger iraniana all’epoca residente nel nostro paese. Era un colloquio informale, che volli riportare sulle pagine della mia vecchia casa virtuale, gentilmente ospitata dal Cannocchiale. Il suo nome online era Lilit, acronimo di un demone femminile della religione mesopotamica, che ha poi trovato ampi richiami nelle tradizioni spirituali delle diverse confessioni. Naufragando nei meandri della memoria ho rammentato oggi, con piacevole sorpresa, come ella riuscì a inquadrare precisamente l’evoluzione degli eventi.
«In Iran – mi disse – la situazione è molto più facile (rispetto al pantano iracheno, n.d.r.): basterebbe screditare i mullah, fare quello che hanno fatto tutti ai tempi dello scià, ed appoggiare la gente. Basterebbe poco. L’Iran è una bomba a orologeria e gli iraniani stanno scoppiando. Forse oggi chi sta veramente con il regime è solo il 10% della popolazione».
«Nei venti mesi passati, non si è fatto il necessario da parte di chi ne ha avuto la responsabilità per creare un approdo coerente con la grande novità – in Europa e a livello internazionale – del Pd. […] Invece, la sconfitta pesantissima dei partiti socialisti nelle elezioni ci associa non a questo indispensabile rilancio, ma alla manutenzione della crisi dei partiti socialdemocratici e socialisti». Francesco Rutelli.
Le osservazioni di Walter Veltroni apparse sull’Unità del 15 giugno sono, in massima parte, fuffa accademica. Ben confezionata, in perfetto stile, con un uso chirurgico della retorica, ma distante anni luce da una seria e concreta istantanea sulla situazione politica italiana. I progetti all’avanguardia, il grande partito riformista europeo, il sano bipartitismo, sono vocaboli connaturati al lessico dell’ex sindaco di Roma, spesi un po’ a casaccio nell’ultimo periodo, utili per rinforzare il voto di quegli elettori già da tempo annoverabili fra le proprie fila.
D’altronde il trend elettorale non è certo lusinghiero per la classe dirigente: diminuisce l’affluenza al voto e aumenta l’identificazione nei blocchi radicali del sistema, con una pesante affermazione della Lega e dell’Italia dei Valori, volta a sconvolgere – in senso deleterio – il dibattito. Come evidenziato da Ricolfi, per il Partito Democratico la prospettiva è buia: «Il ritmo di caduta medio del consenso è del 3,3% all’anno, il che – tradotto in voti – significa che i partiti di centro-sinistra che si candidano a governare l’Italia perdono circa 400 mila elettori all’anno, quasi 1000 voti al giorno». Una cifra consistente su cui Veltroni vanta una dose di responsabilità (Campidoglio a parte).
«Non siamo al di sopra delle parti. Noi crediamo nell'individuo, nella sua volontà e nella sua decenza. Noi ci opponiamo a qualsiasi violazione dei diritti individuali, provengano esse da monopoli di imprese private, monopoli dei sindacati, o da un governo troppo invadente. La gente potrà dire anche che siamo conservatori o perfino reazionari. Non siamo molto interessati alle etichette, ma se proprio ne dovessimo scegliere una, diremmo che siamo radicali. Radicali tanto quanto la dottrina cristiana».
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J.R.R.TOLKIEN
«Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».